John Steinbeck: l’eredità umana nel romanzo americano (I parte)

“Quando uno dice di non voler parlare di qualcosa, di solito vuol dire che non può pensare ad altro.”

John Steinbeck, uno degli scrittori più influenti, prolifici e amati della letteratura americana del XX secolo, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1962, nasce a Salinas (California) il 27 febbraio 1902 e muore a New York il 20 dicembre del 1968.

La sua opera, caratterizzata da una profonda sensibilità sociale, è segnata da una scrittura realistica, emozionale, evocativa, mentre racconta le vite di persone “comuni”, storie personali, memorie del passato, azioni e pensieri mascherati o eccessivi di una fanciullezza primitiva, la parte più profonda e sensibile di tutti i suoi personaggi.

Temi universali come la lotta per l’affermazione della dignità umana, della giustizia sociale e della ricerca del senso di appartenenza, servono a Steinbeck per far riflettere sulle tante contraddizioni della società americana, sulle condizioni di vita e di lavoro, focalizzandosi spesso su un preciso momento storico e sociale: quello della Grande Depressione del 1929.

Temi ancor oggi attuali, capaci di trascinare il lettore attraverso atmosfere altre, nelle cui dinamiche è facile rispecchiarsi. E che rendono lo scrittore un genio della contemporaneità. È ciò che accade in “The Grapes of Wrath”.

Furore (The Grapes of Wrath)

“Le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro. E le imprese e le banche stavano scavandosi la fossa con le loro stesse mani, ma non se ne rendevano conto. I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. […] Le grosse industrie non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile.” (da Furore)

La copertina di The Grapes of Wrath nella prima edizione del 1939.

“The Grapes of Wrath” (che esce in Italia con il titolo “Furore”), pubblicato per la prima volta nel 1939, è uno dei capolavori dello scrittore americano, un romanzo potente sulla Grande Depressione e sulla migrazione di massa dei lavoratori agricoli dalla Dust Bowl verso la California. La narrazione segue le vicende della famiglia Joad, alla ricerca di una nuova vita nella “terra delle promesse”, dove tutto sembra possibile, dove le sfide economiche, sociali e umane diventano il centro di un racconto epico.

Attraverso una prosa percettiva che acutizza una critica sociale puntuale e attenta, Steinbeck cattura la disperazione e la speranza del popolo americano durante uno dei periodi più difficili della storia del paese.

Uomini e Topi (Of Mice and Men)

Due anni prima, Steinbeck aveva scosso i lettori con “Of Mice and Men”, ancora oggi il suo romanzo più famoso.

 

“Of Mice and Men” (Uomini e topi), esce a Londra nel 1937 e viene tradotto per la prima volta in Italia da Cesare Pavese (che però epura dalla versione originale molti termini del parlato popolare, considerati troppo espliciti o addirittura triviali). Il titolo del romanzo è tratto dal verso di una famosa poesia di Robert Burns: “To a Mouse, on Turning Her Up in Her Nest with the Plough”, conosciuta anche semplicemente come “To a mouse”.

Anche questo romanzo breve è ambientato durante la Grande Depressione, e racconta la storia di una profonda amicizia tra due uomini, George e Lennie, che cercano lavoro nei campi della California.

Qui Steinbeck esplora temi a lui cari, come la solitudine (quasi mai un valore quanto una condanna), il peso della disabilità e della responsabilità, dove il sogno americano viene vissuto attraverso il travaglio fisico e interiore dei suoi protagonisti, quasi sospesi in un limbo emotivo, vulnerabili, esposti.

La Valle dell’Eden (East of Eden)

Del 1952 è invece “East of Eden” (La Valle dell’Eden), considerato il capolavoro assoluto di Steinbeck.

“East of Eden” (il cui titolo non è altro che l’incipit del monologo di apertura del Riccardo III di Shakespeare) è la storia di un’epopea, che abbraccia le generazioni di due famiglie emigrate in California (gli Hamilton e i Trask), per un periodo che va dalla Guerra Civile alla Prima Guerra Mondiale.

Il romanzo ha il suo focus sulle vicende della famiglia dominante, i Trask, ispirate all’episodio biblico di Caino e Abele (nel romanzo i due fratelli sono Caleb e Aron), in cui il concetto di libero arbitrio, di predestinazione e di lotta tra il bene e il male ispirano una narrazione ricca di simbolismo, in cui Steinbeck riesce ad offrire, anche grazie a personaggi complessi e tormentati, una visione profonda della condizione umana e delle sue contraddizioni.

L’Inverno del Nostro Scontento (The Winter of Our Discontent)

The Winter of Our Discontent (L’inverno del nostro scontento) esce nel 1961, esattamente un anno prima del conseguimento del premio Nobel.

È una riflessione profonda e complessa sui temi dell’ambizione, della moralità e della corruzione nella società americana del dopoguerra. Ambientato nella cittadina immaginaria di New Baytown, situata sulla costa orientale degli Stati Uniti, durante la fine degli anni ’50, narra la vita, i problemi, le difficoltà di una piccola comunità, analizzata come fosse un microcosmo della società americana, evidenziando le tensioni sociali e le lotte individuali di ciascuno dei personaggi.

Il conflitto interiore del protagonista Ethan Hawley, discendente di una antica famiglia di balenieri, un uomo di mezza età che lavora come commesso in un negozio di alimentari che un tempo era di sua proprietà, mette in evidenza la crudele e lacerante lotta tra il suo desiderio di migliorare socialmente ed economicamente e i suoi ideali etici e morali.

Steinbeck esplora così il mondo della corruzione tanto radicato nella società americana da costituirne il midollo più resistente, evidenziato attraverso l’analisi e la riflessione sul “cancro” dell’avidità e del materialismo e di come questi siano in grado di avvelenare anche i valori più solidi.

L’uso della narrazione in terza persona permette allo scrittore di osservare e descrivere i pensieri e i sentimenti dicotomici che caratterizzano il conflitto interiore di Ethan e degli altri personaggi.

L’eredità dello scrittore

I romanzi di Steinbeck hanno lasciato un’impronta indelebile nella letteratura americana e internazionale, grazie a quella capacità di catturare la complessità dell’essere umano e di trasmetterla al lettore con un periodare a volte lento, a volte concitato, ma sempre evocativo, fortemente emozionale e realistico, come quando affronta il problema della degenerazione sociale e delle disuguaglianze economiche tra lavoratori agricoli migranti e i grandi proprietari terrieri o le corporazioni senza scrupoli.

 

Si mette in discussione il mito del sogno americano, il sistema economico ingiusto e perverso che costruisce trappole intorno agli uomini e li costringe in una spirale di povertà e disperazione.

Una critica aspra e mai in sordina, in cui la perdita dei valori morali, dei principi cardine di una società civile, vengono imputati a quelle élite economiche e politiche che da molti sono osannate come il vero traino della potenza americana.

“Terribile è il tempo in cui l’uomo non voglia soffrire e morire per un’idea propria, perché questa unica qualità è fondamento dell’uomo, e questa unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’Universo.” (da Furore)

Così nei suoi scritti la perdita dell’identità e spesso della dignità umana, assumono un ruolo cardine per raccontare gli strappi e le ferite della psiche individuale e di come queste incidano pesantemente sulla società nel suo insieme. Abbandonare, rinunciare ai propri sogni, a tante speranze, rende vulnerabili, ci priva di una identità, a meno che non sia quella collettiva, aumentando il senso di impotenza e disperazione: “Vindica te tibi” sembra così suggerire un laconico Steinbeck.

“Possiamo essere fieri di non importa cosa se è tutto quello che si ha.” (da La Valle dell’Eden)

L’autofiction secondo Philip Roth

Operazione Shylock: l’autofiction secondo Philip Roth. Di Giorgio Galetto          

Operazione Shylock, romanzo di Philip Roth pubblicato in Italia da Einaudi nel 1993, è uno dei più originali esempi di narrazione autofinzionale tra quelli susseguitisi da quando questa modalità narrativa è nata, ed è stata in un certo senso codificata.

Nell’era della cosiddetta post-verità anche la transmedialità diventa un fattore rilevante nell’elaborazione creativa.

È ciò che accade ad esempio al Montalbano di Camilleri sdoppiato tra tv e letteratura, o a Houellebeck personaggio mediatico, autore e personaggio letterario: sia in Riccardino, opera postuma pensata da Camilleri come uscita di scena (è il caso di dirlo) del celebre commissario.

Ne La carta e il territorio di Houellebeck, l’autore compare come personaggio, o per meglio dire: un personaggio che porta il nome dell’autore e ne ha le caratteristiche.

L’ espediente è utilizzato anche in Operazione Shylock di Philip Roth.

L’autofiction secondo Philip Roth

Nel caso di Roth la faccenda è ancora più complessa: più che di metanarrazione e transmedialità la questione è quella sempre viva, tra menzogna e verità. Qui la complessità d’intreccio del romanzo è strettamente connessa alla sua natura autofinzionale.

Operazione Shylock ha come sottotitolo «una confessione», e si apre con una premessa del narratore:

Ho ricavato Operazione Shylock da diari e taccuini. Il libro è la cronaca più precisa che io possa fornire di fatti veri dei quali sono stato protagonista a 54 o 55 anni e culminati all’inizio del 1988, nell’assenso che diedi alla proposta di intraprendere un’operazione di controspionaggio per il servizio segreto israeliano, il Mossad.

Operazione Shylock: l’autofiction secondo Philip Roth. La prima edizione di Operazione Shylock (Simon & Schuster, U.S.A.)

La prefazione continua entrando nel merito del processo Demjaniuk, operaio della Ford di Cleveland accusato di essere l’Ivan il Terribile di Treblinka, l’operatore della camera a gas che aveva mandato a morte migliaia di ebrei.

Si tratta di un fatto vero e documentato, svoltosi esattamente in quel modo e in quei giorni. Il narratore condivide l’identità dell’autore: Philip Roth, scrittore ebreo americano, di stanza a Londra al tempo dei fatti, racconta una vicenda che lo coinvolge in quanto persona Philip Roth, e in cui nulla sembra discostarsi di una virgola dalla cosiddetta realtà.

Sembrerebbe a tutti gli effetti una cronaca autobiografica relativa a una vicenda singolare e inquietante che lo ha coinvolto. Il background e il contesto sono assolutamente coincidenti con la realtà biografica dello scrittore.

La vicenda centrale, il caso Demjanjuk, è accaduta realmente ed è fedelmente descritta nel romanzo. Il sottotitolo, una confessione, risulta di fatto credibile, e il lettore si immerge nella narrazione convinto di leggere quella che a tutti gli effetti è una cronaca.

L’autofiction secondo Philip Roth.

A questo punto l’autore mette in campo gli effetti speciali. Nella narrazione si susseguono una girandola di eventi al limite del surreale, che molto spesso sfociano nel comico. Subito il protagonista narratore viene a sapere dell’esistenza di un suo omonimo, che si spaccia per lui e che scopriremo a breve avere anche il suo aspetto, il quale sta promuovendo in Israele una paradossale campagna a favore del controesodo degli ebrei dallo stato, per tornare in Europa. Questo doppio di Philip Roth si espone addirittura con il leader polacco di Solidarnosc, Lech Walesa, per discutere il rientro in Polonia degli Ebrei; i giornali riportano questo incontro e altre notizie sulle iniziative del sosia.

Parlando di sosia, Roth dichiara apertamente alcuni antecedenti letterari cui il lettore potrebbe pensare, smarcandosene:

I sosia figurano soprattutto nei libri, come copie pienamente materializzate che incarnano l’occulta depravazione del rispettabile originale […] sapevo tutto di queste fantasie dell’io diviso, avendole decodificate come meglio non si sarebbe potuto una quarantina di anni prima all’università. Ma questo non era un libro che stavo studiando o un libro che stavo scrivendo, e questo sosia non era un personaggio che nel senso gergale della parola […] un nome che avevo imparato ad apprezzare molto tempo prima di avere letto del dottor Jekyll e del signor Hide o di Goljadkin primo e Goljadkin secondo.

Roth autore sgombra il campo dagli equivoci: la creazione del doppio non è un’indagine tardo-romantica, surreale o allegorica, del lato oscuro. Qui si parla di realtà e finzione, di verità e menzogna (le citazioni da Stevenson e Dostoevskj sono indicative).

Roth ci fa sperimentare il potere della letteratura svelando apertamente il meccanismo della metanarrazione davanti ai nostri occhi di lettori distratti:

           ma questo non era un libro che stavo studiando o un libro che stavo scrivendo.

Invece sì, è proprio ciò che sta facendo. E ancora:

Potevo capire la tentazione di annullarsi e diventare imperfetti o posticci in modi nuovi e divertenti: vi avevo ceduto anch’io […] ancora più ampiamente di così nei miei romanzi: dove avevo la mia faccia, la mia voce, dove rivendicavo addirittura brani utili della mia biografia, e tuttavia, sotto la maschera di me, ero una persona completamente diversa. Ma questo non era un romanzo, e non andava bene.

Di nuovo: è proprio di un romanzo, invece, che si tratta, e noi che leggiamo lo sappiamo bene.

Quest’ultima citazione sembra dare una definizione di autofiction così come l’autore l’ha praticata finora, negandone il grado di attendibilità attraverso questo ulteriore e più sofisticato esperimento autofinzionale, che afferma di non esserlo in assoluto. Presentandosi infatti come una cronaca, Roth sembra voler affinare le sue armi narratologiche.

Per affermare cosa? Che non si può mai sapere fino in fondo cosa sia vero, o meno, neanche riguardo la Storia. E sono in gioco la credibilità e oggettività della realtà.

La narrazione era partita infatti col racconto dello stato allucinatorio dovuto ad un medicinale che ha determinato nel Roth personaggio (ma siamo certi che questa non sia la verità?) una forma depressiva acuta durata qualche mese.

Questa scarsa lucidità nel giudicare i fatti ritorna: nelle domande che il narratore rivolge a se stesso, e poi nel fatto che giungerà a dubitare di sé, a incarnare i panni dell’altro Roth, a sostenerne le ragioni impersonandolo.

Roth autore abilmente dissemina sottotrame, apre digressioni in cui il tema risulta essere sempre il rapporto verità-menzogna, e in cui l’olocausto e la questione ebraico-palestinese sono certamente rilevanti ma come discorso di secondo grado, forniscono il termine di paragone della Storia, sono il parametro dell’oggettività apparente, a fronte dell’insincerità plausibile della fiction letteraria.

Tutto il romanzo è incentrato sull’impossibilità di scoprire la verità, sia riguardo la vicenda dei due Roth, ma complessivamente riguardo la Storia e la realtà.

La nota per il lettore, alla fine del libro, ci toglie ogni dubbio:

              Questo libro è un’opera di fantasia […] questa confessione è falsa.

 

 

di Giorgio Galetto