Non è una questione minore: l’altro Steinbeck

Non è una questione minore: l’altro Steinbeck

Se la strada maestra della vita si divide a un certo punto in due sentieri di generosità e non è possibile seguirne che uno, chi può giudicare quale sia il migliore?

 

Steinbeck con il suo amato Charley

 

John Steinbeck, uno dei più grandi e sensibili scrittori americani, conosciuto soprattutto per i romanzi che lo hanno reso celebre come “The Grapes of Wrath” (Furore), “Of Mice and Men” (Uomini e Topi) e “East of Eden” (La Valle dell’Eden), è stato autore di molte altre opere impropriamente segnalate come “minori”. Proprio per questo appellativo del tutto inappropriato, sono state spesso trascurate dal grande pubblico, anche quello dei lettori più attenti. Ma questi romanzi non hanno assolutamente nulla di minore.  Rappresentano invece dei camei preziosi all’interno del canone steinbeckiano, offrendo una prospettiva nuova e assolutamente interessante sull’evoluzione della scrittura e del pensiero di questo gigante della letteratura americana.

Tortilla Flat

Tortilla Flat (Pian della Tortilla), pubblicato nel 1935, romanzo che decretó il successo di Steinbeck, è una commedia, umoristica e toccante (ricordiamo a tale proposito il film di Victor Fleming del 1942 tradotto in Italia con il titolo “Gente allegra”) sulla vita di una comunità di immigrati nello Stato della California. Tutto ruota intorno alle relazioni affettive e non di un gruppo di “amici di sbornie”, poveri vagabondi di origini messicane (“i paesinos”) in un luogo chiamato Tortilla Flat.

 

                                               La prima edizione illustrata di Tortilla Flat, Covici Friede, New York, 1935

 

Tutti i personaggi di questo imprevedibile quanto bizzarro affresco di vita, si muovono in un’atmosfera leggera, che sorprende proprio per l’apparente spensieratezza, malgrado le difficoltà della vita quotidiana e delle relazioni umane. Sono persone emarginate dalla puritana società americana, lavoratori rurali imperfetti e “difettosi”, ma ritratti con una dignità e umanità che li avvicina a noi, anche per via del linguaggio schietto e colloquiale in cui si snoda la narrazione.

La ricerca del senso di appartenenza lega questo gruppo di amici, permettendo loro di condividere cibo e vino e di rendere la difficoltà del vivere non solo accettabile ma desiderabile, immersa in galloni di spirito alcolico, tra alterazioni dei sensi e accadimenti realistici, strumento di morte e di condanna.

Alcool, il cui sottile sussurro conduce tra immagini sopite e desideri, verso il molle contatto con le cose, autorizzando turbamenti, confusione e smarrimenti. Un gioco collettivo in cui basta tenere lontani pensieri lugubri e bisogni morigerati, e mettere in campo divertenti follie e irragionevolezze.

 

Questa è la storia di Danny, degli amici di Danny e della casa di Danny. È la storia di come queste tre cose diventarono una sola. A Pian della Tortilla […] quando uno parla della casa di Danny, parla di uomini che, costituiti in unità, largirono filantropia, e conobbero dolcezza, gioia, e, infine, mistico dolore. Poiché la casa di Danny fu simile alla Tavola Rotonda…

 

Attraverso uno stile narrativo vivace e umoristico, Steinbeck racconta l’altra faccia della disperazione, con descrizioni evocative dei luoghi e degli ambienti di una California immersa ancora nell’inquietudine della Grande Depressione del 1929, catturando l’essenza di un mondo popolato di personaggi indimenticabili, ognuno con le proprie peculiarità e debolezze.

Nella narrazione si alternano momenti di profonda introspezione a lunghi attimi di abbandono e spensieratezza. Una celebrazione sensibile e attenta, profondamente emotiva, giocata su un umorismo pungente e sagace, in cui emerge l’esigenza di Steinbeck di raccontare la difficoltà delle relazioni umane e della disperazione, a volte incosciente, di un piccolo microcosmo, in cui riconoscersi o da cui fintamente distaccarsi.

 

The Pearl

The Pearl (La Perla), pubblicato nel 1947, è un romanzo breve ma così intenso ed emozionante da arrivare alla parte più profonda di noi, attraverso itinerari di percezione, sensazioni piene e vibranti con cui lo scrittore americano compone struggenti macchie di dolore, per rappresentare il non rappresentabile: le conseguenze terribili di un’improvvisa possibilità di ricchezza per un indio e la sua famiglia.

 

E, mentre riempiva il paniere, il canto era in Kino, e il ritmo del canto era il suo cuore che batteva divorando l’ossigeno del suo fiato trattenuto, e la melodia del canto era l’acqua grigio-verde e i piccoli animali guizzanti e le nuvole di pesci che lo sfioravano.

 

The Pearl, prima edizione, 1947

 

Il romanzo è ambientato in un non ben definibile luogo, in un tempo non accertabile, accanto al mare, in un povero villaggio di pescatori di perle. La scenografia naturale, lontana dai grandi aggregati urbani, assume un ruolo fondamentale, come un mero profilo aggettante che fa emergere ancora più nettamente la solitudine e il dolore di chi vive da sempre ignorato.

La ricerca del sogno si fonde con le aspirazioni di Kino, un giovane pescatore che lotta ogni giorno per la sua sopravvivenza e per quella della sua famiglia. E l’improvvisa scoperta di una perla gigante, assoluta realizzazione di un desiderio apparentemente impossibile, trasformerà il suo mondo, stravolgerà i suoi principi, mettendo in luce un’oscurità dentro di lui così feroce e rabbiosa, impossibile da contenere, che lo trasformerà in qualcosa altro da sé.

 

Ma, dicendo che cosa sarebbe stato il suo avvenire, egli l’aveva creato. Un progetto è una cosa reale, e le cose pensate sono nello stesso tempo vissute. Un progetto, una volta fatto e visto con gli occhi della mente, diviene una realtà accanto ad altre realtà- indistruttibile, ma facile da attaccare.

 

La perla racchiude quella oscurità e il suo potere si manifesterà in violenza, brutalità, sofferenza e sconfitta. Steinbeck pone l’accento sul disvalore dell’avidità umana, sulle disuguaglianze sociali, sulla bramosia e la corruzione che permeano la piccola comunità, come tutta la società umana, poiché tutti pagheranno il prezzo del desiderio.  È il racconto sì di un sogno ma anche della capacità distruttiva dell’uomo, quando a guidarlo sono l’avidità, l’egoismo, la sopraffazione.

Un monito severo ma mai giudicante, una morale che solo Steinbeck è capace di regalarci, con quella forza e quella delicatezza con cui sfiora le tragedie umane e ne fa capolavori da trasmettere alle generazioni future.

 

The Moon Is Down

The Moon Is Down (La luna è tramontata), pubblicato da Viking Press nel marzo 1942, è ambientato in un paese non ben definito del Nord Europa, durante l’occupazione nazista, nel periodo più difficile della Seconda Guerra Mondiale.

 

John Steinbeck a lavoro

 

Un romanzo breve che narra la resistenza della popolazione locale contro l’oppressione straniera. Anche se è meno conosciuto rispetto ad altri lavori di Steinbeck, “The Moon Is Down” è considerato un potente racconto di coraggio e speranza. Lo stile di Steinbeck si fa sobrio e diretto, con una narrazione che si concentra sugli eventi e sui personaggi senza orpelli, senza sfaccettature, cercando una via diretta che conduca al cuore della vicenda, senza mai trascurare di descrivere, nei minimi dettagli stavolta, l’atmosfera di sopraffazione, fatta di linguaggio autoritario e relazioni gelide.

E la narrazione cattura tutta la tensione di un momento estremo, tragico, in cui Steinbeck però intravede sempre una possibilità: la gentilezza che fa riscoprire il lato più vero, la parte più sensibile di noi e muta l’orrore in fratellanza, altruismo, umanità. È un inno alla speranza di libertà nel valore della dignità e della solidarietà.

Gli uomini liberi non possono scatenare una guerra, ma una volta che questa sia cominciata possono continuare a combattere nella sconfitta. Gli uomini gregge, seguaci di un capo, non possono farlo, ed ecco perché sono sempre gli uomini-gregge che vincono le battaglie e gli uomini liberi che vincono le guerre.

 

di Mariscara Menenti Savelli

John Steinbeck: l’eredità umana nel romanzo americano (I parte)

“Quando uno dice di non voler parlare di qualcosa, di solito vuol dire che non può pensare ad altro.”

John Steinbeck, uno degli scrittori più influenti, prolifici e amati della letteratura americana del XX secolo, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1962, nasce a Salinas (California) il 27 febbraio 1902 e muore a New York il 20 dicembre del 1968.

La sua opera, caratterizzata da una profonda sensibilità sociale, è segnata da una scrittura realistica, emozionale, evocativa, mentre racconta le vite di persone “comuni”, storie personali, memorie del passato, azioni e pensieri mascherati o eccessivi di una fanciullezza primitiva, la parte più profonda e sensibile di tutti i suoi personaggi.

Temi universali come la lotta per l’affermazione della dignità umana, della giustizia sociale e della ricerca del senso di appartenenza, servono a Steinbeck per far riflettere sulle tante contraddizioni della società americana, sulle condizioni di vita e di lavoro, focalizzandosi spesso su un preciso momento storico e sociale: quello della Grande Depressione del 1929.

Temi ancor oggi attuali, capaci di trascinare il lettore attraverso atmosfere altre, nelle cui dinamiche è facile rispecchiarsi. E che rendono lo scrittore un genio della contemporaneità. È ciò che accade in “The Grapes of Wrath”.

Furore (The Grapes of Wrath)

“Le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro. E le imprese e le banche stavano scavandosi la fossa con le loro stesse mani, ma non se ne rendevano conto. I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. […] Le grosse industrie non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile.” (da Furore)

La copertina di The Grapes of Wrath nella prima edizione del 1939.

“The Grapes of Wrath” (che esce in Italia con il titolo “Furore”), pubblicato per la prima volta nel 1939, è uno dei capolavori dello scrittore americano, un romanzo potente sulla Grande Depressione e sulla migrazione di massa dei lavoratori agricoli dalla Dust Bowl verso la California. La narrazione segue le vicende della famiglia Joad, alla ricerca di una nuova vita nella “terra delle promesse”, dove tutto sembra possibile, dove le sfide economiche, sociali e umane diventano il centro di un racconto epico.

Attraverso una prosa percettiva che acutizza una critica sociale puntuale e attenta, Steinbeck cattura la disperazione e la speranza del popolo americano durante uno dei periodi più difficili della storia del paese.

Uomini e Topi (Of Mice and Men)

Due anni prima, Steinbeck aveva scosso i lettori con “Of Mice and Men”, ancora oggi il suo romanzo più famoso.

 

“Of Mice and Men” (Uomini e topi), esce a Londra nel 1937 e viene tradotto per la prima volta in Italia da Cesare Pavese (che però epura dalla versione originale molti termini del parlato popolare, considerati troppo espliciti o addirittura triviali). Il titolo del romanzo è tratto dal verso di una famosa poesia di Robert Burns: “To a Mouse, on Turning Her Up in Her Nest with the Plough”, conosciuta anche semplicemente come “To a mouse”.

Anche questo romanzo breve è ambientato durante la Grande Depressione, e racconta la storia di una profonda amicizia tra due uomini, George e Lennie, che cercano lavoro nei campi della California.

Qui Steinbeck esplora temi a lui cari, come la solitudine (quasi mai un valore quanto una condanna), il peso della disabilità e della responsabilità, dove il sogno americano viene vissuto attraverso il travaglio fisico e interiore dei suoi protagonisti, quasi sospesi in un limbo emotivo, vulnerabili, esposti.

La Valle dell’Eden (East of Eden)

Del 1952 è invece “East of Eden” (La Valle dell’Eden), considerato il capolavoro assoluto di Steinbeck.

“East of Eden” (il cui titolo non è altro che l’incipit del monologo di apertura del Riccardo III di Shakespeare) è la storia di un’epopea, che abbraccia le generazioni di due famiglie emigrate in California (gli Hamilton e i Trask), per un periodo che va dalla Guerra Civile alla Prima Guerra Mondiale.

Il romanzo ha il suo focus sulle vicende della famiglia dominante, i Trask, ispirate all’episodio biblico di Caino e Abele (nel romanzo i due fratelli sono Caleb e Aron), in cui il concetto di libero arbitrio, di predestinazione e di lotta tra il bene e il male ispirano una narrazione ricca di simbolismo, in cui Steinbeck riesce ad offrire, anche grazie a personaggi complessi e tormentati, una visione profonda della condizione umana e delle sue contraddizioni.

L’Inverno del Nostro Scontento (The Winter of Our Discontent)

The Winter of Our Discontent (L’inverno del nostro scontento) esce nel 1961, esattamente un anno prima del conseguimento del premio Nobel.

È una riflessione profonda e complessa sui temi dell’ambizione, della moralità e della corruzione nella società americana del dopoguerra. Ambientato nella cittadina immaginaria di New Baytown, situata sulla costa orientale degli Stati Uniti, durante la fine degli anni ’50, narra la vita, i problemi, le difficoltà di una piccola comunità, analizzata come fosse un microcosmo della società americana, evidenziando le tensioni sociali e le lotte individuali di ciascuno dei personaggi.

Il conflitto interiore del protagonista Ethan Hawley, discendente di una antica famiglia di balenieri, un uomo di mezza età che lavora come commesso in un negozio di alimentari che un tempo era di sua proprietà, mette in evidenza la crudele e lacerante lotta tra il suo desiderio di migliorare socialmente ed economicamente e i suoi ideali etici e morali.

Steinbeck esplora così il mondo della corruzione tanto radicato nella società americana da costituirne il midollo più resistente, evidenziato attraverso l’analisi e la riflessione sul “cancro” dell’avidità e del materialismo e di come questi siano in grado di avvelenare anche i valori più solidi.

L’uso della narrazione in terza persona permette allo scrittore di osservare e descrivere i pensieri e i sentimenti dicotomici che caratterizzano il conflitto interiore di Ethan e degli altri personaggi.

L’eredità dello scrittore

I romanzi di Steinbeck hanno lasciato un’impronta indelebile nella letteratura americana e internazionale, grazie a quella capacità di catturare la complessità dell’essere umano e di trasmetterla al lettore con un periodare a volte lento, a volte concitato, ma sempre evocativo, fortemente emozionale e realistico, come quando affronta il problema della degenerazione sociale e delle disuguaglianze economiche tra lavoratori agricoli migranti e i grandi proprietari terrieri o le corporazioni senza scrupoli.

 

Si mette in discussione il mito del sogno americano, il sistema economico ingiusto e perverso che costruisce trappole intorno agli uomini e li costringe in una spirale di povertà e disperazione.

Una critica aspra e mai in sordina, in cui la perdita dei valori morali, dei principi cardine di una società civile, vengono imputati a quelle élite economiche e politiche che da molti sono osannate come il vero traino della potenza americana.

“Terribile è il tempo in cui l’uomo non voglia soffrire e morire per un’idea propria, perché questa unica qualità è fondamento dell’uomo, e questa unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’Universo.” (da Furore)

Così nei suoi scritti la perdita dell’identità e spesso della dignità umana, assumono un ruolo cardine per raccontare gli strappi e le ferite della psiche individuale e di come queste incidano pesantemente sulla società nel suo insieme. Abbandonare, rinunciare ai propri sogni, a tante speranze, rende vulnerabili, ci priva di una identità, a meno che non sia quella collettiva, aumentando il senso di impotenza e disperazione: “Vindica te tibi” sembra così suggerire un laconico Steinbeck.

“Possiamo essere fieri di non importa cosa se è tutto quello che si ha.” (da La Valle dell’Eden)