Tra industria e vita

I semi rappresentano un patrimonio inestimabile di diversità biologica. Considerati “bene comune” fino al XIX secolo, la loro capacità di riprodursi e propagarsi in maniera indipendente è oggi minacciata dal mondo dei brevetti

I semi delle principali materie prime agricole, di materie tessili e legnami sono tutt’oggi custodi e diffusori del germe della vita? Sono essi in grado di riprodursi e propagarsi in maniera indipendente, così come avvenuto per centinaia di migliaia di anni?

Nell’ultimo secolo, il mondo delle sementi ha subito un radicale mutamento. E i fattori legati a questa rivoluzione vanno ricercati nella storia americana a partire dal 1900 e nell’estensione dell’applicabilità dei brevetti dall’area industriale a quella degli esseri viventi.

Il seme racchiude in sé non solo il germe della vita ma anche milioni di anni di tradizioni, culture, caratteristiche dell’ecosistema in cui ha vissuto e si è sviluppato, risultati di selezioni naturali dettate da eventi climatici, carestie e patologie vegetali: millenni di storia che gli hanno permesso di arrivare a noi oggi, così come lo vediamo. Esso rappresenta un patrimonio inestimabile per la diversità biologica del pianeta.

Fino al diciannovesimo secolo, i semi erano considerati beni comuni.

Gli agricoltori si adoperavano per conservare e selezionare le piante più vigorose e resistenti per poterle utilizzare nelle semine successive, affinché fossero in grado di sopravvivere in caso di periodi climatici estremi, quali siccità o inverni rigidi, o improvvise malattie o attacchi parassitari. Tutto ciò era di vitale importanza soprattutto nelle comunità che basavano la propria economia e sopravvivenza sui raccolti stagionali. Per favorire queste attività, l’USDA (il dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti fondato nel 1862) destinava ogni anno un terzo del proprio budget alla raccolta e distribuzione dei semi agli agricoltori del territorio americano: si pensi che nel 1879 vennero distribuiti gratuitamente più di un miliardo di pacchetti di semenze (nel primo censimento del 1890 gli abitanti degli Stati Uniti erano pari a circa sessantatré milioni: il che significherebbe circa sedici pacchetti di semi a testa).

Qualche anno più tardi, nasceva l’ASTA (associazione americana per il commercio dei semi): la prima organizzazione a investire privatamente nella ricerca in questo settore, con l’obiettivo di migliorare le qualità nutrizionali e di resistenza dei semi per poi rivenderli agli agricoltori, i quali, a loro volta, continuavano a essere liberi di conservarli, ed eventualmente rivenderli. Ma parallelamente alla crescita esponenziale di questo mercato, emergeva da parte dei privati la necessità di proteggere il loro lavoro e le risorse impiegate per il miglioramento delle semenze.

Venivano così emanate le prime leggi in materie di brevetti (definite PPA, Plant Patent Act, e PVPA, Plant Variety Protection Act) atte a tutelare le invenzioni di nuove varietà di seme: da un lato, con lo scopo di offrire all’agricoltura gli stessi benefici del sistema dei brevetti dell’industria, dall’altro per incentivare gli investimenti dei privati nel miglioramento genetico delle piante e il progresso della biotecnologia. Stando a queste leggi, gli agricoltori non potevano intraprendere personali programmi di miglioramento genetico nei semi acquistati ma rimanevano liberi di continuare a salvarli senza farne speculazione, ovvero solo in quantità sufficiente per i campi di loro proprietà.

Far rispettare queste condizioni non era semplice, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, la cui rapida crescita demografica richiedeva coltivazioni sempre più estese.

L’avvento dei semi terminatori

Così, nel 1998, su pressione di una delle maggiori società che al tempo controllavano questo mercato, la Monsanto, e grazie alla collaborazione tra USDA e la Delta and Pine Land Company, nasceva il metodo del “seme terminatore”: una tecnologia brevettata secondo la quale, modificando i geni dei semi direttamente a partire dalle sequenze del DNA, si garantiva che le successive generazioni fossero “sterili” e non potessero riprodursi in maniera autonoma.

Lo scopo di questa scelta era proteggere gli onerosi investimenti in ricerca sui prodotti di ingegneria biologica, per poter sviluppare sementi sempre più innovative e vantaggiose per il nutrimento della popolazione. Ma, di contro, questi geni “terminatori” rendevano obsoleto il metodo tradizionale di conservazione dei semi e, senza la capacità dell’agricoltore di alterare le proprie sementi al variare delle condizioni ambientali, le risorse dei privati sarebbe state in grosso pericolo e destinate ad esaurirsi.

Tuttora, coloro che non possono permettersi di acquistare semenze stagionalmente, come accade nei paesi in via di sviluppo, vengono penalizzati da un tale mercato ed è ancora attuale, a livello mondiale, il diverbio tra chi sostiene che non dovrebbero esserci brevetti sui semi e chi li ritiene necessari per proteggere l’investimento delle industrie allo scopo di migliorarne caratteristiche e qualità.

Se da un lato, infatti, questi brevetti sono stati importanti per favorire lo sviluppo dei semi, è fondamentale ricordare che, affinché questi miglioramenti siano realmente efficaci, dovrebbero essere a disposizione di chi ne abbia bisogno, in particolare quei paesi che vivono di agricoltura.

Inoltre, la propagazione di determinate specie brevettate non dovrebbe in alcun modo andare a discapito della biodiversità delle colture: il rischio è di impoverire i terreni e di perdere irreversibilmente un grande patrimonio del pianeta, vedendo scomparire migliaia di varietà antiche che arricchiscono la nostra esistenza e la varietà del cibo che portiamo sulle nostre tavole.

Parallelamente alla gestione dei brevetti, è fondamentale ridare libero arbitrio e spazio alle piccole e medie imprese e agli agricoltori, per portare avanti le conoscenze tramandate nelle generazioni. Nonché la possibilità di selezionare gli antichi semi, come si faceva in passato. E questo non solo per farli rientrare nel mercato, ma anche per salvaguardare il patrimonio genetico che ci è stato offerto dalla Natura e ripristinare, per quanto possibile, un equilibrio nella coltivazioni tramite la reintegrazione della policoltura.

 

 

 

Leggi anche: Piante e futuro, le domande fondamentali

Ecologia: due prospettive da conoscere

Ecologia: due prospettive da conoscere. L’ecologia è una scienza i cui obiettivi e indirizzi si sono grandemente evoluti e modificati nel tempo, passando da un approccio antropocentrico alla valorizzazione dei sistemi complessi che mettono in relazione tutti gli esseri viventi. Due prospettive in particolare hanno giocato un ruolo chiave in questo cambio di paradigma: la teoria di Gaia e la filosofia della Deep Ecology (in italiano Ecologia Profonda). Vediamole insieme.

  • Teoria di Gaia

Non è un caso che questa teoria riprenda il nome dalla Dea della primordialità dell’antica mitologia greca. La teoria di Gaia, infatti, sostiene l’esistenza di equilibri basati su un “metabolismo della vita”, capace di regolare e autoregolarsi.

Ecologia: due prospettive da conoscere. Secondo la teoria di Gaia la biosfera sarebbe regolata da un unico super organismo capace di autoregolarsi, modificando le condizioni ambientali in base alle necessità. Con il fine ultimo di sostenere la vita sul pianeta.

Questa rete di interazioni equilibratrici si sarebbe sviluppata in un aumento costante di complessità e di valore nell’arco di diverse ere. La vita e il pianeta terra si sarebbero dunque evoluti insieme.

In effetti, è l’interazione tra miliardi di microbi e esseri viventi ciò che consente il mantenimento dell’atmosfera così come la conosciamo. Le sue stesse regole sono frutto di milioni di anni di evoluzione, stravolgimenti geologici, aggiustamenti necessari nella chimica dell’atmosfera. Questi cambiamenti sono strettamente legati alle popolazioni di viventi che abitano la terra, al loro numero e alle loro dinamiche di sopravvivenza.

I batteri, in particolare, costituirebbero una garanzia di equilibrio a lungo termine: organismi dalla popolazione quasi illimitata, in grado di modificarsi rapidamente e di “aggiustare” situazioni apparentemente compromesse (persino in condizioni di inquinamento chimico o nucleare).

Ecologia: due prospettive da conoscere. Il suolo è una risorsa preziosa e non rinnovabile proprio in virtù dei complessi meccanismi che concorrono alla sua formazione. In questo processo, i batteri svolgono un ruolo fondamentale. La nostra catena alimentare, senza di loro, sarebbe irrimediabilmente compromessa.

I batteri sono organismi che, non dimentichiamolo, vivono e prosperano ovunque. Sono responsabili di meccanismi indispensabili per la nostra salute e per la salute del cibo che ingeriamo. Trasferiscono informazioni genetiche svolgendo un ruolo fondamentale nell’evoluzione. Riciclano i rifiuti di altri esseri viventi. Insomma, regolano i cicli globali da cui dipendono tutte le altre forme di vita, animale e vegetale.

La teoria di Gaia fu elaborata per la prima volta dallo scienziato inglese James Lovelock nel 1979 ed è stata, da allora, ampiamente dibattuta e criticata.

Ora sembra trovare conferma nei più recenti studi sull’ecologia dei sistemi e, ancor di più, nelle ricerche sul ruolo del microbioma.

I batteri: alleati indispensabili anche per la salute umana.

Gli studi sul microbioma dimostrano che i batteri, in particolare quelli presenti nel nostro intestino, sulla superficie della nostra pelle e sulle mucose, influenzano non solo la nostra salute, aiutandoci a prevenire tumori e infezioni, ma persino la nostra psiche. In che modo? Modulando il sistema ormonale (alcuni batteri emettono “molecole segnale”, al pari di neurotrasmettitori e ormoni) e influenzando umore e pensieri. Essi svolgono, dunque, un ruolo regolatore ben più ampio di quanto in precedenza immaginato.

In quest’ottica, la Teoria di Gaia ha trovato nuova linfa vitale.

  • Ecologia profonda

L’ecologia profonda (in inglese deep ecology) è una filosofia che mette al centro la visione ecocentrica, facendo dell’etica ambientale il suo focus fondamentale. In netto contrasto, quindi, con una visione antropocentrica ed egocentrica, che ha sempre messo al centro i bisogni umani rispetto a quelli di altre specie e ha promosso un’idea di progresso basata sul dominio, anche a costo di compromettere la salute degli ecosistemi.

Il termine fu coniato dal filosofo norvegese Arne Næss nel 1973.

Ecologia: due prospettive da conoscere. La Deep Ecology si basa su una visione ecocentrica, rimette al centro delle discussioni sull’ambiente la natura stessa, unendo spiritualità, attivismo, promozione di obiettivi basati sulla qualità della vita e non sul PIL, con una forte critica al modello economico capitalista.

La deep ecology sostiene che la vita (umana e non-umana) abbia di per sé un valore intrinseco.

La biodiversità merita di essere difesa al di là delle logiche di convenienza e sfruttamento. Di fatto, l’attuale interferenza delle attività umane con il resto del mondo naturale si è spinta troppo in là.

Una transizione ecologica reale delle nostre economie dovrebbe perciò puntare su meccanismi virtuosi di decrescita, in netto contrasto con la concezione capitalista basata su bisogni indotti, progresso a tutti i costi e consumismo.

Poiché in natura tutto è collegato, non esiste possibilità di uno sviluppo infinito, squilibrato e incontrollato delle economie umane, se non a costo di una compromissione seria del sistema e delle nostre possibilità di sopravvivenza. Gli uomini, insomma, non hanno alcun diritto di impoverire la ricchezza del pianeta, al solo scopo di soddisfare i propri egoismi.

L’ecologia profonda domanda un ritorno ai bisogni reali dell’umanità: amore e affetti, senso di comunità, creazione artistica e ricerca spirituale. Spostando l’attenzione dai beni materiali alle relazioni.

Ecologia: due prospettive da conoscere. Per l’Ecologia Profonda la felicità è da ricercarsi al di fuori dagli schemi di competizione, sfruttamento, consumo e profitto.

La Deep Ecology promuove il minimalismo e una riduzione reale (lontana, perciò, dalla propaganda greenwashing dalla quale siamo invasi) del nostro impatto sul pianeta. Ci invita, insomma, a tornare a focalizzarci su un’autentica sostenibilità e sul benessere psicologico e sociale degli individui e delle comunità.

 

 

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Anna Stella Dolcetti si è formata in Economia e Management presso la Luiss Business School, specializzandosi in Green Marketing all’Imperial College di Londra. Scrive di ambiente, economia e sostenibilità per riviste e quotidiani nazionali. Laureata in Lingue e Culture Orientali, è insegnante di Yoga certificata Yoga Alliance RYT-500

Che cos’è il Green Marketing?

Che cos’è il Green Marketing?

In molti lo confondono con il Greenwashing. Ignorando, invece, che il Green Marketing nasce grazie alle pressioni dei movimenti ambientalisti degli anni 70. Esso presenta caratteristiche e strumenti ben diversi da quelli utilizzati dal suo “gemello cattivo” greenwashing. Facciamo chiarezza. 

Dopo aver visto l’ultima campagna di una nota associazione ambientalista fare riferimento al Marketing Green come sinonimo di Greenwashing ho creduto necessario tornare sull’argomento. L’utilizzo improprio del termine è paradossale se si pensa che nella storia del Green Marketing figurano grandi nomi dell’ambientalismo mondiale, come Gro Harlem Brundtland (che oltretutto fu a lungo impegnata anche sul fronte femminista). Esso nasce, infatti, con la volontà di portare il dibattito etico all’interno delle strutture economiche capitaliste, fino ad allora votate soltanto alla crescita ad ogni costo. Ne avevo già parlato in un mio articolo del 2019, che trovate qui. 

Negli ultimi decenni il termine “Green Marketing” è stato spesso utilizzato in modo improprio. Un uso che ha contribuito a sminuire gli sforzi di chi ha fatto dell’impegno verso la sostenibilità una missione. Riappropriamoci, allora, del corretto utilizzo del termine e dei valori connessi alla fondazione di questa disciplina. Recuperando tutto quanto di buono e utile per il pianeta possiamo trarne. 

Che cos’è il Green Marketing? 

Green Marketing è un termine ombrello che abbraccia strategie e strumenti volti al design e alla promozione di prodotti sostenibili, sia a livello sociale che ambientale. La nascita di questa disciplina va a braccetto con l’avvento del concetto di “sviluppo sostenibile”. 

Green Marketing: John Grant è tra i maggiori esponenti della disciplina.

Che cos’è il Greenwashing?

Con Greenwashing si intende un insieme di tecniche volte a ingannare il consumatore, facendo percepire un determinato prodotto o servizio come sostenibile (o più sostenibile di quanto esso sia realmente). Propagandando, cioè, falsi vantaggi per la salute del pianeta, delle persone o delle società. In Italia per Green Washing un’azienda può finire in tribunale e essere condannata per pubblicità ingannevole (come accaduto a Gorizia, lo scorso Febbraio). 

In che cosa Green Marketing e Greenwashing sono diversi?

Il Green Marketing è una scienza sociale che ha come obiettivo quello di generare sostenibilità, conciliando gli obiettivi di crescita con il benessere delle persone e del pianeta. Se il Greenwashing si pone come obiettivo il mettere in piedi un inganno (e l’attenzione del green washer è dunque tutta puntata sul manipolare la mente del consumatore), il green marketer concentra invece i suoi sforzi virtuosi sulla creazione di prodotti e servizi il cui impatto sia ridotto o nullo, studiando a fondo materiali, strategie, opzioni e processi “verdi”, che facciano bene a chi consuma e a chi produce (curandosi, ad esempio, dei diritti dei lavoratori e delle comunità di produttori, riducendo gli sprechi, eliminando le materie plastiche dai packaging, mettendo in piedi strategie circolari).

Nel Green Marketing il design etico del prodotto, che deve essere sostenibile e a basso impatto lungo tutto il suo ciclo di vita, è punto di partenza e condizione imprescindibile. La comunicazione arriva dopo.

Nel Green Marketing il prodotto/servizio è “green by design”, ovvero verde per definizione – o verde o nullo. Intorno al prodotto o al servizio, che deve essere sostenibile, pulito, trasparente e dall’impatto positivo, ruotano tutte le attenzioni del marketer etico. 

A cosa serve il Green Marketing?

L’attenzione nei confronti delle tematiche legate alla sostenibilità è cresciuta negli ultimi decenni. La consapevolezza sull’impatto dei propri acquisti (unita alle eco-ansie) spinge sempre più persone a privilegiare prodotti “eco”, “green” o “naturali”.

Purtroppo, a servirsi di strategie di marketing pervasive sono soprattutto i grandi gruppi multinazionali. Il Greenwashing (ovvero strategie di Green Marketing “snaturate” in quanto prive dei fondamentali presupposti etici), è utilizzato come strumento per aumentare i profitti. E ottiene spesso grande successo nel confondere il consumatore.

Non a caso un recente sondaggio condotto nel Regno Unito, che ha coinvolto oltre mille persone, ha prodotto un curioso risultato: secondo il campione le aziende di retail più sostenibili sarebbero Amazon, H&M e Primark. Lasciamo al lettore le dovute conclusioni (qui come esempio un approfondimento del Guardian sull’impatto sociale e ambientale di Amazon nel 2022). Il dato, comunque, almeno sulla cecità dei consumatori, sembra parlare chiaro.

Tutto questo è avvenuto anche a causa di una “demonizzazione” del marketing in sé e per sé. Dobbiamo riappropriarcene come strumento di design e di comunicazione efficace.

È molto importante che i piccoli produttori, imprenditori e associazioni del mondo green sappiano come comunicare al meglio il proprio valore. Il Green Marketing si rivolge proprio a loro. 

Il marketing etico valorizza le persone e la natura dietro i prodotti.

Conoscere il Green Marketing, infine, come consumatori, ci aiuta a riconoscere i prodotti davvero etici e sostenibili, e ad arginare così il fenomeno del Green Washing, evitando di cadere in trappola.

Quali sono alcuni esempi di Green Marketing? 

I prodotti e le campagne delle imprese del biologico e del biodinamico, il design del merchandising delle associazioni ambientaliste e le loro campagne di raccolta fondi. I prodotti e le campagne dei consorzi equosolidali. La strategia social del turismo responsabile e solidale. Sono tutti esempi di messa a terra di strategie di Green Marketing. 

Le campagne del Green Marketing non si limitano a presentare il prodotto come sostenibile, bensì forniscono garanzie di conformità a standard di sostenibilità riconosciuti e affidabili.

Agiscono inoltre come vere e proprie campagne di  sensibilizzazione per il consumatore, che viene invitato a informarsi e a comprendere maggiormente cosa si celi dietro ogni acquisto, aiutandolo a evitare di cadere nei tranelli del Green Washing.

Un esempio di Green Marketing: Campagna pubblicitaria dei negozi NaturaSì.

Nel Green Marketing l’etica è il fondamento dell’azione e consumatore e produttore sono vicini, condividono gli stessi valori, che portano avanti producendo o acquistando prodotti e servizi sicuri e trasparenti. 

Non solo tutela dell’ambiente: anche i diritti dei lavoratori sono una tematica centrale nella campagne Green. Un prodotto è sano quando rispetta tutti.

Il Green Marketing è comune anche nelle medie e piccole imprese, dove l’artigianalità del prodotto e l’attenzione alla tutela dei territori e delle risorse è più forte. 

Come riconoscere il Green Washing?

La maggior parte delle campagne di prodotti “verdi” portate avanti da grandi gruppi multinazionali ricade nel greenwashing. Questo perché l’impatto di alcuni grandi gruppi sull’ambiente e sulle società è talmente grande da non poter essere compensato da piccole azioni, che oltre a essere gocce nel mare, vengono utilizzate come “scuse” per “vestirsi” di sostenibilità. I casi più eclatanti riguardano le aziende coinvolte nell’inquinamento da plastica (ad esempio i produttori di acqua o bibite in bottiglia).

Campagna di Greenpeace contro Coca Cola.

Anche i grandi gruppi di fast fashion ricorrono al greenwashing. Pur rappresentando la seconda industria più inquinante al mondo dopo quella del petrolio e la seconda industria per impiego di schiavitù infantile e femminile nella produzione, si servono spesso di “capsule collection”, ovvero collezioni in edizione limitata, prodotte in cotone biologico o in plastica riciclata. Le campagne pubblicitarie dedicate sono spesso un trionfo di multiculturalità, empowerment femminile e bambini che giocano spensierati tra i prati. Il ritorno di immagine è alto, almeno nel consumatore poco attento. La spesa, per la grande azienda fashion, è minima. E può continuare a inquinare in pace. 

Il Greenwashing (e i suoi fratelli Pinkwashing e Socialwashing) spesso adottano strategie sottili e subdole, che rendono difficile anche al consumatore esperto e scaltro accorgersi dell’inganno.

Accade, ad esempio, quando i grandi gruppi progettano e mettono in vendita nuovi brand. Un processo che vede la fondazione di aziende ad hoc, senza che l’affiliazione alla multinazionale madre sia chiaramente esplicitata. E così, il principale produttore di plastica mondiale può mettersi a vendere succhi di frutta “naturali”, con un nuovo nome e una nuova veste grafica accattivante. L’ignaro consumatore li mette nel carrello, senza sapere che sta finanziando un’azienda che magari, su altri prodotti, boicotta. 

Come puntualizza Matt Palmer di Plastics Rebellion – Gruppo appartenente a XR UK (in questo articolo), “Il greenwashing […] è pericoloso: significa che le persone decidono volontariamente – e inconsapevolmente – di supportare il tuo progetto, nella convinzione errata di fare del bene al pianeta”.

 

Il Greenwashing è una “verniciata di verde”, che sotto la superficie si dimostra ben poco sostenibile.

 

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Anna Stella Dolcetti si è formata in Economia e Management presso la Luiss Business School, specializzandosi in Green Marketing presso l’Imperial College di Londra. Scrive di ambiente, economia e sostenibilità per riviste e quotidiani nazionali. Laureata in Lingue e Culture Orientali, è insegnante di Yoga certificata Yoga Alliance RYT-500. 

Rewilding: ridisegnare il rapporto tra essere umano e natura

La sottrazione di aree alla natura selvaggia – nella speranza di riuscire poi a farne a meno – è una caratteristica fondante della nostra civiltà: dai campi coltivati ai pascoli, dalle città alle fabbriche, il nostro sviluppo economico e sociale si è retto finora sulla nostra capacità di riorganizzare, modificare e alterare gli spazi naturali, ovvero di renderli funzionali alle attività umane, controllando e confinando le espressioni più selvagge della natura. Questo processo ha un nome: antropizzazione. Ma alla luce della crisi ambientale che stiamo vivendo è lecito chiedersi: un modello diverso è possibile? Il concetto esiste già: si chiama “rewilding”.

Ma che cos’è il rewilding? 

Il World Economic Forum lo definisce come “l’atto di riportare un’area del pianeta al suo stato originale”, modificando perciò il pensiero tradizionale di controllo e gestione della natura come azione dall’alto, incorporando invece “nuovi elementi di progettazione architettonica o paesaggistica” che concilino le necessità degli esseri umani con quelle degli ecosistemi, con prospettive di sostenibilità a lungo termine.

Non parliamo di tutelare gli “spazi verdi” bensì di permettere alla natura di riappropriarsi di alcuni spazi.

John muir
Rewilding: ridisegnare il rapporto tra essere umano e natura. John Muir, ambientalista e narratore della natura selvaggia.

Il rewilding è un modo per ridisegnare il rapporto tra noi e la natura.

La natura di cui abbiamo bisogno, infatti, non è quella di un curato prato all’inglese: perché i meccanismi di autoregolazione funzionino, perché gli insetti impollinatori facciano il loro lavoro e non si assista al prevalere di una specie sull’altra, abbiamo bisogno di una “natura autentica”. Si tratta di una visione volta al reale ripristino degli ecosistemi, la quale non può che prevedere che sia l’uomo a fare un passo indietro. Il nuovo paradigma richiede saggezza e analisi per giungere alla riduzione degli sprechi e del proprio impatto ambientale. Occorre ridisegnare un modello nuovo.

 

Rewilding: ridisegnare il rapporto tra essere umano e natura. Il rewilding ha come obiettivo quello di ispirare e motivare le persone a restaurare gli ambienti e i processi naturali.

Un’assunzione di responsabilità che dallo scorso Febbraio ritroviamo anche in Costituzione: innanzitutto nel comma all’articolo 9, in cui si ribadisce che la Repubblica si impegna a tutelare l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi (questi ultimi due termini sono particolarmente significativi, in quanto rimandano alla “natura autentica” di cui sopra), anche nell’interesse delle future generazioni. Ma anche negli incisi all’articolo 41, i quali, in relazione all’iniziativa economica, ribadiscono che essa non possa svolgersi recando danno all’ambiente. Poche, semplici parole che costituiscono una svolta epocale. A patto, però, che a queste segua la reale adozione di modelli innovativi.

Non è un progetto che si possa improvvisare: perché il rewilding sia sostenibile, sicuro e vantaggioso, occorre un approccio scientifico e il coinvolgimento di tutti gli attori locali. Ma con quali vantaggi?

Secondo l’IUCN il rewilding è un asset fondamentale nella lotta al cambiamento climatico: aumenta lo stoccaggio di CO2 e protegge inoltre le popolazioni dai rischi legati agli eventi climatici estremi.  Si registra anche un impatto positivo significativo “sulla salute umana, in particolare per gli abitanti delle città con meno accesso agli spazi esterni”.

A differenza di quanto si potrebbe pensare, inoltre, esso rappresenta anche un’efficace misura contro il rischio zoonosi. Uno studio del 2021 apparso su Restoration Ecology mette in luce come il ripristino di ecosistemi perduti, anche in città, debba essere considerato come un vero e proprio imperativo in quanto “servizio reso alla salute pubblica”: non solo un ecosistema in salute si “autoregola”, tenendo lontani i virus, ma ci permette anche di attuare “contromisure ecologiche”, utili a ridurre i microrganismi circolanti e i loro vettori (come studiato per il patogeno responsabile della malattia di Lyme, il batterio Borrelia, in Giappone).

Per creare un nuovo “patto di sostenibilità” occorre però un cambio di paradigma. Significa infatti “riappacificarsi” con la natura, lasciandole i suoi spazi e godendone, imparando a far sì che non si debba più scegliere “tra noi e lei”.

La natura, anche in città, promuove il nostro benessere psico-fisico.

 

Anche la Royal Swedish Academy of Science ha di recente ribadito che la transizione verso nuovi sistemi è qualcosa che richiede più di un semplice sforzo: è una svolta di prospettiva radicale nella nostra concezione della relazione uomo-natura. Si tratta, in effetti, di saldare una frattura (che è tale sia in quanto percepita, sia perché legata ai nostri modelli di organizzazione); un passaggio che però, nell’era dei cambiamenti climatici e delle minacce ambientali, potrebbe davvero fare la differenza.

Rewilding vuol dire felicità. Esso ha infatti, più indirettamente, numerosi effetti positivi sul raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità e di pace sul nostro pianeta: più viviamo a contatto con la natura, più ce ne sentiamo parte e più ci attiviamo per la sua salvaguardia. Il contatto con l’ambiente sviluppa le nostre visioni sistemiche e ci rende più consci della necessità di cooperare tra comunità umane.

La natura è fonte di creatività e ispirazione. Servizi ecosistemici di incalcolabile valore.

Uno studio pubblicato su Applied Research in Quality of Life lo scorso aprile conferma infatti i dati raccolti nel corso di una famosa ricerca dell’Università dell’Illinois condotta alla fine del decennio scorso: non solo “gli individui con una migliore relazione con la natura sono più inclini ad adottare uno stile di vita sostenibile” ma da questa relazione traggono anche benefici maggiori, che si traducono in livelli di benessere generale più elevati, di felicità e qualità delle relazioni con gli altri statisticamente migliore.

Una lezione che, alla luce dell’esperienza pandemica e di quanto stiamo vivendo in queste settimane, non possiamo permetterci di dimenticare.

Johan Robinson, a capo dell’unità dedicata alla biodiversità nel Global Environment Facility del programma UNEP, ha dichiarato:

il COVID-19 ci ha insegnato che la vita sulla terra è interconnessa. Come specie dominante nella rete delle interazioni abbiamo la grande responsabilità di agire operando le scelte più giuste.

La salute del nostro ambiente è influenzata dalle nostre azioni, che ce ne ricordiamo o meno, con tutte le conseguenze e le responsabilità che questa posizione comporta.

 

Salute del pianeta e salute umana sono strettamente correlate.

La nostra salute e le nostre economie (in una parola, la nostra sopravvivenza) dipendono dalla qualità della relazione che siamo capaci di tessere con la natura e con le altre comunità umane, oltre le semplici visioni meccanicistiche di sfruttamento.

Un nuovo patto di pace passa anche da qui.