Hanami, intreccio di cultura e bellezza

Con una storia lunga più di milleduecento anni, l’“Hanami” (composto dalle parole HANA che significa “fiori” e MI che significa “guardare”), è uno dei festival di fioritura più antichi nel mondo, simbolo delle tradizioni più classiche e documentate del Giappone.

Grazie all’osservazione scientifica dei tempi di fioritura dei ciliegi, è possibile ottenere informazioni preziose circa l’effetto della variazione di temperatura e clima sulla trasformazione di queste piante (ne esistono, solo nel Paese del Sol Levante, oltre seicento specie) e sulla moltitudine di ambienti nei quali la loro vita e quella degli esseri umani si intreccia con quella dei mammiferi e delle creature che agiscono come impollinatori.

I ciliegi divengono così non solo strumenti di bellezza e contemplazione, ma anche preziose risorse per comprendere la trasformazione e lo sviluppo degli ecosistemi.

Una donna coglie un ramo di ciliegio, in un dipinto su seta di Mihata Joryu (1700 ca).

I fiori di ciliegio hanno un profondo legame con la storia, la cultura e l’identità del Giappone.

Fin dal periodo Nara (710-794), secondo lo Shintoismo (la religione più antica del Giappone), si riteneva che i ciliegi ospitassero i “Kami”, termine che viene tradotto come “ciò che sta al di sopra della condizione umana” e quindi identificato con il concetto di divinità. I kami erano associati a elementi della natura, come montagne, cascate, rocce o alberi. Gli abitanti del tempo credevano che le divinità della montagna si trasformassero nei Kami del riso (da sempre risorsa vitale per la popolazione giapponese), metamorfosi che avveniva solo quando i petali dei fiori di ciliegio si staccavano dal ramo e toccavano il suolo.

La prosperità del raccolto veniva propiziata ponendo ritualmente cibo e sakè ai piedi degli alberi. Da questa tradizione potrebbe derivare lo stesso termine SAKURA (che significa “bocciolo di ciliegio”) il quale potrebbe essere nato dalla fusione delle parole SAKU, “fiorire”, e KURA, “magazzini in cui veniva conservato il riso”.

Petali di ciliegio e guerrieri coraggiosi

Nell’anno 812 venne istituito il primo Hanami nel giardino Shinsen-en di Kyoto e sulle colline circostanti: il ciliegio divenne simbolo del potere imperiale, ispiratore di poesie e oggetto di contemplazione per la classe guerriera dell’epoca, i samurai. Furono loro, infatti, a consolidare il rito della contemplazione della fioritura.

Una rappresentazione dell’hanami nel periodo Edo, nel dipinto di Utagawa Hiroshige II (1859).

Esposti al pericolo costante di perdere la vita, i guerrieri si lasciavano ispirare da quella fioritura di breve durata, quale simbolo di una esistenza sì incantevole, ma incerta e transitoria, che accomuna tutti gli esseri viventi. I fiori dei ciliegi hanno infatti petali estremamente sottili e fragili ma allo stesso tempo forti e in grado di resistere al forte vento e alla neve.

Un samurai contempla la natura e sembra fondersi con essa, in un pannello dipinto dell’artista Ogata Gekko (1900 ca).

A riprova dello stretto rapporto tra i samurai e la fioritura dei ciliegi,  un antico proverbio giapponese recita: “Tra i fiori, (il migliore è) il ciliegio; tra gli uomini, (il migliore è) il guerriero”. 

È proprio grazie all’importanza attribuita per secoli a questo evento, che sono giunte a noi innumerevoli testimonianze, attraverso dipinti e scritture sin dal IX secolo.

La celebrazione del festival della fioritura dei ciliegi in un dipinto di Kitao Shigemasa (1770 ca).

Le fioriture e i cambiamenti climatici

Proprio grazie a questi documenti, i governi locali, i meteorologi e i botanici sono in grado, ancora oggi, di studiare l’evoluzione e la variazione della tempistica delle fioriture: si pensi che solo nel territorio di Kyoto si hanno a disposizione testimonianze di feste dei fiori che ripercorrono oltre mille anni di storia.

La data di celebrazione viene determinata alcuni giorni prima del picco di fioritura, che dura al massimo quattro giorni.

In uno studio condotto nel 2008 dai due scienziati Y.Aono e K.Kazui, sono stati raccolti settecentotrentadue documenti dal IX secolo in avanti, rendendo questo assortimento il più ampio e completo della fenologia (ovvero quella parte dell’ecologia che studia i rapporti tra i fattori climatici e la manifestazione stagionale di alcuni fenomeni della vita vegetale, quali la germogliazione, la fioritura, la maturazione dei frutti, la caduta delle foglie).

In questo studio è emerso che a partire dagli anni ‘80 si sono presentati tempi di fioritura precoci rispetto a qualsiasi altro periodo, fino ad arrivare a una media di sette giorni di anticipo. Le temperature rilevate dimostravano come il 2008 sia stato in assoluto l’anno più caldo. Allo studio è seguito un monitoraggio dell’Università di Osaka, che ha confermato il trend nell’area di Kyoto analizzando i dati fino al 2021. 

Il trend di fioritura a Kyoto.

Già nel 1990, lo studioso Y. Aono aveva pubblicato un altro articolo scientifico in cui spiegava come la fase di fioritura a Kyoto fosse stata fortemente influenzata dall’effetto del calore urbano, un incremento della temperatura legato in particolare alla rimozione di alberi e alla loro sostituzione con opere quali strade, parcheggi ed edifici.

Egli notò come, nelle località vicine a Kyoto, Osaka e Tokyo, e nelle rurali limitrofe, fino agli ‘50 i festival dei fiori avvenissero in periodi quasi simultanei.

Tuttavia, nei successivi decenni, i tempi di fioritura nei siti urbani cominciarono a divergere rispetto alle zone rurali, arrivando ad anticipare, negli anni ‘80, di 4-5 giorni la fioritura nel centro di Kyoto e Osaka, rispetto alle zone agricole.

Anche lo studio condotto da C. Parmesan e G. Yohe, nel 2003, dimostrava come l’aumento delle temperature e il cambiamento delle precipitazioni avessero effetti rilevabili sulle specie e su interi ecosistemi: emergeva infatti come la distribuzione di molte piante e animali si stesse spostando verso altitudini più elevate e come piante e uccelli anticipassero la primavera.

L’hanami 2023 a Koriyama, in uno scatto di Kentaro Toma su Unsplash.

Se questo fenomeno dovesse protrarsi, il rischio che gli ecologi paventano è che le specie cambino la loro fenologia a ritmi diversi, andando così a creare dei disallineamenti ecologici. Ovvero, alcune specie potrebbero non avere più risorse per sopravvivere o riprodursi al momento opportuno e naturalmente.

Nonostante la molteplicità di dati disponibili, sono tuttora in corso studi per cercare di comprendere come piante e animali rispondano alle variazioni di temperatura e ai cambiamenti climatici.  Ricerche fondamentali poter elaborare un’ipotesi affidabile sulla direzione dell’evoluzione nei prossimi anni, intercettare e mettere in atto le dovute azioni correttive.

Grazie alla sua conformazione geografica e alla cura delle proprie tradizioni, il Giappone fornisce da più di mille anni una lunga serie di informazioni che possono essere utilizzate a tale scopo. La registrazione delle celebrazioni dell’Hanami ha avuto il privilegio non solo di tramandarne la memoria fino a noi e il significato profondo legato alla riflessione, all’apprezzamento della bellezza e al concetto di impermanenza, ma ha assunto un ruolo fondamentale ed esclusivo nella ricerca scientifica per la comprensione e salvaguardia degli ecosistemi.

 

di Marianna Rozzarin, con approfondimenti a cura di Anna Stella Dolcetti e Mariaclara Menenti Savelli

La Grande Muraglia Verde

La “Great Green Wall” (Grande Muraglia Verde) è un ambizioso progetto di conservazione e ripristino ambientale nel continente africano, che mira a creare una barriera naturale di alberi e vegetazione per contrastare il degrado del suolo e il cambiamento climatico, promuovendo modelli di sviluppo sostenibile. Il progetto, partito 16 anni fa, è al 20% del suo completamento. Tanti passi avanti sono stati compiuti, molto lavoro resta ancora da fare. Ma perché l’impegno verso la realizzazione della GGW è così importante?

La Grande Muraglia Verde

La Grande Muraglia Verde (GGW) è un progetto che nasce come contrasto all’espansione del deserto del Sahara. Nel tempo, gli obiettivi si sono estesi fino a comprendere il ripristino dei terreni degradati e inquinati, il miglioramento della fertilità del suolo, la protezione della diversità biologica e la lotta contro il cambiamento climatico. La GGW coinvolge oltre settemila chilometri di territori, attraversando l’Africa da est a ovest e coinvolgendo una serie di nazioni africane, tra cui Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Sudan, Etiopia, Eritrea, Gibuti e Sudan. Un progetto, dunque, che si rivela importante non solo per l’impatto sociale e ambientale ma anche per il potenziale di coordinamento, scambio e cooperazione in un’area spesso tormentata da conflitti.

L’iniziativa comprende una gamma di attività ad ampio spettro, che spaziano dalla piantumazione di alberi autoctoni alla promozione di metodologie agricole sostenibili, dalla conservazione delle risorse idriche alla sensibilizzazione delle comunità autoctone sull’importanza della tutela ambientale. Oltre a ostacolare l’espansione dei deserti, il progetto aspira a potenziare la resilienza nella sicurezza alimentare, a instaurare nuove opportunità occupazionali, a facilitare l’adattamento ai mutamenti climatici e a promuovere il progresso economico nelle aree interessate.

Le maggiori sfide alla realizzazione

La realizzazione della Great Green Wall affronta numerose sfide: la scarsità di risorse finanziarie, la pressione demografica, il cambiamento climatico e la gestione delle risorse naturali.

In particolare, essa necessita di importanti finanziamenti a lungo termine, non solo per l’implementazione ma anche e soprattutto per la conservazione di pratiche sostenibili. La gestione delle risorse locali – acqua, suolo e altri servizi ecosistemici – si scontra spesso con gli interessi delle big corporations e può incontrare la resistenza di governi, funzionari corrotti, gruppi di potere. Anche per questo il coinvolgimento attivo delle comunità locali resta un elemento cruciale. investire in programmi di educazione e sensibilizzazione è imprescindibile. Occorre, infine, un enorme sforzo di coordinazione e dialogo tra paesi, basato su rispetto reciproco e forti basi etiche. Sebbene le relazioni internazionali siano fondamentali per il successo di un programma come la GGW, non sono infatti da escludere ingerenze e pressioni da parte di entità straniere, le quali possono promuovere o finanziare programmi di sviluppo in cambio di concessioni commerciali e sfruttamento.

Tuttavia, il supporto formale all’iniziativa da parte di governi e istituzioni rimane solido e sono stati compiuti progressi significativi nella realizzazione del piano. Milioni di alberi sono stati messi a dimora e le comunità locali stanno beneficiando dei vantaggi ambientali, sociali ed economici derivanti dal progetto. La grande muraglia verde protegge e accresce la biodiversità, con effetti diretti sul benessere dei territori e delle persone.

Piantare alberi e speranza

In un solo decennio, la regione di Koulikoro in Mali ha perso quasi il 90% delle sue foreste. Il progetto della GGW mira a ripristinare questi ecosistemi perduti, piantando nuovi alberi, proteggendo i superstiti e identificando le specie più resistenti e resilienti. In Etiopia, negli ultimi cinquant’anni, un letale mix di cambiamenti climatici, sfruttamento indiscriminato e inquinamento dei suoli, deforestazione e desertificazione ha provocato un netto peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. Nell’ambito del progetto GGW, l’Etiopia sta puntando tutto su piante forti e a crescita rapida, come l’eucalipto e l’incenso, le quali stanno già migliorando le condizioni dei suoli e la disponibilità di acqua, con conseguenti ripercussioni positive sulle comunità locali (oltre duecentomila persone hanno trovato impiego grazie al ripristino di questi terreni). In Senegal, la necessità di far fronte all’isolamento dovuto alla pandemia di Covid-19 ha portato alla nascita di giardini circolari, i quali garantiscono ai villaggi risorse idriche e alimentari per far fronte ai loro bisogni. Infine, 16 milioni di alberi sono stati piantati in Burkina Faso, come parte del programma GGW.

Questi sono solo pochi esempi dell’impatto che il progetto GGW sta avendo sulle persone e sui territori.

Il ruolo della biodiversità nell’Africa Continentale

L’Africa, culla della civiltà umana, si distingue anche per la sua straordinaria ricchezza di biodiversità. Un mosaico di ecosistemi, habitat e specie uniche coesiste all’interno dei suoi confini geografici, svolgendo un ruolo di profonda importanza per l’equilibrio ecologico, l’evoluzione delle economie regionali e il benessere delle comunità autoctone.

Risorse primarie

La biodiversità costituisce la linfa vitale dell’approvvigionamento alimentare: l’ampia varietà di piante coltivate e spontanee, animali allevati e specie selvatiche rappresenta una risorsa essenziale per la sicurezza alimentare continentale.

Il continente africano si vanta di un’eredità medica millenaria basata sull’impiego di piante e organismi autoctoni. Questi rimedi naturali, tramandati di generazione in generazione, continuano a essere una risorsa di incommensurabile valore per il trattamento di una vasta gamma di affezioni. La biodiversità dell’Africa, dunque, riveste una primaria importanza nella ricerca farmaceutica, potenzialmente contribuendo in modo tangibile all’avanzamento della sanità globale.

Gestione delle riserve idriche e Controllo del Clima

Le regioni naturali dell’Africa, tra cui foreste pluviali e aree umide (bacino del fiume Congo e Africa occidentale), custodiscono importanti risorse idriche, ancor più fondamentali in ambienti dove l’acqua tende a scarseggiare. Questi ecosistemi assorbono inoltre considerevoli quantità di anidride carbonica, contribuendo significativamente alla mitigazione dei cambiamenti climatici globali. La disponibilità di risorse idriche è cruciale per garantire lo sviluppo e il mantenimento di pratiche di agricoltura sostenibile e indipendenza alimentare.

Sostegno all’Economia

Il turismo naturalistico, incentrato sulla fauna selvatica e sui paesaggi naturali, attira turisti da tutto il mondo, generando un indotto significativo per le economie locali. La biodiversità è anche fonte diretta di benessere economico, garantendo cibo e risorse come legname e carta (ma occorre vigilare sulla sostenibilità dei programmi di sfruttamento di queste aree, affidando alle comunità indigene la gestione delle terre).

In che modo la great green wall contribuisce al ripristino e alla conservazione della biodiversità?

Creazione di Habitat e Corridoi Ecologici: Attraverso la piantumazione di specie autoctone e il ripristino di ecosistemi, la GGW agevola la creazione di nuovi habitat e la connessione tra quelli esistenti. Ciò agevola la dispersione delle specie, garantendo loro la possibilità di migrazione, riproduzione e sopravvivenza. L’istituzione di corridoi ecologici è cruciale per il mantenimento della biodiversità, consentendo alle specie di adattarsi alle dinamiche ambientali e di evitare possibili minacce.

Lotta alla desertificazione: Uno degli obiettivi fondamentali della GGW è l’arresto dell’espansione del deserto del Sahara. La desertificazione rappresenta una delle principali minacce per la biodiversità in Africa, poiché conduce alla perdita di terreni fertili e di habitat cruciali per molte specie.

Conservazione di acqua e suolo: La biodiversità è strettamente correlata alla conservazione delle risorse idriche e al ripristino di suoli fertili. La GGW contribuisce alla preservazione dei corsi d’acqua, delle zone umide e dei bacini idrici, fornendo habitat essenziali per una ricca varietà di piante e animali, tra cui uccelli, pesci e anfibi e insetti.

Lotta agli effetti dei cambiamenti climatici: La GGW contribuisce a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, riducendo la possibilità di eventi estremi. In una parola: promuove la resilienza dei territori.

Supporto allo sviluppo sostenibile: La GGW riduce il ricorsi a un uso non sostenibile delle risorse naturali. Dove c’è biodiversità, infatti, aumentano le risorse alimentari, il benessere e le opportunità di cooperazione e sviluppo.

Empowerment delle comunità Locali: Quando le comunità sono poste nelle condizioni di valutare e comprendere il valore della biodiversità e i vantaggi connessi a un ambiente sano, sono maggiormente propense a impegnarsi nella sua salvaguardia. Le popolazioni indigene ritrovano il loro naturale ruolo di custodi dell’ambiente.

 

Mary Henrietta Kingsley – L’incontro con il selvatico

Mary Henrietta Kingsley

L’incontro con il selvatico

La tematica della relazione tra essere umano e specie selvatiche è oggi quantomai attuale. Dove si trovano i confini del nostro spazio, ora che siamo in otto miliardi su questa terra? Dove finisce la città e dove inizia il bosco? E possiamo poi davvero considerare il bosco come spazio sacro della selvaticità, quando molti fatti di cronaca recente dimostrano che neppure in quei luoghi è consentito all’animale di comportarsi come tale, di agire o reagire fuori dagli schemi che la nostra fantasia, compromessa dai modelli disneiani, ha a esso riservato?

Mary Henrietta Kingsley.

Mary Henrietta Kingsley è stata un’esploratrice britannica, figlia dell’antropologo George Henry Kingsley. Vissuta nella tranquillità della campagna inglese fino alla mezza età, alla morte del padre abbandonò il confort della casa (ma anche il soffocante clima vittoriano) per spingersi fino all’Africa più inesplorata. Siamo alla fine del 1800. Dal padre ereditò la passione per gli studi etnologici, campo nel quale diede un contributo rilevante. Ma l’interesse della Kingsley si spinse più in là, verso le scienze naturali e lo studio della biodiversità.

I suoi diari sono popolati di incontri con i “favolosi cinque” d’Africa e non mancano tête-a-tête con coccodrilli, grandi felini, ippopotami.

La Kingsley scrive in un’epoca – quella delle grandi esplorazioni – che presenta caratteristiche ben definite. Oltre all’esaltazione, al puro desiderio di scoperta e alla volontà di documentarla, erano saldi nell’esploratore un certo senso di superiorità dell’uomo (ovviamente bianco), nonché una visione opportunistica della ricerca, spesso finalizzata all’accaparramento di nuove risorse o all’apertura di nuove rotte commerciali. Gli animali erano visti, il più delle volte, come trofei da conquistare dopo una lunga caccia o come mere curiosità scientifiche da gabinetto delle meraviglie. Si era ancora molto lontani da una concezione ecologica che ne legasse l’esistenza ai territori o che ne riconoscesse il valore all’interno di reti complesse. Mary Henrietta Kingsley è inserita nel contesto imperialista dell’epoca, dove la caccia è parte integrante dell’esperienza naturalistica e l’esplorazione è funzionale a ricavarne un vantaggio economico o strategico.

Nonostante questo, ella riesce a trattare l’incontro con la vita animale (così come, del resto, molte altre materie) con un rispetto spesso carente persino al giorno d’oggi. Innanzitutto, riconosce di essere “fuori contesto” e decide di agire di conseguenza.

Questa consapevolezza la porterà a inserire ogni reazione animale in una cornice (etologica ed ecologica, diremmo oggi) ben precisa, in cui la presenza umana è sempre disturbante o al massimo, simile a quella di un ospite che non sempre sa come comportarsi e che viene guardato, dagli abitanti non-umani del luogo, con la benevolenza del padrone di casa il cui ospite maldestro abbia fatto cadere del tè sul tappeto. Sa che occorre limitare al massimo errori e interferenze.

Gli incontri con la vita animale sono spesso fugaci, momenti fuori dal tempo, attimi rubati allo scorrere dell’esplorazione e tracciati, nei diari, con parole ricche di rispetto e ammirazione.

Cadeva una pioggia maestosa con grande fragore, faceva a brandelli foglie e fiori (…) salendo su un mucchio di rocce da un burrone che aveva iniziato ad allagarsi, non feci in tempo ad alzare la testa che mi ritrovai ad altezza occhi, a meno di un metro di distanza, un grosso leopardo, accucciato a terra con la sua magnifica testa voltata, le zampe anteriori divaricate. Batteva a terra con la coda. Non appena lo vidi, mi abbassai di scatto per un tempo che mi sembrò lungo un anno ma che deve essere stato in realtà meno di venti minuti. Rialzandomi cautamente, diedi una sbirciatina e lui non c’era più”.

Rispetto, ammirazione e giuste distanze, dunque. La relazione non deve essere romanticizzata.

Nei suoi diari, annota:

“Una volta un coccodrillo scelse di mettere le zampe anteriori sopra la prua della mia canoa per migliorare la nostra conoscenza. Ho dovuto colpirlo forte con una pagaia per farlo desistere”

In un’altra occasione, i cui protagonisti furono un ippopotamo e un ombrello, l’esito fu simile.

La “dama dei coccodrilli” è consapevole che ogni incontro è una sfida, un rischio, una scommessa. L’animale gioca questa partita utilizzando il suo istinto e così, allo stesso modo, la Kingsley si trova spesso vittima della sua paura. Una paura ancestrale, che non può essere cancellata, in quanto parte essa stessa dell’esperienza umana. Un’emozione da mettere in conto quando ci si accosta a un predatore ma che non deve condizionare l’esito dell’incontro stesso.

Kingsley studierà per anni le scienze naturali e la vita degli animali nell’ambiente africano, al fine di scoprirne usi e abitudini, di apprenderne il “galateo”.

“Non nutro terrore nei confronti di nessun animale selvatico, se non nell’unico momento esatto in cui me lo trovo a un palmo dal naso”.

Le paure resteranno e andranno gestite e affrontate.

La Kingsley si definisce di temperamento nervoso, si riconosce una certa fragilità. In realtà, affronterà decine di avventure del tutto fuori dal comune.

“Il leopardo africano è un animale audace… nel suo insieme è l’animale più bello che io abbia mai visto; l’unico modo per vederlo, l’unico modo in cui si possa avere un’idea completa della sua bellezza, è nella sua foresta natale, anche se non posso dire sia una gioia pura per una persona, come me, di carattere nervoso”.

Un esemplare di leopardo africano.

L’animale selvatico deve essere libero: questo è l’unico modo per vederlo e conoscerlo davvero.

In Congo, la Kingsley farà spesso la conoscenza con i sistemi di trappole del luogo (un giorno cadrà persino in una di queste, procurandosi una brutta ferita). Quando possibile, libererà i felini dalle gabbie. Di uno di questi “salvataggi” narrerà anche nei suoi diari: un leopardo, la cui mancanza di rassegnazione lo spingeva a sbattere contro le sbarre fino a ferirsi. La Kingsley, aperta la cella, lo esorterà a godersi la libertà: “E ora, via!!!” lo inciterà gridando.

Cibo come cultura e legge a Roma

Cibo come cultura a Roma. Di Stefania Roncati

In tutte le epoche la funzione primaria del cibo è stata quella di nutrire il corpo. Ma con l’alimentazione finiscono inevitabilmente per intrecciarsi società e cultura.

La più che millenaria storia romana – tredici secoli, per l’esattezza – ha conosciuto, quanto alle abitudini alimentari, tre diversi momenti.

In età arcaica, era la pastorizia a fornire interamente i cibi con cui nutrirsi. Essi provenivano quasi esclusivamente dal territorio italico: frugalità era il principio che guidava l’alimentazione in quel periodo.

Poi, grazie all’espansione nel Mediterraneo e al contatto con nuove popolazioni, in età repubblicana (a partire dalla metà del III secolo a.C.), e poi sempre di più nel Principato, grazie al raggiungimento di una stabilità politica e sociale, l’alimentazione iniziò a variare arricchendosi di pietanze sempre nuove e anche di ingredienti pregiati.

Un ritorno all’antico sembra invece caratterizzare la terza e ultima fase, quella dell’età tardoantica. Tra i più fulgidi esempi di questa inversione di rotta quanto ad abitudini alimentari, troviamo l’imperatore Giuliano, che, secondo quanto ci riporta la tradizione, si nutriva (e beveva) il minimo indispensabile e, sulla scia dell’usanza dei soldati, addirittura consumava in piedi il suo pasto, di norma consistente in una sorta di polenta di farro.

Un approccio morigerato era imposto principalmente da due fattori, da un lato, la crisi economica, dall’altro il diffondersi del Cristianesimo. Il messaggio cristiano, che vedeva la cena quotidiana come quella eucaristica, memoria della celebrazione di Cristo, fu determinante nel diffondere regole di sobrietà, biasimando ogni eccesso anche a tavola.

Ma quali cibi arrivavano sulle tavole degli antichi Romani?

Cibo come cultura a Roma.

Alla base dell’alimentazione vi erano i cereali, come frumento, orzo, miglio, farro e avena, da cui si otteneva la farina impiegata per produrre il “pane. Come anche nell’odierna tradizione mediterranea, il pane, sebbene diverso da quello che conosciamo oggi, era una presenza essenziale sulle tavole di tutti i ceti sociali. Da solo poteva anche costituire un pasto, soprattutto per i più poveri, che lo condivano con qualche avanzo per conferirgli più sapore. Si narra che anche l’imperatore Augusto fosse solito pranzare con un’oncia di pane e dell’uva.

Un altro prodotto di grande importanza e straordinaria diffusione era il vino, celebrato da poeti come Orazio o Tibullo come ‘rimedio per scacciare gli affanni’ – anche d’amore! – servito spesso allungato con acqua (da un terzo a quattro quinti!) o ‘tagliato’ con miele o albume.

Come scriveva Plinio nella sua Storia naturale, “Ci sono due liquidi che sono particolarmente gradevoli per il corpo umano: il vino all’interno e l’olio all’esterno. Entrambi sono eccellenti prodotti naturali, ma l’olio è assolutamente necessario, e l’uomo non ha sbagliato a dedicare i suoi sforzi ad ottenerlo”.

L’olio d’oliva fu un prodotto imprescindibile nella vita quotidiana degli antichi romani, che non solo lo usavano come condimento in cucina, ma anche, per la sua versatilità, come combustibile per l’illuminazione e come unguento alle terme.

Un giusto apporto proteico, specialmente agli albori della civiltà romana quando carne e pesce non erano molto diffusi, era assicurato dal consumo di legumi e semi, i quali, oltre che facili da coltivare, conservare e cucinare, erano anche alla portata delle persone meno abbienti. Dalle testimonianze archeologiche apprendiamo che i legumi più diffusi erano fave, lupini, ceci, lenticchie e, in misura minore, fagioli. L’impiego prevalente era quello in forma di zuppa. Alcuni di questi avevano inoltre proprietà medicamentose utilizzate anche nella preparazione dei cosmetici.

Frutta e verdura erano consumati in abbondanza.

cibo come cultura nel mondo romano

Produzioni locali di uva, mele, pere, fichi, prugne, melagrane vengono affiancate da prodotti coltivati in terre lontane, come le ciliegie del Ponto, le albicocche armene e le pesche persiane. Gli ortaggi più diffusi ed apprezzati – anche perché considerati salutari per l’organismo – erano bietole, insalate varie, spinaci, cavoli, carciofi, fagiolini, finocchi, broccoli, zucche e zucchini, rape, carote, cipolle.

Il latte, prevalentemente di pecora o di capra, era bevuto appena munto o trasformato in formaggio, di cui si conoscono diversi tipi a seconda della stagionatura. Autori come Varrone e Columella riportano consigli sulle tecniche di preparazione.

I Romani, come già i Greci, erano dediti all’allevamento del pollame non tanto per mangiarne la carne, quanto per consumarne le uova. Sia Varrone sia Cicerone si auguravano di iniziare il pasto proprio con un uovo. Il poeta Marziale, per indicare un pasto completo, usava l’espressione ‘ab ovo usque ad mala’, ossia un pasto che iniziava con l’uovo e si concludeva con le mele.

Cibo come cultura a Roma.

La carne non ebbe mai un ruolo primario nell’alimentazione: soprattutto in età arcaica, essa era mangiata quasi esclusivamente in occasione di sacrifici religiosi.

Con l’andare del tempo, oltre alla cacciagione, ai volatili e ad altri animali che popolavano i boschi, i Romani finirono per apprezzare carni considerate più pregiate quali ghiri, cicogne, fenicotteri, pavoni, usignoli.

Anche il pesce, stando ai ritrovamenti archeologici, era consumato nelle sue varie specie. Diverse sono le ricette tramandateci da Marco Gavio Apicio, celebre gastronomo vissuto all’epoca di Augusto e del successore Tiberio, autore del De re coquinaria (Sull’arte culinaria), come la murena arrosto con pepe, ligustico, zafferano, cipolla, prugne di Damasco, vino, vino melato, aceto, mosto cotto, olio e salsa di pesce oppure i ricci di mare con salsa di pesce, olio, vino dolce, pepe in polvere.

Tutte le preparazioni, sia di carne sia di pesce, prevedevano l’accostamento a salse, come il famoso garum, o a spezie, quali pepe, cumino, coriandolo, finocchio selvatico, ginepro, ottimi insaporitori che però erano ad appannaggio dei più ricchi.

Il cibo non era solo una necessità, ma anche un piacere.

Cibo come cultura a Roma. I banchetti.

A partire dal III secolo a.C. con l’ampliarsi dei confini a seguito delle guerre puniche, giunsero nuovi prodotti sulle tavole romane e i piatti videro elaborazioni sempre più complesse. Inoltre, si diffuse la ‘moda’ di allestire banchetti per accrescere il prestigio dell’organizzatore, cosicché il cibo divenne lo strumento per ottenere consenso sociale.

Lo sfarzo e il lusso sono legati a personaggi come Lucullo e Trimalchione. Del primo, vissuto probabilmente a cavallo tra il II e il I secolo a.C., sono stati tramandati diversi aneddoti legati a tavole imbandite con sfarzo sulle quali facevano bella mostra di sé, tra le altre portate, uccellini di nido con asparagi, pasticcio d’ostrica, pavoni di Samo, pernici di Frigia, morene di Gabes, storione di Rodi. Del secondo, protagonista del Satyricon di Petronio, opera composta nel I secolo d.C., è celebre una cena esageratamente lussuosa ove fa la comparsa una portata che attirò l’attenzione generale: “… un’alzata rotonda su cui si vedevano a cerchio i dodici segni dello zodiaco, sopra ognuno dei quali il cuoco aveva posto la pietanza corrispondente …”. Anche l’arte del servire a tavola assunse rilievo, nel tentativo di fare magie con gli ingredienti e ‘ingannare’ il commensale tramite un gioco di estetica.

Biasimo pubblico e interventi legislativi cercarono di riportare alla frugalità e alla moderazione del consumo del cibo, ponendo limiti al numero dei convitati, alle spese per la preparazione del convivio e al lusso nell’apparecchiatura della tavola.

Ma, oltre al cibo come necessità o come piacere, vi era una terza singolare funzione che assolvevano alcuni alimenti. Infatti, la loro presenza in certi negozi giuridici, in aggiunta al prodursi di effetti sul piano sociale ed economico, ne determinava addirittura la valida conclusione.

Lasciando da parte il diritto sacro e il ruolo delle offerte di cibo nei sacrifici, il primo esempio si rintraccia nella confarreatio, un’antica cerimonia matrimoniale religiosa, compiuta alla presenza del sacerdote di Giove e di dieci testimoni, che prendeva il nome da una focaccia di farro (c.d. panis farreus) che gli sposi spezzavano, per simboleggiare l’inizio della vita in comune. È probabile che tale panis, in principio un miscuglio di grani macinati sottoposti a cottura, somigliasse, più che a una focaccia lievitata, a un’ostia, visto che l’impiego di lievito era proibito dalla religione più antica.

Un altro caso di presenza di cibo nella struttura di un atto giuridico si rintraccia nella manomissione, tramite la quale il padrone rinunciava alla sua potestà sullo schiavo, rendendolo libero. La manomissione nella sua forma ‘per invito al convivio’ (per mensam) consisteva proprio nell’invito che il padrone faceva allo schiavo di unirsi al banchetto.

Il fatto di ammettere lo schiavo alla tavola era una chiara ed inequivocabile manifestazione della volontà da parte del proprietario di liberarlo: la condivisione del cibo attribuiva effetti giuridici alla decisione.

Più di duemila anni sono trascorsi dall’antica Roma a oggi, e sono di tutta evidenza le differenze tra le due società, ma è interessante notare come il modello nutrizionale romano si poggiasse su alimenti che costituiscono il nucleo della cosiddetta dieta mediterranea, riconosciuta dall’Unesco come bene protetto e inserito nel 2010 nella lista dei patrimoni immateriali dell’umanità.

 

 

 

di Stefania Roncati, docente di Istituzioni di Diritto Romano presso l’Università di Genova

Isabella Bird: storia di una esploratrice

Isabella Bird è stata un’esploratrice di epoca vittoriana, prima donna a entrare a far parte della Royal Geographical Society e della Royal Photographical Society. Fotografa e scrittrice di talento, che con i suoi diari di viaggio ha saputo incantare intere generazioni di lettori. La sua è una storia di malattia e di dolore ma anche di libertà e riscatto.

Isabella era figlia di un pastore protestante, nata nello Yorkshire nel 1831, agli albori dell’epoca vittoriana. Nonostante un carattere volitivo e una dose di fantasia fuori dal comune, visse fino ai vent’anni un’esistenza noiosa e con pochi eventi degni di nota, eccezion fatta per la comparsa di un tumore benigno alla schiena, che le provocava atroci dolori e sembrava destinarla a un destino di immobilità e sofferenze. Quando il padre premette perché si operasse, le speranze di un decorso senza complicazioni sembravano remote. Isabella, invece, si rimise in piedi e chiese di poter trascorrere la convalescenza negli Stati Uniti: il cambiamento d’aria e il contatto con la natura le avrebbero fatto bene, dicevano i medici. Ma alla fine a beneficiarne fu soprattutto il suo spirito.

Tra le montagne del Colorado, Isabella trovò finalmente lo scopo della sua vita: viaggiare e scrivere di quei viaggi. Spingendosi dove nessuna donna britannica era mai stata. Il soggiorno americano fu solo la prima delle sue mille avventure: Isabella esplorò le Americhe ma girò in lungo e in largo anche l’Oceania, l’Asia e l’Africa. Tanti viaggi e così intensi, che una vita sembra quasi non bastare. Traguardi incredibili per una donna dell’epoca: in poche viaggiavano, quasi nessuna poteva permettersi di farlo senza essere accompagnata. La solitudine le donava forza e fiducia nelle sue capacità, nonostante i dolori non la abbandonassero spesso.

Isabella Bird in Cina. 

“Sono nel luogo che stavo cercando da tempo. Ma in ogni cosa esso supera tutti i miei sogni.”

Affrontò la natura selvaggia, guidata solo dalla stella polare. Nuotò nei mari cristallini delle Hawaii. Si inoltrò in sperduti villaggi minerari, tra polvere finissima e ubriachi molesti. Si perse in un mercato iraniano. Specchiandosi sulle rive del Gange, fece amicizia con i sadhu. Si spinse poi fino al Tibet e allo Sichuan, in zone allora pressoché sconosciute agli occidentali, e dai molti pericoli (qui accettò, infatti, di farsi accompagnare da guide locali). Visitò il Vietnam, Hong Kong, la Corea.

In Giappone, Isabella vuole spingersi nelle aree più remote del Paese, alla ricerca della cultura nipponica più autentica, quella degli shōgun, precedente alla restaurazione Meiji. Accompagnata dal suo interprete, il signor Ito, Isabella visitò templi e foreste, scrivendo di quanto la delicatezza giapponese l’avesse colpita. Nelle abitazioni dove alloggiava, era spesso intimorita dalla delicatezza degli arredi e si muoveva come una farfalla per non rovinare le delicate finestre di carta di riso e la paglia dei tatami.

Spingendosi in Hokkaidō, strinse amicizia con esponenti del popolo indigeno degli Ainu e ne denunciò le condizioni di vita sotto il governo nipponico.

Foto di Isabella Bird.

“Il Giappone ha da offrire un tale tasso di novità da apparire come un viaggio su un altro pianeta”. 

Poi tornò indietro, verso l’Africa. Viaggiò a piedi, a cavallo, in groppa a uno yak e su piccole imbarcazioni. Nelle pause tra un viaggio e l’altro, rientrata in Inghilterra, studiava medicina e antropologia, per essere pronta ad affrontare qualsiasi emergenza sul campo e a comprendere meglio le culture che incontrava lungo il suo cammino. In viaggio, scriveva spesso alla sua amata sorella Henrietta. Sposò il medico John Bishop, un chirurgo scozzese che morì solo cinque anni dopo. A seguito della sua morte, decise di viaggiare come missionaria, fondando un ospedale in sua memoria.

“Il vantaggio di viaggiare è che mentre da un lato rimuove ogni pregiudizio verso usi e costumi diversi, dall’altro aumenta la nostra capacità di apprezzare la nostra casa”. 

Isabella Bird fu molte cose: esploratrice dal grande coraggio, scrittrice di talento, fotografa di viaggio e studiosa di tradizioni e culture e donna sorprendente.

 

 

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