Mary Henrietta Kingsley – L’incontro con il selvatico

Mary Henrietta Kingsley

L’incontro con il selvatico

La tematica della relazione tra essere umano e specie selvatiche è oggi quantomai attuale. Dove si trovano i confini del nostro spazio, ora che siamo in otto miliardi su questa terra? Dove finisce la città e dove inizia il bosco? E possiamo poi davvero considerare il bosco come spazio sacro della selvaticità, quando molti fatti di cronaca recente dimostrano che neppure in quei luoghi è consentito all’animale di comportarsi come tale, di agire o reagire fuori dagli schemi che la nostra fantasia, compromessa dai modelli disneiani, ha a esso riservato?

Mary Henrietta Kingsley.

Mary Henrietta Kingsley è stata un’esploratrice britannica, figlia dell’antropologo George Henry Kingsley. Vissuta nella tranquillità della campagna inglese fino alla mezza età, alla morte del padre abbandonò il confort della casa (ma anche il soffocante clima vittoriano) per spingersi fino all’Africa più inesplorata. Siamo alla fine del 1800. Dal padre ereditò la passione per gli studi etnologici, campo nel quale diede un contributo rilevante. Ma l’interesse della Kingsley si spinse più in là, verso le scienze naturali e lo studio della biodiversità.

I suoi diari sono popolati di incontri con i “favolosi cinque” d’Africa e non mancano tête-a-tête con coccodrilli, grandi felini, ippopotami.

La Kingsley scrive in un’epoca – quella delle grandi esplorazioni – che presenta caratteristiche ben definite. Oltre all’esaltazione, al puro desiderio di scoperta e alla volontà di documentarla, erano saldi nell’esploratore un certo senso di superiorità dell’uomo (ovviamente bianco), nonché una visione opportunistica della ricerca, spesso finalizzata all’accaparramento di nuove risorse o all’apertura di nuove rotte commerciali. Gli animali erano visti, il più delle volte, come trofei da conquistare dopo una lunga caccia o come mere curiosità scientifiche da gabinetto delle meraviglie. Si era ancora molto lontani da una concezione ecologica che ne legasse l’esistenza ai territori o che ne riconoscesse il valore all’interno di reti complesse. Mary Henrietta Kingsley è inserita nel contesto imperialista dell’epoca, dove la caccia è parte integrante dell’esperienza naturalistica e l’esplorazione è funzionale a ricavarne un vantaggio economico o strategico.

Nonostante questo, ella riesce a trattare l’incontro con la vita animale (così come, del resto, molte altre materie) con un rispetto spesso carente persino al giorno d’oggi. Innanzitutto, riconosce di essere “fuori contesto” e decide di agire di conseguenza.

Questa consapevolezza la porterà a inserire ogni reazione animale in una cornice (etologica ed ecologica, diremmo oggi) ben precisa, in cui la presenza umana è sempre disturbante o al massimo, simile a quella di un ospite che non sempre sa come comportarsi e che viene guardato, dagli abitanti non-umani del luogo, con la benevolenza del padrone di casa il cui ospite maldestro abbia fatto cadere del tè sul tappeto. Sa che occorre limitare al massimo errori e interferenze.

Gli incontri con la vita animale sono spesso fugaci, momenti fuori dal tempo, attimi rubati allo scorrere dell’esplorazione e tracciati, nei diari, con parole ricche di rispetto e ammirazione.

Cadeva una pioggia maestosa con grande fragore, faceva a brandelli foglie e fiori (…) salendo su un mucchio di rocce da un burrone che aveva iniziato ad allagarsi, non feci in tempo ad alzare la testa che mi ritrovai ad altezza occhi, a meno di un metro di distanza, un grosso leopardo, accucciato a terra con la sua magnifica testa voltata, le zampe anteriori divaricate. Batteva a terra con la coda. Non appena lo vidi, mi abbassai di scatto per un tempo che mi sembrò lungo un anno ma che deve essere stato in realtà meno di venti minuti. Rialzandomi cautamente, diedi una sbirciatina e lui non c’era più”.

Rispetto, ammirazione e giuste distanze, dunque. La relazione non deve essere romanticizzata.

Nei suoi diari, annota:

“Una volta un coccodrillo scelse di mettere le zampe anteriori sopra la prua della mia canoa per migliorare la nostra conoscenza. Ho dovuto colpirlo forte con una pagaia per farlo desistere”

In un’altra occasione, i cui protagonisti furono un ippopotamo e un ombrello, l’esito fu simile.

La “dama dei coccodrilli” è consapevole che ogni incontro è una sfida, un rischio, una scommessa. L’animale gioca questa partita utilizzando il suo istinto e così, allo stesso modo, la Kingsley si trova spesso vittima della sua paura. Una paura ancestrale, che non può essere cancellata, in quanto parte essa stessa dell’esperienza umana. Un’emozione da mettere in conto quando ci si accosta a un predatore ma che non deve condizionare l’esito dell’incontro stesso.

Kingsley studierà per anni le scienze naturali e la vita degli animali nell’ambiente africano, al fine di scoprirne usi e abitudini, di apprenderne il “galateo”.

“Non nutro terrore nei confronti di nessun animale selvatico, se non nell’unico momento esatto in cui me lo trovo a un palmo dal naso”.

Le paure resteranno e andranno gestite e affrontate.

La Kingsley si definisce di temperamento nervoso, si riconosce una certa fragilità. In realtà, affronterà decine di avventure del tutto fuori dal comune.

“Il leopardo africano è un animale audace… nel suo insieme è l’animale più bello che io abbia mai visto; l’unico modo per vederlo, l’unico modo in cui si possa avere un’idea completa della sua bellezza, è nella sua foresta natale, anche se non posso dire sia una gioia pura per una persona, come me, di carattere nervoso”.

Un esemplare di leopardo africano.

L’animale selvatico deve essere libero: questo è l’unico modo per vederlo e conoscerlo davvero.

In Congo, la Kingsley farà spesso la conoscenza con i sistemi di trappole del luogo (un giorno cadrà persino in una di queste, procurandosi una brutta ferita). Quando possibile, libererà i felini dalle gabbie. Di uno di questi “salvataggi” narrerà anche nei suoi diari: un leopardo, la cui mancanza di rassegnazione lo spingeva a sbattere contro le sbarre fino a ferirsi. La Kingsley, aperta la cella, lo esorterà a godersi la libertà: “E ora, via!!!” lo inciterà gridando.

Cibo come cultura e legge a Roma

Cibo come cultura a Roma. Di Stefania Roncati

In tutte le epoche la funzione primaria del cibo è stata quella di nutrire il corpo. Ma con l’alimentazione finiscono inevitabilmente per intrecciarsi società e cultura.

La più che millenaria storia romana – tredici secoli, per l’esattezza – ha conosciuto, quanto alle abitudini alimentari, tre diversi momenti.

In età arcaica, era la pastorizia a fornire interamente i cibi con cui nutrirsi. Essi provenivano quasi esclusivamente dal territorio italico: frugalità era il principio che guidava l’alimentazione in quel periodo.

Poi, grazie all’espansione nel Mediterraneo e al contatto con nuove popolazioni, in età repubblicana (a partire dalla metà del III secolo a.C.), e poi sempre di più nel Principato, grazie al raggiungimento di una stabilità politica e sociale, l’alimentazione iniziò a variare arricchendosi di pietanze sempre nuove e anche di ingredienti pregiati.

Un ritorno all’antico sembra invece caratterizzare la terza e ultima fase, quella dell’età tardoantica. Tra i più fulgidi esempi di questa inversione di rotta quanto ad abitudini alimentari, troviamo l’imperatore Giuliano, che, secondo quanto ci riporta la tradizione, si nutriva (e beveva) il minimo indispensabile e, sulla scia dell’usanza dei soldati, addirittura consumava in piedi il suo pasto, di norma consistente in una sorta di polenta di farro.

Un approccio morigerato era imposto principalmente da due fattori, da un lato, la crisi economica, dall’altro il diffondersi del Cristianesimo. Il messaggio cristiano, che vedeva la cena quotidiana come quella eucaristica, memoria della celebrazione di Cristo, fu determinante nel diffondere regole di sobrietà, biasimando ogni eccesso anche a tavola.

Ma quali cibi arrivavano sulle tavole degli antichi Romani?

Cibo come cultura a Roma.

Alla base dell’alimentazione vi erano i cereali, come frumento, orzo, miglio, farro e avena, da cui si otteneva la farina impiegata per produrre il “pane. Come anche nell’odierna tradizione mediterranea, il pane, sebbene diverso da quello che conosciamo oggi, era una presenza essenziale sulle tavole di tutti i ceti sociali. Da solo poteva anche costituire un pasto, soprattutto per i più poveri, che lo condivano con qualche avanzo per conferirgli più sapore. Si narra che anche l’imperatore Augusto fosse solito pranzare con un’oncia di pane e dell’uva.

Un altro prodotto di grande importanza e straordinaria diffusione era il vino, celebrato da poeti come Orazio o Tibullo come ‘rimedio per scacciare gli affanni’ – anche d’amore! – servito spesso allungato con acqua (da un terzo a quattro quinti!) o ‘tagliato’ con miele o albume.

Come scriveva Plinio nella sua Storia naturale, “Ci sono due liquidi che sono particolarmente gradevoli per il corpo umano: il vino all’interno e l’olio all’esterno. Entrambi sono eccellenti prodotti naturali, ma l’olio è assolutamente necessario, e l’uomo non ha sbagliato a dedicare i suoi sforzi ad ottenerlo”.

L’olio d’oliva fu un prodotto imprescindibile nella vita quotidiana degli antichi romani, che non solo lo usavano come condimento in cucina, ma anche, per la sua versatilità, come combustibile per l’illuminazione e come unguento alle terme.

Un giusto apporto proteico, specialmente agli albori della civiltà romana quando carne e pesce non erano molto diffusi, era assicurato dal consumo di legumi e semi, i quali, oltre che facili da coltivare, conservare e cucinare, erano anche alla portata delle persone meno abbienti. Dalle testimonianze archeologiche apprendiamo che i legumi più diffusi erano fave, lupini, ceci, lenticchie e, in misura minore, fagioli. L’impiego prevalente era quello in forma di zuppa. Alcuni di questi avevano inoltre proprietà medicamentose utilizzate anche nella preparazione dei cosmetici.

Frutta e verdura erano consumati in abbondanza.

cibo come cultura nel mondo romano

Produzioni locali di uva, mele, pere, fichi, prugne, melagrane vengono affiancate da prodotti coltivati in terre lontane, come le ciliegie del Ponto, le albicocche armene e le pesche persiane. Gli ortaggi più diffusi ed apprezzati – anche perché considerati salutari per l’organismo – erano bietole, insalate varie, spinaci, cavoli, carciofi, fagiolini, finocchi, broccoli, zucche e zucchini, rape, carote, cipolle.

Il latte, prevalentemente di pecora o di capra, era bevuto appena munto o trasformato in formaggio, di cui si conoscono diversi tipi a seconda della stagionatura. Autori come Varrone e Columella riportano consigli sulle tecniche di preparazione.

I Romani, come già i Greci, erano dediti all’allevamento del pollame non tanto per mangiarne la carne, quanto per consumarne le uova. Sia Varrone sia Cicerone si auguravano di iniziare il pasto proprio con un uovo. Il poeta Marziale, per indicare un pasto completo, usava l’espressione ‘ab ovo usque ad mala’, ossia un pasto che iniziava con l’uovo e si concludeva con le mele.

Cibo come cultura a Roma.

La carne non ebbe mai un ruolo primario nell’alimentazione: soprattutto in età arcaica, essa era mangiata quasi esclusivamente in occasione di sacrifici religiosi.

Con l’andare del tempo, oltre alla cacciagione, ai volatili e ad altri animali che popolavano i boschi, i Romani finirono per apprezzare carni considerate più pregiate quali ghiri, cicogne, fenicotteri, pavoni, usignoli.

Anche il pesce, stando ai ritrovamenti archeologici, era consumato nelle sue varie specie. Diverse sono le ricette tramandateci da Marco Gavio Apicio, celebre gastronomo vissuto all’epoca di Augusto e del successore Tiberio, autore del De re coquinaria (Sull’arte culinaria), come la murena arrosto con pepe, ligustico, zafferano, cipolla, prugne di Damasco, vino, vino melato, aceto, mosto cotto, olio e salsa di pesce oppure i ricci di mare con salsa di pesce, olio, vino dolce, pepe in polvere.

Tutte le preparazioni, sia di carne sia di pesce, prevedevano l’accostamento a salse, come il famoso garum, o a spezie, quali pepe, cumino, coriandolo, finocchio selvatico, ginepro, ottimi insaporitori che però erano ad appannaggio dei più ricchi.

Il cibo non era solo una necessità, ma anche un piacere.

Cibo come cultura a Roma. I banchetti.

A partire dal III secolo a.C. con l’ampliarsi dei confini a seguito delle guerre puniche, giunsero nuovi prodotti sulle tavole romane e i piatti videro elaborazioni sempre più complesse. Inoltre, si diffuse la ‘moda’ di allestire banchetti per accrescere il prestigio dell’organizzatore, cosicché il cibo divenne lo strumento per ottenere consenso sociale.

Lo sfarzo e il lusso sono legati a personaggi come Lucullo e Trimalchione. Del primo, vissuto probabilmente a cavallo tra il II e il I secolo a.C., sono stati tramandati diversi aneddoti legati a tavole imbandite con sfarzo sulle quali facevano bella mostra di sé, tra le altre portate, uccellini di nido con asparagi, pasticcio d’ostrica, pavoni di Samo, pernici di Frigia, morene di Gabes, storione di Rodi. Del secondo, protagonista del Satyricon di Petronio, opera composta nel I secolo d.C., è celebre una cena esageratamente lussuosa ove fa la comparsa una portata che attirò l’attenzione generale: “… un’alzata rotonda su cui si vedevano a cerchio i dodici segni dello zodiaco, sopra ognuno dei quali il cuoco aveva posto la pietanza corrispondente …”. Anche l’arte del servire a tavola assunse rilievo, nel tentativo di fare magie con gli ingredienti e ‘ingannare’ il commensale tramite un gioco di estetica.

Biasimo pubblico e interventi legislativi cercarono di riportare alla frugalità e alla moderazione del consumo del cibo, ponendo limiti al numero dei convitati, alle spese per la preparazione del convivio e al lusso nell’apparecchiatura della tavola.

Ma, oltre al cibo come necessità o come piacere, vi era una terza singolare funzione che assolvevano alcuni alimenti. Infatti, la loro presenza in certi negozi giuridici, in aggiunta al prodursi di effetti sul piano sociale ed economico, ne determinava addirittura la valida conclusione.

Lasciando da parte il diritto sacro e il ruolo delle offerte di cibo nei sacrifici, il primo esempio si rintraccia nella confarreatio, un’antica cerimonia matrimoniale religiosa, compiuta alla presenza del sacerdote di Giove e di dieci testimoni, che prendeva il nome da una focaccia di farro (c.d. panis farreus) che gli sposi spezzavano, per simboleggiare l’inizio della vita in comune. È probabile che tale panis, in principio un miscuglio di grani macinati sottoposti a cottura, somigliasse, più che a una focaccia lievitata, a un’ostia, visto che l’impiego di lievito era proibito dalla religione più antica.

Un altro caso di presenza di cibo nella struttura di un atto giuridico si rintraccia nella manomissione, tramite la quale il padrone rinunciava alla sua potestà sullo schiavo, rendendolo libero. La manomissione nella sua forma ‘per invito al convivio’ (per mensam) consisteva proprio nell’invito che il padrone faceva allo schiavo di unirsi al banchetto.

Il fatto di ammettere lo schiavo alla tavola era una chiara ed inequivocabile manifestazione della volontà da parte del proprietario di liberarlo: la condivisione del cibo attribuiva effetti giuridici alla decisione.

Più di duemila anni sono trascorsi dall’antica Roma a oggi, e sono di tutta evidenza le differenze tra le due società, ma è interessante notare come il modello nutrizionale romano si poggiasse su alimenti che costituiscono il nucleo della cosiddetta dieta mediterranea, riconosciuta dall’Unesco come bene protetto e inserito nel 2010 nella lista dei patrimoni immateriali dell’umanità.

 

 

 

di Stefania Roncati, docente di Istituzioni di Diritto Romano presso l’Università di Genova

Isabella Bird: storia di una esploratrice

Isabella Bird è stata un’esploratrice di epoca vittoriana, prima donna a entrare a far parte della Royal Geographical Society e della Royal Photographical Society. Fotografa e scrittrice di talento, che con i suoi diari di viaggio ha saputo incantare intere generazioni di lettori. La sua è una storia di malattia e di dolore ma anche di libertà e riscatto.

Isabella era figlia di un pastore protestante, nata nello Yorkshire nel 1831, agli albori dell’epoca vittoriana. Nonostante un carattere volitivo e una dose di fantasia fuori dal comune, visse fino ai vent’anni un’esistenza noiosa e con pochi eventi degni di nota, eccezion fatta per la comparsa di un tumore benigno alla schiena, che le provocava atroci dolori e sembrava destinarla a un destino di immobilità e sofferenze. Quando il padre premette perché si operasse, le speranze di un decorso senza complicazioni sembravano remote. Isabella, invece, si rimise in piedi e chiese di poter trascorrere la convalescenza negli Stati Uniti: il cambiamento d’aria e il contatto con la natura le avrebbero fatto bene, dicevano i medici. Ma alla fine a beneficiarne fu soprattutto il suo spirito.

Tra le montagne del Colorado, Isabella trovò finalmente lo scopo della sua vita: viaggiare e scrivere di quei viaggi. Spingendosi dove nessuna donna britannica era mai stata. Il soggiorno americano fu solo la prima delle sue mille avventure: Isabella esplorò le Americhe ma girò in lungo e in largo anche l’Oceania, l’Asia e l’Africa. Tanti viaggi e così intensi, che una vita sembra quasi non bastare. Traguardi incredibili per una donna dell’epoca: in poche viaggiavano, quasi nessuna poteva permettersi di farlo senza essere accompagnata. La solitudine le donava forza e fiducia nelle sue capacità, nonostante i dolori non la abbandonassero spesso.

Isabella Bird in Cina. 

“Sono nel luogo che stavo cercando da tempo. Ma in ogni cosa esso supera tutti i miei sogni.”

Affrontò la natura selvaggia, guidata solo dalla stella polare. Nuotò nei mari cristallini delle Hawaii. Si inoltrò in sperduti villaggi minerari, tra polvere finissima e ubriachi molesti. Si perse in un mercato iraniano. Specchiandosi sulle rive del Gange, fece amicizia con i sadhu. Si spinse poi fino al Tibet e allo Sichuan, in zone allora pressoché sconosciute agli occidentali, e dai molti pericoli (qui accettò, infatti, di farsi accompagnare da guide locali). Visitò il Vietnam, Hong Kong, la Corea.

In Giappone, Isabella vuole spingersi nelle aree più remote del Paese, alla ricerca della cultura nipponica più autentica, quella degli shōgun, precedente alla restaurazione Meiji. Accompagnata dal suo interprete, il signor Ito, Isabella visitò templi e foreste, scrivendo di quanto la delicatezza giapponese l’avesse colpita. Nelle abitazioni dove alloggiava, era spesso intimorita dalla delicatezza degli arredi e si muoveva come una farfalla per non rovinare le delicate finestre di carta di riso e la paglia dei tatami.

Spingendosi in Hokkaidō, strinse amicizia con esponenti del popolo indigeno degli Ainu e ne denunciò le condizioni di vita sotto il governo nipponico.

Foto di Isabella Bird.

“Il Giappone ha da offrire un tale tasso di novità da apparire come un viaggio su un altro pianeta”. 

Poi tornò indietro, verso l’Africa. Viaggiò a piedi, a cavallo, in groppa a uno yak e su piccole imbarcazioni. Nelle pause tra un viaggio e l’altro, rientrata in Inghilterra, studiava medicina e antropologia, per essere pronta ad affrontare qualsiasi emergenza sul campo e a comprendere meglio le culture che incontrava lungo il suo cammino. In viaggio, scriveva spesso alla sua amata sorella Henrietta. Sposò il medico John Bishop, un chirurgo scozzese che morì solo cinque anni dopo. A seguito della sua morte, decise di viaggiare come missionaria, fondando un ospedale in sua memoria.

“Il vantaggio di viaggiare è che mentre da un lato rimuove ogni pregiudizio verso usi e costumi diversi, dall’altro aumenta la nostra capacità di apprezzare la nostra casa”. 

Isabella Bird fu molte cose: esploratrice dal grande coraggio, scrittrice di talento, fotografa di viaggio e studiosa di tradizioni e culture e donna sorprendente.

 

 

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