Universo remoto ed esopianeti: le avventure del JWSP

Universo remoto ed esopianeti: le avventure del JWSP. Continua il nostro viaggio nello spazio con questo secondo articolo dedicato al telescopio spaziale James Webb. Uno strumento che ha iniziato da pochi mesi a emozionarci, regalandoci immagini con una risoluzione mai vista prima. (leggi qui la prima parte, dedicata al telescopio Hubble)

L’ultima meraviglia proprio pochi giorni fa: un incredibile scatto di Nettuno, come non l’avevamo mai visto.

Nettuno ripreso dal telescopio James Webb
L’immagine di Nettuno inviata sulla Terra dal telescopio James Webb (Settembre 2022), in cui sono ben visibili anelli e satelliti. (Nasa/Esa/Csa/STSc)

L’avvento del James Webb Space Telescope: dove inizia l’avventura

Il James Webb Space Telescope (JWST) è stato lanciato il 25 dicembre 2021. Nato da una collaborazione tra NASA, ESA e CSA (agenzia spaziale canadese), è stato intitolato a James Webb, funzionario amministrativo NASA all’epoca della missione Apollo.

James Webb. Fonte: NYT

Come l’Hubble Space Telescope (HST) è un telescopio riflettore  costituito da un mosaico di specchi esagonali, con un diametro complessivo di 6,5 metri. Un’apertura, quindi, circa 10 volte superiore a quella dell’Hubble.

L’immagine dà un’idea delle dimensioni relative degli specchi dell’HST e del JWST, confrontati anche con le tipiche dimensioni umane. Fonte: rielaborazione BBC dei dati NASA.

Il JWSP opera soprattutto nella banda infrarossa (IR), ma non in quella UV, motivo per cui le osservazioni dell’HST in quella banda sono ancora utili.

Dotato di una strumentazione altamente sofisticata, è stato posto in orbita attorno al Sole a una distanza di 1,5 milioni di chilometri dalla Terra, nel secondo punto lagrangiano, L2, lungo la linea congiungente Sole e Terra, dalla parte opposta al Sole.

I punti lagrangiani sono punti particolari, previsti dalla “teoria dei tre corpi”: un oggetto di piccola massa, quasi trascurabile, rispetto agli altri due (in questo caso Sole e Terra), che va a posizionarsi su uno dei punti lagrangiani, si mantiene praticamente fisso rispetto ai corpi principali. Con questa disposizione, il JWST si trova protetto dalla luce e dal calore del Sole  e il suo campo visivo non è ostacolato dalla Luna, in modo da poter lavorare con continuità, diversamente dall’HST, più limitato nella sua attività dall’orbita bassa.

La scelta di lavorare nella banda IR è dettata dalla necessità di studiare regioni del cielo (ad esempio zone di formazione stellare) rese invisibili dalle nubi di gas e polveri, che invece la radiazione infrarossa è capace di “bucare”.

Anche per il James Webb Space Telescope uno dei campi d’azione principali sarà lo studio dei pianeti extrasolari.

Verranno accuratamente analizzati per capire se sussistano condizioni adatte alla presenza e allo sviluppo di forme di vita, sia pure agli stati più elementari.

Universo remoto ed esopianeti: le avventure del JWSP. A inizio Settembre 2022, per la prima volta, gli astronomi hanno utilizzato il telescopio spaziale James Webb per acquisire un’immagine diretta di un esopianeta. L’immagine, vista attraverso quattro diversi filtri di luce, indica  la strada per osservazioni future che riveleranno più informazioni sugli esopianeti. Fonte: ESA

Naturalmente, come l’HST, anche il telescopio Webb si occuperà dell’universo remoto.

Le sue immagini e le sue analisi forniranno dati per studiare fenomeni, come Supernovae, Lenti Gravitazionali, eventi ad alta energia, per affinare la conoscenza di quei parametri necessari a scrivere il futuro dell’universo e conoscere meglio il suo passato.

Sarà approfondito lo studio della distribuzione e dell’astrofisica che governava le galassie primordiali, con lo scopo di migliorare i risultati ricavati dai dati forniti da Hubble.

Inoltre, strumenti più sensibili  potrebbero scoprire un universo ancora più antico, e cercare le tracce dell’esplosione di stelle massicce di prima generazione, che avrebbero riscaldato un universo che andava raffreddandosi. Dopo la separazione tra materia e radiazione, protoni e neutroni iniziarono a unirsi, formando nuclei di idrogeno, deuterio ed elio e quindi gli atomi più leggeri.

Un progetto ambizioso, che richiederà anni di analisi di dati e immagini, così come è avvenuto per l’Hubble Space Telescope.

Già le prime immagini inviate, oltre ad essere altamente spettacolari, mostrano la maggior risoluzione rispetto a quelle dell’HST.

Eloquente è quella relativa a Giove e ai suoi dintorni che ci mostra, con una chiarezza mai vista prima,  l’anello che lo circonda; così come quelle della Nebulosa di Orione e della Nebulosa Tarantola nella Grande Nube di Magellano, una piccola galassia satellite della nostra.

Primi “gioielli dal telescopio spaziale Webb. Giove nell’infrarosso, con l’anello.

 

Primi “gioielli dal telescopio spaziale Webb. La Nebulosa Tarantola nella Grande Nube di Magellano.

Se queste sono le premesse, il JWST, promette importanti risultati. Probabilmente conferme, sicuramente altri grandi passi avanti nella conoscenza del cosmo, sia quello a noi più vicino che quello remoto, per comprendere meglio l’evoluzione e il futuro dell’universo.

di Franco Leone

Hubble: Trent’anni di immagini dal cielo

Hubble: Trent’anni di immagini dal cielo, è il primo di due articoli che pongono a confronto la tecnologia, i risultati e le ricerche dei telescopi spaziali. Questo primo approfondimento è dedicato al telescopio spaziale Hubble, che da oltre 30 anni invia dati e testimonianze fotografiche sorprendenti sul nostro universo.

La galassia Ruota di Carro, ripresa dal potente sguardo del telescopio James Webb. Formatasi a seguito di una collisione ad alta velocità avvenuta oltre 400 milioni di anni fa, è composta da due anelli che si espandono verso l’esterno dal centro della collisione, come onde d’urto. Fonte: ESA.

Il 30 aprile del 1990 veniva posto in orbita il telescopio spaziale Hubble (HST). Lo strumento prese il nome dall’astronomo statunitense Edwin Hubble, il primo a mostrare che l’universo è in espansione, grazie alla scoperta della legge che porta il suo nome.

L’astronomo Edwin Hubble.

L’HST ruota su un’orbita terrestre bassa (cioè a distanza relativamente piccola dalla Terra, circa 540 km) leggermente ellittica.

È un telescopio riflettore: l’obiettivo è uno specchio di 2,4 metri di diametro, decisamente più piccolo dei più grandi telescopi a terra, ma senza i limiti osservativi imposti dalla presenza dell’atmosfera. Progetto e realizzazione sono stati curati dalla NASA, con la collaborazione dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA).

Un telescopio miope

Dopo le prime foto inviate, gli scienziati si accorsero che il telescopio era “miope”, cioè non riusciva a mettere bene a fuoco le immagini, anche se queste erano comunque migliori di quelle dei più potenti telescopi terrestri dell’epoca.

Corretto il difetto ottico, l’HST ha iniziato a inviare immagini con risultati al di là delle più rosee previsioni, grazie anche alla possibilità di lavorare, oltre che nella banda del visibile, anche in quella infrarossa (IR) e ultravioletta (UV).

Hubble è stato il primo grande telescopio spaziale dedicato all’astronomia in grado di lavorare nel visibile, nell’infrarosso e nell’ultravioletto. Fonte:ESA.

Tante affascinanti imprese: il mondo di Hubble

Molte, e di notevole importanza, le scoperte e i risultati dovuti all’attività dell’Hubble Space Telescope. Ricordiamo i più significativi in una breve rassegna che copre tutte le regioni del cosmo, dai nostri dintorni fin quasi ai confini dell’universo osservabile.

I frammenti della cometa Shoemaker-Levy 9, ripresi dal’Hubble Space Telescope. Fonte: NASA/ESA

Una delle immagini più spettacolari (e inquietanti, se si pensa a ciò che sarebbe potuto accadere se la collisione fosse avvenuta sulla Terra) è stata senza dubbio quella dell’impatto, avvenuto nel 1994, dei frammenti della cometa Shoemaker-Levy 9 con Giove.

Le conseguenze degli impatti su Giove, in un’immagine nella banda UV. Fonte: NASA/ESA

E sempre riguardo a Giove, la scoperta di un possibile oceano sotterraneo sotto la superficie di Ganimede, uno dei suoi satelliti galileiani.

Le immagini del telescopio spaziale Hubble delle cinture aurorali di Ganimede (colorate in blu in questa illustrazione) sono sovrapposte a un’immagine della luna orbitante Galileo. L’oscillazione del campo magnetico lunare suggerisce che la luna abbia un oceano di acqua salata nel sottosuolo. Fonte: NASA/ESA

Restando nel sistema solare, l’HST ha contribuito alla scoperta e allo studio delle aurore polari di Saturno. Ha inoltre contribuito alla ricerca di pianeti nani, scoprendo e fotografando quattro piccoli satelliti di Plutone, di cui si conosceva come unico satellite Caronte, fornendo immagini inferiori come qualità solo a quelle della recente missione New Horizons, che però ha sorvolato Plutone da molto vicino.

Uno studio approfondito della Nebulosa di Orione, una densa nube interstellare nella costellazione omonima, sede di intensa formazione di stelle, ha portato a identificare dischi protoplanetari intorno a diverse stelle immerse al suo interno.

La Nebulosa di Orione (1.500 anni luce di distanza dalla Terra) è un libro illustrato sulla formazione stellare e questa immagine (in realtà frutto del lavoro degli scienziati su oltre 520 immagini fornite da Hubble) è come “una sbirciatina all’interno di una caverna di polvere e gas turbolenti, dove migliaia di stelle sono in formazione.” Vi compaiono oltre 3.000 stelle di varie dimensioni. Fonte: NASA/ESA

All’HST è dovuta anche la prima identificazione di molecole nell’atmosfera di pianeti extrasolari.

Da segnalare il determinante impulso dato allo studio di stelle, sia nelle fasi della nascita che in quelle dei loro ultimi stadi evolutivi, la scoperta e la conferma dell’esistenza di buchi neri di origine stellare (quelli che si originano dopo l’esplosione, come supernovae di stelle massicce) e dei buchi neri supermassicci al centro delle galassie, ma ancora più importante, la scoperta di buchi neri di massa intermedia tra questi.

Un enorme contributo per conoscere l’evoluzione dell’universo è arrivato dalle immagini note come Hubble Deep Field (campo profondo di Hubble) e Hubble Ultra Deep Field (campo ultraprofondo di Hubble), in cui l’HST ha immortalato migliaia di galassie, la cui luce è stata inviata fino a più di 10 miliardi di anni fa.

Ciò che ci mostrano è l’universo di uno o due miliardi di anni dopo il Big Bang.

Non solo, in queste immagini si possono individuare galassie che non sarebbero visibili (perché nascoste da altre galassie o ammassi di galassie interposti lungo la linea di vista) se non fosse per l’effetto di lente gravitazionale, previsto dalla relatività generale, per cui la loro luce, deflessa dagli oggetti interposti, ne mostra immagini multiple o deformate, facilmente riconoscibili. Questo permette di stimare anche la quantità di materia presente, in particolare la fantomatica materia oscura, di cui si possono osservare gli effetti gravitazionali, ma della quale non è ancora nota l’origine.

Hubble Deep Field. Fonte: NASA/ESA

 

L’Hubble Ultra Deep Field. Oltre 10.000 galassie di età, dimensioni, forme e colori diversi. Fonte: NASA/ESA

Le due famose immagini dell’Hubble Deep Field e Hubble Ultra Deep Field hanno mostrato il volto di un giovane universo.

Quella che a mio modo di vedere è la scoperta più eclatante (sconcertante, per certi versi, visto che riguarda direttamente il futuro dell’universo) donataci dall’HST, è quella riguardante l’espansione dell’universo che, da qualche miliardo di anni, ha ripreso ad accelerare, mentre sembrava che dovesse rallentare, se non fermarsi e trasformarsi in decelerazione a causa del prevalere della gravità.

Analizzando i dati che il telescopio spaziale ha inviato su distanza e luminosità di un particolare tipo di Supernovae, due gruppi di ricerca hanno potuto stabilire che l’espansione dell’universo sta accelerando.

I fisici hanno interpretato questo dato con la presenza di una forma di energia che si oppone alla gravità e che al momento sta prevalendo su di essa, facendo aumentare il tasso di espansione dell’universo. A questa energia, misteriosa, ma non troppo, è stato assegnato il suggestivo e significativo nome di “energia oscura”.

I risultati qui descritti, e i molti altri raggiunti, hanno fatto sì che il “pensionamento” dell’Hubble Space Telescope, già previsto, venisse prorogato, nonostante l’inizio dell’era del James Webb Space Telescope (JWST).

[…continua]

 

di Franco Leone

Ecologia: due prospettive da conoscere

Ecologia: due prospettive da conoscere. L’ecologia è una scienza i cui obiettivi e indirizzi si sono grandemente evoluti e modificati nel tempo, passando da un approccio antropocentrico alla valorizzazione dei sistemi complessi che mettono in relazione tutti gli esseri viventi. Due prospettive in particolare hanno giocato un ruolo chiave in questo cambio di paradigma: la teoria di Gaia e la filosofia della Deep Ecology (in italiano Ecologia Profonda). Vediamole insieme.

  • Teoria di Gaia

Non è un caso che questa teoria riprenda il nome dalla Dea della primordialità dell’antica mitologia greca. La teoria di Gaia, infatti, sostiene l’esistenza di equilibri basati su un “metabolismo della vita”, capace di regolare e autoregolarsi.

Ecologia: due prospettive da conoscere. Secondo la teoria di Gaia la biosfera sarebbe regolata da un unico super organismo capace di autoregolarsi, modificando le condizioni ambientali in base alle necessità. Con il fine ultimo di sostenere la vita sul pianeta.

Questa rete di interazioni equilibratrici si sarebbe sviluppata in un aumento costante di complessità e di valore nell’arco di diverse ere. La vita e il pianeta terra si sarebbero dunque evoluti insieme.

In effetti, è l’interazione tra miliardi di microbi e esseri viventi ciò che consente il mantenimento dell’atmosfera così come la conosciamo. Le sue stesse regole sono frutto di milioni di anni di evoluzione, stravolgimenti geologici, aggiustamenti necessari nella chimica dell’atmosfera. Questi cambiamenti sono strettamente legati alle popolazioni di viventi che abitano la terra, al loro numero e alle loro dinamiche di sopravvivenza.

I batteri, in particolare, costituirebbero una garanzia di equilibrio a lungo termine: organismi dalla popolazione quasi illimitata, in grado di modificarsi rapidamente e di “aggiustare” situazioni apparentemente compromesse (persino in condizioni di inquinamento chimico o nucleare).

Ecologia: due prospettive da conoscere. Il suolo è una risorsa preziosa e non rinnovabile proprio in virtù dei complessi meccanismi che concorrono alla sua formazione. In questo processo, i batteri svolgono un ruolo fondamentale. La nostra catena alimentare, senza di loro, sarebbe irrimediabilmente compromessa.

I batteri sono organismi che, non dimentichiamolo, vivono e prosperano ovunque. Sono responsabili di meccanismi indispensabili per la nostra salute e per la salute del cibo che ingeriamo. Trasferiscono informazioni genetiche svolgendo un ruolo fondamentale nell’evoluzione. Riciclano i rifiuti di altri esseri viventi. Insomma, regolano i cicli globali da cui dipendono tutte le altre forme di vita, animale e vegetale.

La teoria di Gaia fu elaborata per la prima volta dallo scienziato inglese James Lovelock nel 1979 ed è stata, da allora, ampiamente dibattuta e criticata.

Ora sembra trovare conferma nei più recenti studi sull’ecologia dei sistemi e, ancor di più, nelle ricerche sul ruolo del microbioma.

I batteri: alleati indispensabili anche per la salute umana.

Gli studi sul microbioma dimostrano che i batteri, in particolare quelli presenti nel nostro intestino, sulla superficie della nostra pelle e sulle mucose, influenzano non solo la nostra salute, aiutandoci a prevenire tumori e infezioni, ma persino la nostra psiche. In che modo? Modulando il sistema ormonale (alcuni batteri emettono “molecole segnale”, al pari di neurotrasmettitori e ormoni) e influenzando umore e pensieri. Essi svolgono, dunque, un ruolo regolatore ben più ampio di quanto in precedenza immaginato.

In quest’ottica, la Teoria di Gaia ha trovato nuova linfa vitale.

  • Ecologia profonda

L’ecologia profonda (in inglese deep ecology) è una filosofia che mette al centro la visione ecocentrica, facendo dell’etica ambientale il suo focus fondamentale. In netto contrasto, quindi, con una visione antropocentrica ed egocentrica, che ha sempre messo al centro i bisogni umani rispetto a quelli di altre specie e ha promosso un’idea di progresso basata sul dominio, anche a costo di compromettere la salute degli ecosistemi.

Il termine fu coniato dal filosofo norvegese Arne Næss nel 1973.

Ecologia: due prospettive da conoscere. La Deep Ecology si basa su una visione ecocentrica, rimette al centro delle discussioni sull’ambiente la natura stessa, unendo spiritualità, attivismo, promozione di obiettivi basati sulla qualità della vita e non sul PIL, con una forte critica al modello economico capitalista.

La deep ecology sostiene che la vita (umana e non-umana) abbia di per sé un valore intrinseco.

La biodiversità merita di essere difesa al di là delle logiche di convenienza e sfruttamento. Di fatto, l’attuale interferenza delle attività umane con il resto del mondo naturale si è spinta troppo in là.

Una transizione ecologica reale delle nostre economie dovrebbe perciò puntare su meccanismi virtuosi di decrescita, in netto contrasto con la concezione capitalista basata su bisogni indotti, progresso a tutti i costi e consumismo.

Poiché in natura tutto è collegato, non esiste possibilità di uno sviluppo infinito, squilibrato e incontrollato delle economie umane, se non a costo di una compromissione seria del sistema e delle nostre possibilità di sopravvivenza. Gli uomini, insomma, non hanno alcun diritto di impoverire la ricchezza del pianeta, al solo scopo di soddisfare i propri egoismi.

L’ecologia profonda domanda un ritorno ai bisogni reali dell’umanità: amore e affetti, senso di comunità, creazione artistica e ricerca spirituale. Spostando l’attenzione dai beni materiali alle relazioni.

Ecologia: due prospettive da conoscere. Per l’Ecologia Profonda la felicità è da ricercarsi al di fuori dagli schemi di competizione, sfruttamento, consumo e profitto.

La Deep Ecology promuove il minimalismo e una riduzione reale (lontana, perciò, dalla propaganda greenwashing dalla quale siamo invasi) del nostro impatto sul pianeta. Ci invita, insomma, a tornare a focalizzarci su un’autentica sostenibilità e sul benessere psicologico e sociale degli individui e delle comunità.

 

 

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Anna Stella Dolcetti si è formata in Economia e Management presso la Luiss Business School, specializzandosi in Green Marketing all’Imperial College di Londra. Scrive di ambiente, economia e sostenibilità per riviste e quotidiani nazionali. Laureata in Lingue e Culture Orientali, è insegnante di Yoga certificata Yoga Alliance RYT-500

Onozukara 自ずから- Vivere naturalmente

Onozukara 自ずから: “vivere naturalmente”. Una parola che pare contenere l’universo. Con questo approfondimento vi conduciamo alla scoperta della libertà naturale, vista attraverso il pensiero non dualistico della filosofia giapponese. 

Esiste un senso di libertà che spesso viene dato per scontato ed è quello che ci permette di vivere in accordo con noi stessi e con i cicli della natura.

Per molte persone non è immediato afferrare questo principio apparentemente semplicistico ma profondamente istintivo. Il mondo attuale ci ha abituati alla separazione e alla disgregazione delle parti in nome di una imprescindibile categorizzazione del tutto. Senza di essa sentiremmo di non avere gli strumenti necessari per comprendere ciò che ci circonda. Pare quindi necessario, per poter funzionare correttamente in questo sistema a compartimenti stagni, sottoscrivere tacitamente il frazionamento del proprio essere in mente, corpo e spirito. Separando così ciò che era originariamente unito.

Questa divisione affonda le sue radici in un tempo ormai lontano. Per questo non dovrebbe sorprenderci il nostro modo di vivere nella continua percezione di trovarci in un ecosistema a sé stante, distinto dal macrocosmo della natura ed indipendente nelle sue forme di pensiero più evolute ed organizzate.

In questa visione riduzionista, la “naturalezza” è stata allontanata dal concetto stesso di natura, asservendo ogni movimento del cosmo a leggi costruite dall’uomo secondo un’osservazione soggettiva e duale dell’universo. Restituendoci un mondo basato sullo sfruttamento e sulla superiorità antropocentrica. 

Per comprendere al meglio il concetto di “naturalezza” è utile rivolgere la nostra attenzione a una visione più olistica e comprensiva. Come quella suggerita dalla filosofia giapponese, per la quale la natura non è mero oggetto di studio, ma un modo di vivere con presenza e consapevolezza.

L’analisi etimologica dei termini utilizzati per trattare questo tema è un ottimo punto di partenza per aprirsi a una percezione più inclusiva. Iniziamo con la parola giapponese che modernamente traduce “natura”, ovvero shizen 自然.

Originariamente shizen veniva utilizzata sia sotto forma di aggettivo (“naturale”), che di avverbio (“naturalmente”). Essa era così più legata alla concezione del muoversi in accordo con l’universo, rispetto a una definizione, quella attuale, piuttosto restrittiva.

Nachisan, Nachikatsuura, Japan
“Vivere naturalmente” in accordo con noi stessi e con i cicli della natura, dona un senso di libertà.    Via del pellegrinaggio sacro Kumano Kodo a Nachisan, Nachikatsuura

 

 

Interessante notare come il radicale (l’unità di base dei caratteri giapponesi) che troviamo in shizen 自, sia lo stesso che compone la parola “libertàjiyū 自由

È presente anche nel termine onozukara 自ずから, il cui significato letterale descrive “ciò che è, così com’è”. Questo conferisce a tutti questi concetti un’immediatezza simbolica che si rivela solo in accordo con la comprensione profonda di shizen nella sua definizione originale: “tutto ciò che occorre con naturalezza”.

A una prima lettura, il significato di onozukara può apparire complesso e a tratti sfuggente, soprattutto se tentiamo di interiorizzarlo attraverso il ragionamento schematico del pensiero occidentale. Occorre aprirsi a una visione non duale del concetto di libertà e natura. Cercando tra le righe quegli spazi di accettazione e consapevolezza che spesso si nascondono in ciò che preferiremmo fosse immutabile e perfettamente definito.

È così che un principio all’apparenza indecifrabile si rivela un assioma essenziale: trovando il nostro posto nella natura, siamo naturalmente liberi.

Foresta di bambù di Arashiyama, Kyoto
Onozukara 自ずから- Occorre aprirsi a una visione non duale del concetto di libertà e natura. Foresta di bambù di Arashiyama, Kyoto

In un mondo sempre più in rapida trasformazione, dove riconoscere la propria dimensione sembra ogni giorno più difficile, questo tipo di emancipazione spirituale e personale può derivare solo da un’autentica comprensione del mondo naturale. Da un ritorno all’apprendimento esperienziale, facendo riferimento alle nostre radici più profonde e ancestrali.

La sapienza orientale da millenni ci suggerisce come l’essere umano sia in grado di riprodurre nel suo microcosmo, costituito dalla totalità della persona, quanto accade nel macrocosmo che lo circonda, mettendolo nella posizione di assumersi le sue responsabilità rispetto al suo rapporto con sé stesso e la natura.

Effettivamente, questi due regni hanno in comune molto più di alcune riflessioni filosofiche. Secondo la visione creazionista orientale entrambi sono stati generati partendo da una stessa fonte originaria e da sempre sono animati dalla medesima energia vitale chiamata ki (o qi), responsabile del loro sostentamento e della loro trasformazione.

Lo Shintō, la religione autoctona del Giappone, riconosce l’essenza del divino (kami) in tutto ciò che potenzialmente è in grado di manifestare questo flusso energetico: un fiume, una pianta, un animale, una foresta. Per questo, nei secoli, ha sviluppato una sincera forma di rispetto e cooperazione con la natura. 

Cervo sacro a Nara
Onozukara 自ずから”Vivere naturalmente” – Nei secoli la cultura giapponese ha sviluppato una sincera forma di rispetto e cooperazione con la natura. Cervo sacro nel santuario Shintō di Kasuga, a Nara

L’essere umano, secondo questa lettura, non solo è parte di un sistema armoniosamente perfetto, ma ne trae ispirazione per la sua vita quotidiana e per tutte quelle discipline volte alla crescita e al miglioramento.

Con il passare del tempo, questo legame indissolubile ha cambiato forma, lasciando spazio al desiderio di dominio antropocentrico. E portandoci ad un disastro ecologico del quale vivremo le conseguenze per lungo tempo.

Riconquistare la naturalezza, in questa particolare visione orientale, non è più solo un atto mentale, ma è soprattutto una liberazione, che si realizza con la morte dell’ego e un ritorno al sentire più autentico.

Quando la coscienza viene ricondotta al principio, alla radice, allora realizza che è sempre stata interconnessa alla natura. E questo rapporto non si basa solo sul comprendere il mondo per ciò che ci può offrire in termini di produzione e sostentamento. Si tratta altresì di un desiderio benevolo e altruistico nei confronti di tutti gli esseri senzienti e dei fenomeni che animano l’universo.

Un percorso di consapevolezza può condurci a capire che il nostro frenetico desiderio di agire sui flussi naturali, modificandone il corso, è solo l’illusione di una visione duale che vorrebbe farci credere di poter controllare il ritmo della natura secondo i nostri bisogni.

Quello che ci aspetta non è un sentiero facile. Ma è assolutamente necessario per poter riconquistare non solo la nostra libertà naturale, ma anche la possibilità di creare un futuro di convivenza armoniosa con tutto ciò che ci circonda e ci appartiene. Tanto quanto apparteniamo a noi stessi.

Onozukara 自ずから è un termine che ci insegna a “vivere naturalmente”. Apprezzando la spontaneità della natura e accettando l’impermanenza come forza creativa. Liberandoci da una gabbia ideologica.

È tra le sfumature di una parola che pare contenere l’universo, che potremmo trovare la via per ritornare ad una saggezza pratica. Una saggezza che ci rimetta in accordo con il nostro ambiente e ci insegni il rispetto e la meraviglia per “ciò che è, così com’è”.

 

 

 

di Veronica N.M. Green (autrice, insegnante di Tai Chi e Qi Gong, appassionata di studi orientali, si è laureata in Economia e Diritto con una tesi incentrata sul miracolo economico giapponese del secondo dopoguerra) 

Earth Day 2022 – Salviamo la Terra in Tre Passi

Earth Day 2022: da oltre mezzo secolo un’occasione per attivarsi a favore del pianeta. Ma tra eco-ansie e insicurezze, non è sempre facile far risuonare la sostenibilità nelle nostre vite. Occorrono percorsi trasformativi per interiorizzare il concetto di cura e ritrovare una connessione emotiva con noi stessi, con la Natura e con gli altri. Oggi ve ne proponiamo uno, in tre passi.

Il movimento ecologista nasce molto prima che il deteriorarsi dell’ambiente e delle qualità di vita ponessero una questione di sopravvivenza. La necessità di tutelare gli equilibri naturali sembra essere un istinto che nasce ai primi sintomi di alienazione.

Alexander Von Humboldt
Alexander Von Humboldt, scienziato ottocentesco considerato tra i primi ambientalisti della storia europea

La ricerca di un nuovo patto di pace con l’ambiente si sviluppa dal vivere immersi in una società “sconnessa” e frammentata, e ciò avviene sin dalle prime avvisaglie di questa tendenza, le quali, secondo la scienza, causano un malessere simile a quello sperimentato da un animale in cattività.

La necessità nasce dunque dalla sensazione che, innovazione dopo innovazione, si stiano perdendo pezzi importanti del nostro essere umani. Eppure, dopo decenni, fatichiamo ancora ad attuare azioni concrete per invertire la rotta del disastro ambientale. E non c’è solo la logica del profitto dietro: nel nostro piccolo ci sono l’attaccamento alle abitudini, il senso di disconnessione e di fatalità, le eco-ansie. E, più di tutti, l’individualismo esasperato, che ha creato una frattura tra il nostro sentire e gli altri, il pianeta, la società. Anche quando ci mostriamo sensibili, restiamo spesso chiusi in una bolla. 

Il filosofo francese Antoine Garapon, sostiene che il senso diffuso di insicurezza, precarietà e vulnerabilità emanato dal mondo – che, visto con le lenti del nostro individualismo, ci appare sempre più oscuro e terribile – ci porti a considerare di maggiore importanza problemi che minacciano la nostra vita a livello personale, in modo esplicito e diretto e sempre meno quelli che minacciano la società, le future generazioni e qualunque aspetto della “vita degli altri”, percepito come lontano ed estraneo al nostro vissuto.

Sfortunatamente per noi, i problemi ambientali rientrano in questa seconda categoria: immersi nel nostro benessere (seppur precario) fatichiamo a immaginare l’impatto che avranno nei prossimi anni, così come non riusciamo a calarci nei panni delle comunità indigene che vivono il degrado degli ecosistemi come minaccia diretta alla propria sopravvivenza. Fortunatamente, le soluzioni a questo bias esistono e partono da noi.

Cambiare noi stessi e il nostro approccio al mondo può fare davvero la differenza, ora più che mai.  In tre passi:

1) Insieme per l’ambiente

L’Earth Day 2022 è l’occasione per ricordare a noi stessi che siamo parte di un tutto. Nella nostra società, come afferma Bauman in “la solitudine del cittadino globale”, gli alieni diventano vicini e i vicini diventano alieni. In un raffreddamento e in una superficialità che si riflette nelle relazioni in ogni ambito della vita. “Sono fredde le persone che hanno dimenticato da molto tempo quanto calore possa trasmettere la solidarietà; quanta consolazione, quanta serenità, quanto incoraggiamento e quanto piacere possano derivare dal condividere lo stesso destino e le proprie speranze con gli altri”. 

solidarietà
Guardare gli altri, supportarli, condividere un “sogno di felicità” può guidarci nella costruzione di una nuova armonia tra noi e l‘ambiente, moltiplicando i nostri risultati alla ricerca di una società più equa.

 Sviluppiamo l’empatia verso le persone e verso gli esseri animali e vegetali che con noi condividono la vita sul pianeta. Creiamo coinvolgimento e calore intorno alle nostre azioni.

Per combattere l’eco-ansia occorre unirsi a difesa dell’ambiente. 

2) Re-innamorarsi della Terra

L’Earth Day 2022 ci invita a fare esperienza della natura.

Uomo e natura
“Nessuno protegge ciò di cui non gli importa e a nessuno importa di ciò di cui non ha esperienza”. Sir David Attenborough

Quando è stata l’ultima volta che hai camminato a piedi nudi sull’erba o hai osservato delle formiche operose intente a costruire un formicaio? 

Vivere la natura solo attraverso i documentari o le immagini online ci allontana dalla sua vera essenza.

Le esperienze dei sensi – odori, sensazioni tattili, colori, suoni e schemi – vissute attraverso bagni di foresta, escursioni e gite in natura, plasmano le nostre emozioni, aiutandoci a costruire un rapporto autentico e profondo con piante e animali, imparando a percepire le similitudini e le connessioni presenti sulla terra.

L’empatia nasce dall’esperienza diretta: non possiamo amare ciò che non conosciamo e da cui sentiamo, erroneamente, di essere separati. 

Richard Lindroth, docente di ecologia all’università del Wisconsin, sostiene che anche “piccole pratiche” possano letteralmente riconfigurare la nostra struttura cerebrale.

Il contatto con la natura “allena” il nostro cervello, permettendoci di sviluppare consapevolezza, intuito ed empatia

Una semplice attività di connessione con la natura, come osservare una foglia o il cielo stellato, per appena 30 secondi genera un sentimento di amore e gratitudine per la Terra capace di provocare nel cervello reazioni simili a quelle che si riscontrano guardando la persona della quale siamo innamorati. 

 3) Mettersi in gioco

L’Earth Day 2022 ci ricorda la nostra fragilità.

Tutti abbiamo paura di soffrire. Il nostro cervello ne ha talmente tanto terrore che spesso, invece di suggerirci di lavorare alle soluzioni, preferisce bloccare ogni nostra reazione al problema. Se, in più, il problema ci sembra complesso e le soluzioni al di fuori della nostra portata, nel cervello scattano altri meccanismi di difesa e semplificazione.

Ma le neuroscienze confermano: la neuroplasticità è nostra alleata, ad ogni età, nel modificare preconcetti e abitudini.

Per “riprogrammare” questo sistema, possiamo decidere di metterci in gioco con piccoli cambiamenti che ci rendano felici e facciano bene all’ambiente, un passo alla volta. Un’alimentazione più sana a base vegetale, ripulire una spiaggia, rinunciare al packaging in plastica, sono piccole azioni dal grande impatto.  

Coltivare la speranza ed essere quindi più felici e sicuri del proprio ruolo nel mondo richiede indagine, studio e comprensione delle dinamiche di cui siamo attori (e lo siamo in ogni caso, consapevoli o inconsapevoli). Non possiamo, insomma, pensare di cambiare le regole del gioco senza conoscerle. Questo comporta processi complessi di revisione interna ed esterna, che potrebbero rimettere in discussione le nostre credenze, i nostri stili di vita, le nostre posizioni. Ma che sono anche la chiave della fiducia nel potere di cambiare le cose. Rassegnarsi invece equivale, in termini di risultati, a negare che esista un problema del quale occuparsi. 

Mettiamoci in gioco: faremo la differenza nella qualità delle nostre relazioni, nella conoscenza di noi stessi e nel nostro rapporto con l’ambiente.

 

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Mahler e il linguaggio odoroso dell’amore nei Lieder

Mahler e il linguaggio odoroso dell’amore nei Lieder. Gustav Mahler mette in musica sei lied, tra il 1901 e il 1904, tratte da una raccolta di ben 448 liriche, composte tra 1833 e il 1834 dal poeta Friedrich Rüchert.

Il lied (dal tedesco lieder, vicino al latino lauda) è un componimento vocale con testo strofico spesso di natura popolare, cioè poesia in musica.

Mahler e il linguaggio odoroso dell’amore nei Lieder – le tematiche dei lieder sono tipicamente romantiche

Genere tipicamente legato al Romanticismo per le tematiche trattate (amore, dolore, perdita, abbandono) permane fin oltre il 1800, nella rivalutazione di una poesia più intimista e personale. La linea melodica, facilmente cantabile, rispecchia la regolarità dello schema metrico del testo, espressione di sentimenti ed emotività.

Tra i più conosciuti i Lieder di Schumann, Mendelssohn, Beethoven, Brahms, e soprattutto di Schubert.

Mahler e il linguaggio odoroso dell’amore nei Lieder – Tra i più conosciuti autori del genere ci sono Schumann, Mendelssohn, Beethoven, Brahms, e soprattutto Schubert. I lieder di Mahler mostrano però caratteristiche uniche.

Il ciclo liederistico composto da Mahler, invece, costituisce un unicum nella sua vasta produzione musicale.

Io respiravo un dolce profumo
C’era nella stanza un ramo di tiglio,
un dono di mano amata.
Com’era soave il profumo di tiglio,
com’è soave il profumo di tiglio,
il rametto di tiglio che, gentile, mi hai dato.
Respiro piano nel profumo di tiglio,
dell’amore il dolce profumo.

Ich atmet’ einen linden Duft (Respiravo un dolce profumo) è quasi l’epifania del tragico evento che colpirà Mahler anni dopo (sua figlia primogenita morirà per scarlattina) in una Natura ancora benigna, in cui si odono e si respirano piccole sensazioni, ed emozioni.

Protagonista un ramo di tiglio, simbolo del sogno e dell’eternità, di cui si coglie l’essenza attraverso un profumo tenue e delicato, che si trasforma nella fragranza toccante dell’amore, tra suoni di arpa, corni e dolci virtuosismi dei violini.

Mahler e il linguaggio odoroso dell’amore nei Lieder: una parola poetica che attraverso la sonorità dei versi svela il mistero degli odori e delle piccole cose della Natura. E la sensazione olfattiva diventa informazione, tra sogno e realtà.

Mahler e il linguaggio odoroso dell’amore nei Lieder – il potere evocativo dell’olfatto 

L’anima la riceve, la confronta con le sensazioni passate, la mescola ai ricordi, aprendo la visione del presente. E quale suggestione ha un potere più evocativo e al contempo più misterioso delle parole dell’olfatto?

 

di Mariaclara Menenti Savelli (Editore di Kressida, Storico dell’Arte e Critico Letterario)

Nuovi modelli etici per l’economia del futuro

La ricerca di modelli etici e sostenibili per l’economia del futuro è un processo che ci riguarda da vicino.

Non esiste attualmente un codice etico per gli economisti…ma dovrebbe esistere”. David Colander, Economista 

Tutto è collegato a tutto. Mai come in questo periodo storico è evidente, anche ai non addetti ai lavori, che le attività economiche si inseriscono nei contesti più ampi dei modelli di governo e della società, della cultura e dell’ecologia, plasmandone indirizzi e visioni, almeno quanto ne sono a loro volta plasmate. A loro spetta oggi il compito di riscoprire il ruolo tradizionale a servizio del soddisfacimento dei bisogni fondamentali e della realizzazione dei valori, per la costruzione di nuovi modelli etici per l’economia del futuro. 

Di fronte a problemi globali scottanti è quanto mai necessaria una visione interdisciplinare e olistica di tutte le parti dell’insieme

afferma Christian Felber, storico e fondatore di “Economy for the Common Good” (il termine “economia del bene comune”, che indica un modello economico etico fondato sulla collaborazione, è di sua invenzione).

Christian Felber
Christian Felber, teorico dell’economia del benessere

Occorre innanzitutto ritornare alla radice del termine economia, ovvero oikonomia, “governo della casa”. Le risorse economiche come mezzo per il benessere: un modello in cui il profitto è solo una parte di un quadro complessivo più ampio.

cartelli
Nuovi modelli etici per l’economia del futuro – Manifestazioni del movimento Friday for Future. I movimenti per il clima chiedono a gran voce la transizione verso modelli economici etici, che pongano il benessere del pianeta in primo piano rispetto al profitto.

Il denaro non più fine a se stesso, bensì ponte, materiale da costruzione. Economia trasformativa, molto più che semplicemente “sostenibile”. 

Che la qualità della vita non derivi soltanto dal soddisfacimento dei bisogni materiali o mediati dal mercato è abbastanza evidente. Anzi, il soddisfacimento di questi bisogni può entrare facilmente in conflitto con bisogni immateriali ben più importanti: un ambiente sano e una società giusta. 

Ed ecco che il mercato si ripiega su se stesso, in una sorta di masochismo di cui ormai abbiamo persino piena consapevolezza (e per il quale sembriamo, dunque, avere sempre meno scuse). Un “diniego feticista”, secondo la definizione di Mannoni, una sorta di je sais bien mais quand-même (sì, lo so bene, ma in ogni caso…). Sappiamo ciò che stiamo facendo – a noi stessi e all’ambiente – ma lo facciamo comunque. 

C’è chi sostiene che non si possa fare nulla per cambiare le cose e c’è chi ritiene che sia troppo tardi. Ma il potere trasformativo della cultura è immenso e parte da noi. I nuovi modelli etici necessari all’economia del futuro non possono attuarsi senza un cambio di paradigma.

Calcolo costante, mistificazione del profitto personale, materialismo e competitività sfrenata fanno parte delle nostre vite e sono diventati elementi fondanti delle nostre culture. Ridefiniscono il nostro successo. Ciascuno di noi, in diversi contesti, si trova schiacciato dal peso di queste dinamiche.  

Secondo Felber, questi falsi valori si comportano come veri e propri veleni sociali, intaccando lentamente la dignità umana, la solidarietà, la giustizia e la libertà derivante dalla responsabilità.

ridefinire il nostro successo attraverso il denaro
Fare della massimizzazione del profitto la bilancia del nostro successo è un vero e proprio veleno sociale.

La divulgazione di questa concezione dell’uomo ha conseguenze a lungo termine: si diffondono comportamenti privi di scrupoli e antisociali, le comunità e le relazioni diventano non vincolanti e fragili; persone egoiste e prive di empatia raggiungono più facilmente ruoli di potere e ne abusano. Ma non deve andare per forza cosi.

Il nostro esempio, anche nei più piccoli contesti e gli insegnamenti che prestiamo agli altri hanno un ruolo chiave. 

Il filosofo Richard David Precht, tra gli altri, sostiene che “La spietatezza e l’avidità” non siano affatto “le principali forze motrici dell’essere umano”, bensì un risultato culturalmente appreso. E persino John Maynard Keynes sosteneva che il problema economico sarebbe stato prima o poi “relegato nelle retrovie, nel luogo che gli è consono”. Cuore e testa degli uomini avrebbero ripreso allora a dedicarsi “ai veri problemi: le domande sulla vita e le relazioni umane”. 

John Maynard Keynes
John Maynard Keynes è stato il più influente economista del XX secolo

L’economia mainstream è solo un frammento di ciò che il nostro sistema è e può essere. Possiamo aggiungere altri pezzi per formare un insieme significativo. La società democratica permette e garantisce allo stesso modo libertà di impresa e libertà economica, ma in cambio deve tornare ad esigere responsabilità etica e visioni umane.

La creazione di nuovi modelli etici per l’economia del futuro parte da qui.

 

di Anna Stella Dolcetti (CEO di Kressida, si è formata in Economia e Management presso la Luiss Business School e l’Imperial College di Londra. Scrive di ambiente, economia e sostenibilità per riviste e quotidiani nazionali ed è esperta in Culture e Filosofie Orientali). 

 

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A causa della meraviglia

Se volessimo intraprendere un’analisi delle imprese umane da dove potremmo iniziare? Dall’evoluzione? Dalla storia? Forse dal pensiero scientifico? E perché non dalle esplorazioni oppure dalle guerre?

Potremmo trovare innumerevoli origini, molteplici prospettive, tutte egualmente valide, tutte assolutamente significative. Ma se volessimo trovare un singolo principio, un punto di partenza dal quale l’esperienza umana è sorta e si è poi sviluppata, dovremmo rivolgerci ad una idea, ad un concetto, che potrebbe essere determinato con la necessità di sapere, di comprendere, in una parola con la conoscenza.

C’è un modo per definire la conoscenza? Tentare di comprendere cosa sia la conoscenza non è certo cosa da poco. Provare a delimitarne i confini o, anche solo approssimativamente la fisionomia, è un’impresa che sembra destinata invariabilmente alla frantumazione, alla dispersione in innumerevoli nozioni, ognuna delle quali pone un nuovo interrogativo. 

A causa della meraviglia – da dove iniziare un’analisi delle imprese umane?

Come dobbiamo considerare il ragionamento, l’informazione e l’esperienza? Che relazioni hanno tra loro l’analisi e la sintesi, l’innato e l’appreso? Esistono la coscienza e la mente? L’intuizione e il pensiero, la verità e la fede possono convivere insieme? E come si situano nei confronti delle scienze?

Se dovessimo immaginare la conoscenza, potremmo rappresentarla come una costruzione simile ad una sfera con il centro ovunque (ogni elemento pur essendo legato agli altri rimane comunque indipendente) e con i limiti in nessun luogo (nessun elemento è definibile in sé, né in connessione con altri). 

Noi allora quotidianamente “capiamo”, ma capiamo cosa vuol dire capire? Pensiamo, ma sappiamo pensare cosa vuol dire pensare? 

La nostra conoscenza diviene estranea non appena tentiamo di “conoscerla”: dobbiamo quindi abbandonare l’illusione di poterne disporre facilmente e pensarla piuttosto in una visione di molteplicità.

La conoscenza non può essere ridotta a una sola nozione, bisogna invece concepire più livelli ciascuno dei quali appartiene poi ad una area ancora più vasta, punto di vista particolare della conoscenza generale.

A causa della meraviglia – La conoscenza non può essere ridotta a una sola nozione, bisogna invece concepire più livelli

La conoscenza risulta essere un effetto di una causa che ancora dobbiamo comprendere.

Prima della conoscenza, prima della sistematizzazione di ciò che sappiamo cosa possiamo trovare? Qual è il principio?

Ancora una volta sono gli antichi maestri ad indicarci la via: Platone nel Teeteto fa dire a Socrate

Ed è proprio del filosofo questo che tu provi, di essere pieno di meraviglia; ne altro cominciamento ha il filosofare che questo; e chi disse che Iride fu generata da Taumante non sbagliò, mi sembra, nella genealogia (Teet., 55d).

Il principio del sapere è identificato nella meraviglia, Iride (messaggera tra gli Dei e gli uomini) è la Filosofia ed è figlia di Taumante, il cui nome in greco richiama il verbo “meravigliarsi” (Thaumazein).

Prima di ogni categorizzazione e sistematizzazione, antecedente ad ogni razionalizzazione c’è un sentimento, uno stato d’animo, una pacata esaltazione che ci riempie gli occhi di sorpresa e l’animo di un tremendo sgomento. Possiamo immaginare dei primi uomini pervasi dalla meraviglia. Possiamo tentare di narrare un episodio in cui questa emozione è sorta solo in alcuni individui, ed ha anticipato e poi guidato il pensiero momentaneo ed utilitaristico.

Pensiamo al fuoco. Immaginiamo il momento in cui si crea il fuoco da una fiamma spontanea causata forse da un fulmine oppure da una combustione naturale. Uno sparuto gruppo di esseri protoumani, ancora non dotati di un linguaggio strutturato, si avvicina con timore e curiosità a quella manifestazione colorata e violenta. 

La meraviglia è il principio che andavamo cercando. Ed è a causa della meraviglia se il sapere, la scienza e la tecnica hanno potuto avere inizio e svilupparsi.

 

Sin dagli albori della civiltà, l’uomo è pervaso dalla meraviglia.

Quindi, l’analisi delle imprese umane è strettamente legata ad una trepidazione, ad una perdita della razionalità che permette di poter intuire, in un singolo momento, di essere contenuti all’interno di una gabbia, di una scatola di regole e convenzioni. Nel medesimo tempo la stessa trepidazione dà l’impulso di trasformare ciò che è contenuto in qualcosa di più grande del contenitore stesso, abbattendo le mura e guardando verso l’infinito.

I limiti allora si sposteranno, la gabbia diventerà più grande e sui nuovi confini si costruiranno altre credenze e quindi nuove demarcazioni, nuove consuetudini, che solo la meraviglia potrà poi spostare ancora più in là.

A causa della meraviglia: la meraviglia è una mistica confusione, una perdita temporanea del senno, un’ascesi che ci permette di poter avere prospettive inusuali, luci inconsuete, intuizioni formidabili.

Un sentimento raro, prezioso e senza fine, così come è infinita la tensione verso la sapienza.

 

 

Articolo di Stefano Brega (filosofo, specializzato in Filosofia del Linguaggio e teorie della Conoscenza)

All’umanità serve un nuovo patto di pace. Con l’ambiente e con l’Altro

La guerra in Ucraina ha risvegliato terrori dimenticati. Tra i tanti che affollano la nostra mente anche lo spettro di un conflitto nucleare. Una paura che ci riporta all’essenziale e all’umano, rimettendo in discussione ogni idea preconcetta. Una spinta a riflettere su un terribile “avvenire possibile”: uno scenario in cui la natura, senza di noi, continui a vivere.

Una prospettiva che è già realtà in luoghi più o meno dimenticati del nostro pianeta.

In ogni parte del mondo esistono paesaggi in cui le architetture in rovina mostrano ancora l’eco di una presenza umana, ma come fosse la citazione di un passato destinato a non ripetersi.

Testimonianze di civiltà perdute, a cui fa da contrasto una natura lussureggiante, un ambiente ricco di movimento e colore, che si riappropria dei suoi spazi.

Sito archeologico di Palenque, in Messico. Un tempo cuore splendente della civiltà Maya.

È un’immagine che ci genera nostalgia, ci rende fragili e ci provoca, al tempo stesso, un annichilente senso di disorientamento. Ma che è anche opportunità di porsi dinanzi a dilemmi importanti: quale ruolo vogliamo giocare, come esseri umani, nel rapporto con l’ambiente? Quali relazioni di pace e di supporto tra i popoli dobbiamo intessere perché si eviti la catastrofe?

Lo sappiamo: la nostra sopravvivenza dipende strettamente dalla disponibilità di servizi ecosistemici essenziali. A contare è anche loro qualità: acqua, aria, suolo (e quindi cibo) “puliti” ma anche materie prime fondamentali per le nostre economie, per la produzione di beni e di energia.

L’acqua è tra i servizi ecosistemici più preziosi

I servizi ecosistemici sono risorse che dobbiamo governare con saggezza e umanità, tenendo conto dell’impatto che le manovre economiche attorno ad essi esercitano sulle persone e sulle comunità.

Si tratta di ricchezze indispensabili che, come stiamo vedendo in questi giorni, si “muovono” con il mutare degli equilibri mondiali. Mentre nei Paesi a più alta dipendenza dal gas russo si parla di riaprire le centrali a carbone in caso di crisi energetica, alcuni governi europei, tra cui quello tedesco, hanno dichiarato una virata senza precedenti verso le rinnovabili. Nel caso della Germania, queste costituiranno il 100% delle fonti di approvvigionamento energetico entro il 2035. Con risvolti anche ideologici. Christian Lindner, Ministro delle Finanze della Germania, ha dichiarato che le energie rinnovabili sono, di fatto, “energie di libertà”.

Non possiamo fare a meno di richiedere a gran voce scelte sensate e politiche oculate su questi beni essenziali. Basti pensare che i servizi ecosistemici valgono il doppio del PIL globale, ovvero due volte la somma dell’intera ricchezza prodotta sul pianeta. Una frattura netta tra noi e l’ambiente e spirali di (auto)distruzione possono condannarci rapidamente a un’illusione, anch’essa di breve durata: credere di poter vivere due destini paralleli (quello dell’umanità e quello della natura), ove invece essi sono indissolubilmente legati. Legati ma, attenzione, disgiunti nei possibili esiti: se è vero che noi non possiamo sopravvivere senza la natura, la natura sembra poter sopravvivere benissimo senza di noi.

Le rovine di civiltà passate avvolte dalla vegetazione non sono una rarità, alcune sono persino divenute spettacolari mete di turismo (pensiamo al celebre sito archeologico di Angkor, in Cambogia, dove la giungla “abbraccia” le antiche costruzioni Khmer) ma hanno il sapore delle cose passate. Come dire, ci fanno pensare: “a noi non succederà”.

Lo spettacolare sito archeologico di Angkor, in Cambogia.

Ma esistono già eccellenti eccezioni contemporanee. Guardiamo ad esempio alla prefettura di Fukushima: le immagini pubblicate da National Geographic la scorsa primavera ci narrano della potenza della natura nel trasformare scenari che avevamo imparato a conoscere come luoghi di morte, destinati a un destino di infinita desolazione. Nella prefettura giapponese investita dal terribile tsunami del 2011 e dal disastro nucleare che ne è seguito, la fauna selvatica è invece sempre più numerosa. Nonostante crisi e mutazioni dovute all’alto livello di radiazioni (celebri furono le alterazioni morfologiche nella popolazione di Zizeeria maha, la “farfalla senza ali”, a cui fu dedicato uno studio pubblicato su Nature nel 2012), la natura ha mostrato la sua resilienza ed è tornata a fiorire. La biodiversità è in costante aumento e distese infinite di verde coprono i villaggi una volta brulicanti di uomini, donne e bambini (nell’area di Fukushima, grande quanto la città di New York, prima del disastro vivevano circa 160.000 persone).

Tra piccoli asili nido, i cui giochi dai colori sbiaditi punteggiano il verde e il giallo di erba e spighe, i claustrofobici uffici dalle pareti piegate e dalle finestre rotte e gli inquietanti impianti dismessi della centrale, sfilano e zampettano indisturbati un gran numero di piccoli e grandi animali.

 

Volpi rosse, lepri, procioni, macachi, cinghiali, cervi, scoiattoli giapponesi, gatti selvatici e civette, solo per citarne alcuni.

James Beasley, ricercatore della University of Georgia, ha utilizzato una rete di oltre 100 telecamere per monitorare la fauna selvatica della zona nell’arco di 4 mesi, compiendo inoltre ricerche sulle abitudini degli animali. Senza riscontrare, peraltro, gravi variazioni nei parametri comportamentali (i risultati dello studio sono stati pubblicati sul Journal of Frontiers in Ecology and the Environment).

Uno scenario simile a quello di un’altra area duramente colpita dalle radiazioni: quella di Chernobyl. Nelle foreste ucraine la fauna si è adattata e prolifica dove persino l’uomo, a 35 anni dal disastro, non è riuscito a ricostruire. Le Nazioni Unite l’hanno definita “un inaspettato paradiso per la biodiversità” e Tim Christophersen, coordinatore UNEP, solo pochi mesi fa aggiungeva che si tratta di “un esempio affascinante di come la natura sia in grado di risorgere dal degrado”.

La natura, dunque, è incredibilmente resiliente.

E il processo è affascinante nei suoi effetti, quanto rapido. Ce lo dimostra la vicenda dei delfini tornati a nuotare nel Golfo di Trieste, nella primavera del 2020, mentre l’intera Italia era chiusa in casa per il lockdown. Abbiamo toccato con mano quanto velocemente le specie animali possano riappropriarsi degli spazi “lasciati liberi” dalla mano dell’uomo, tanto che gli scienziati hanno persino coniato un termine per lo stand by da pandemia che ha generato effetti positivi sull’ambiente: “antropausa”. Una pausa che la natura si è presa dall’essere umano.

Siamo costantemente posti di fronte alla possibilità di un futuro, più o meno lontano, nel quale le nostre opere potrebbero comparire sullo sfondo. Cambiare le regole del gioco, per imprimere una svolta diversa, è una questione che scuote le fondamenta del nostro rapporto con l’ambiente e con l’Altro.

All’umanità serve un nuovo patto di pace – con l’ambiente e con l’Altro. Un ritorno all’essenziale e all’umano.

 

(Lettura consigliata -> leggi la seconda parte dell’articolo: “Rewilding: ridisegnare il rapporto uomo-natura”. 

 

Rewilding: ridisegnare il rapporto tra essere umano e natura

La sottrazione di aree alla natura selvaggia – nella speranza di riuscire poi a farne a meno – è una caratteristica fondante della nostra civiltà: dai campi coltivati ai pascoli, dalle città alle fabbriche, il nostro sviluppo economico e sociale si è retto finora sulla nostra capacità di riorganizzare, modificare e alterare gli spazi naturali, ovvero di renderli funzionali alle attività umane, controllando e confinando le espressioni più selvagge della natura. Questo processo ha un nome: antropizzazione. Ma alla luce della crisi ambientale che stiamo vivendo è lecito chiedersi: un modello diverso è possibile? Il concetto esiste già: si chiama “rewilding”.

Ma che cos’è il rewilding? 

Il World Economic Forum lo definisce come “l’atto di riportare un’area del pianeta al suo stato originale”, modificando perciò il pensiero tradizionale di controllo e gestione della natura come azione dall’alto, incorporando invece “nuovi elementi di progettazione architettonica o paesaggistica” che concilino le necessità degli esseri umani con quelle degli ecosistemi, con prospettive di sostenibilità a lungo termine.

Non parliamo di tutelare gli “spazi verdi” bensì di permettere alla natura di riappropriarsi di alcuni spazi.

John muir
Rewilding: ridisegnare il rapporto tra essere umano e natura. John Muir, ambientalista e narratore della natura selvaggia.

Il rewilding è un modo per ridisegnare il rapporto tra noi e la natura.

La natura di cui abbiamo bisogno, infatti, non è quella di un curato prato all’inglese: perché i meccanismi di autoregolazione funzionino, perché gli insetti impollinatori facciano il loro lavoro e non si assista al prevalere di una specie sull’altra, abbiamo bisogno di una “natura autentica”. Si tratta di una visione volta al reale ripristino degli ecosistemi, la quale non può che prevedere che sia l’uomo a fare un passo indietro. Il nuovo paradigma richiede saggezza e analisi per giungere alla riduzione degli sprechi e del proprio impatto ambientale. Occorre ridisegnare un modello nuovo.

 

Rewilding: ridisegnare il rapporto tra essere umano e natura. Il rewilding ha come obiettivo quello di ispirare e motivare le persone a restaurare gli ambienti e i processi naturali.

Un’assunzione di responsabilità che dallo scorso Febbraio ritroviamo anche in Costituzione: innanzitutto nel comma all’articolo 9, in cui si ribadisce che la Repubblica si impegna a tutelare l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi (questi ultimi due termini sono particolarmente significativi, in quanto rimandano alla “natura autentica” di cui sopra), anche nell’interesse delle future generazioni. Ma anche negli incisi all’articolo 41, i quali, in relazione all’iniziativa economica, ribadiscono che essa non possa svolgersi recando danno all’ambiente. Poche, semplici parole che costituiscono una svolta epocale. A patto, però, che a queste segua la reale adozione di modelli innovativi.

Non è un progetto che si possa improvvisare: perché il rewilding sia sostenibile, sicuro e vantaggioso, occorre un approccio scientifico e il coinvolgimento di tutti gli attori locali. Ma con quali vantaggi?

Secondo l’IUCN il rewilding è un asset fondamentale nella lotta al cambiamento climatico: aumenta lo stoccaggio di CO2 e protegge inoltre le popolazioni dai rischi legati agli eventi climatici estremi.  Si registra anche un impatto positivo significativo “sulla salute umana, in particolare per gli abitanti delle città con meno accesso agli spazi esterni”.

A differenza di quanto si potrebbe pensare, inoltre, esso rappresenta anche un’efficace misura contro il rischio zoonosi. Uno studio del 2021 apparso su Restoration Ecology mette in luce come il ripristino di ecosistemi perduti, anche in città, debba essere considerato come un vero e proprio imperativo in quanto “servizio reso alla salute pubblica”: non solo un ecosistema in salute si “autoregola”, tenendo lontani i virus, ma ci permette anche di attuare “contromisure ecologiche”, utili a ridurre i microrganismi circolanti e i loro vettori (come studiato per il patogeno responsabile della malattia di Lyme, il batterio Borrelia, in Giappone).

Per creare un nuovo “patto di sostenibilità” occorre però un cambio di paradigma. Significa infatti “riappacificarsi” con la natura, lasciandole i suoi spazi e godendone, imparando a far sì che non si debba più scegliere “tra noi e lei”.

La natura, anche in città, promuove il nostro benessere psico-fisico.

 

Anche la Royal Swedish Academy of Science ha di recente ribadito che la transizione verso nuovi sistemi è qualcosa che richiede più di un semplice sforzo: è una svolta di prospettiva radicale nella nostra concezione della relazione uomo-natura. Si tratta, in effetti, di saldare una frattura (che è tale sia in quanto percepita, sia perché legata ai nostri modelli di organizzazione); un passaggio che però, nell’era dei cambiamenti climatici e delle minacce ambientali, potrebbe davvero fare la differenza.

Rewilding vuol dire felicità. Esso ha infatti, più indirettamente, numerosi effetti positivi sul raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità e di pace sul nostro pianeta: più viviamo a contatto con la natura, più ce ne sentiamo parte e più ci attiviamo per la sua salvaguardia. Il contatto con l’ambiente sviluppa le nostre visioni sistemiche e ci rende più consci della necessità di cooperare tra comunità umane.

La natura è fonte di creatività e ispirazione. Servizi ecosistemici di incalcolabile valore.

Uno studio pubblicato su Applied Research in Quality of Life lo scorso aprile conferma infatti i dati raccolti nel corso di una famosa ricerca dell’Università dell’Illinois condotta alla fine del decennio scorso: non solo “gli individui con una migliore relazione con la natura sono più inclini ad adottare uno stile di vita sostenibile” ma da questa relazione traggono anche benefici maggiori, che si traducono in livelli di benessere generale più elevati, di felicità e qualità delle relazioni con gli altri statisticamente migliore.

Una lezione che, alla luce dell’esperienza pandemica e di quanto stiamo vivendo in queste settimane, non possiamo permetterci di dimenticare.

Johan Robinson, a capo dell’unità dedicata alla biodiversità nel Global Environment Facility del programma UNEP, ha dichiarato:

il COVID-19 ci ha insegnato che la vita sulla terra è interconnessa. Come specie dominante nella rete delle interazioni abbiamo la grande responsabilità di agire operando le scelte più giuste.

La salute del nostro ambiente è influenzata dalle nostre azioni, che ce ne ricordiamo o meno, con tutte le conseguenze e le responsabilità che questa posizione comporta.

 

Salute del pianeta e salute umana sono strettamente correlate.

La nostra salute e le nostre economie (in una parola, la nostra sopravvivenza) dipendono dalla qualità della relazione che siamo capaci di tessere con la natura e con le altre comunità umane, oltre le semplici visioni meccanicistiche di sfruttamento.

Un nuovo patto di pace passa anche da qui.