Eunice Newton Foote

La storia (dimenticata) della scienziata che teorizzò l’effetto serra

In piena rivoluzione industriale, ma ancora ai prodromi del disastro ecologico che sarebbe seguito, mentre le ciminiere fumanti venivano celebrate come simbolo della grandezza della nazioni e i grandi industriali muovevano forza lavoro, risorse e capitali a favore del progresso tecnologico che avrebbe dovuto rendere il pianeta più prospero, la scienziata e attivista per i diritti delle donne Eunice Newton (divenuta Eunice Newton Foote a seguito del matrimonio con il matematico Elisha Foote) dimostrò la relazione tra la concentrazione di CO2 nell’atmosfera e la temperatura terrestre, divenendo così la prima scienziata a parlare di effetto serra e a ipotizzare un ruolo antropico nei cambiamenti climatici. I suoi sforzi precedettero di almeno cinque anni i lavori sul tema, ben più noti, di Svante Arrhenius e John Tyndall.

Per i canoni dell’epoca, Eunice non era neppure una scienziata professionista (nonostante avesse compiuto studi formali nel campo della biologia e della chimica), bensì un’appassionata, un’esponente della filosofia naturale, che non avrebbe di certo storto il naso di fronte all’idea di mescolare natura ed esoterismo. Una cosa, del resto, per nulla strana per l’epoca. Un’epoca che era anche quella delle prime scoperte geologiche sulle variazioni del clima nella storia della Terra. Proprio partendo da questi studi e in particolare dai legami tra la formazione di depositi di carbone nelle paludi e i livelli di anidride carbonica presenti nel periodo corrispondente, Eunice ipotizzò, correttamente, che la CO2 liberata fosse responsabile di un innalzamento della temperatura.

Registrando la temperatura in due diversi cilindri con aria a diverse densità, la scienziata trovò conferma delle sue teorie, sebbene la mancanza di strumentazioni e mezzi avanzati non le consentì di raffinare l’esperimento fino a dimostrare che i gas serra aumentano la temperatura della Terra assorbendo il calore irradiato dalla superficie, ma solo quel tanto che servì a dimostrare che essi assorbono la luce solare in entrata. La scoperta resta epocale.

Sarà Tyndall, anni dopo, a condurre esperimenti più sofisticati, dimostrando anche l’ultima ipotesi. Nelle sue relazioni, egli non menzionerà mai la scienziata, attribuendo invece il merito dei primi studi a Mathias Pouillet. Non sappiamo se volutamente o per ignoranza. Ma è altamente probabile che Tyndall non sapesse nulla del lavoro della Newton.

La ricerca di Newton Foote era infatti stata presentata nel 1856, al congresso dell’American Association for the Advancement of Science, ma non dalla scienziata: nonostante non esistesse nessuna regola formale che impedisse a una donna di tenere una conferenza di fronte alla platea dell’AAAS, infatti, fu il Professor Joseph Henry (amico della coppia Foote e scienziato dello Smithsonian Institute) a esporre al suo posto. E il suo intervento non trovò posto neppure tra gli atti del congresso.

Le circostanze che influenzano il calore dei raggi solari

“Circumstances affecting the heat of the sun’s rays”, il documento frutto dei suoi studi, fu poi pubblicato dall’American Journal of Science and Art nel 1857.

La sintesi apparse su diverse riviste, tra cui il New York Daily Tribune, il Canadian Journal of Industry, Science and Art, e lo Scientific American (che riconobbe alla scienziata il merito della ricerca). Tuttavia, la sua breve menzione nelle riviste europee non risultò mai completa, non mancarono le omissioni e perfino un errore nel riportare il nome.

Se i contributi delle donne nella scienza sono stati spesso dimenticati, il caso di Eunice Newton Foote è forse tra i più eclatanti, per la portata che la sua scoperta ha (o più correttamente avrebbe dovuto avere) sul mondo di oggi. La Newton ha sempre creduto di poter cambiare le cose: la sua firma, già nel 1848, compariva tra quelle presenti sulla Dichiarazione di Seneca Falls (“Declaration of Sentiments”), pietra miliare del movimento femminista e primo atto pubblico di rivendicazione dei diritti femminili.

Eunice è stata a lungo dimenticata e forse lo è ancora ogni giorno, nelle parole dei politici che dopo quasi 170 anni di distanza ancora negano l’effetto serra, nei diritti negati delle popolazioni che subiscono l’ingiustizia ambientale, nei pensieri pieni di dubbi di cittadini confusi di fronte a una scienza che spesso non sa come dialogare con loro.

Piante e futuro: le domande fondamentali

Piante e futuro: le domande fondamentali

Le piante, forme di vita preponderanti sul nostro pianeta, affascinanti quanto misteriose, hanno da tempo catturato l’attenzione degli scienziati per il loro ruolo nella ricerca sui nuovi stili di vita sostenibili. A partire da una domanda fondamentale: come possiamo definire il rapporto tra vita vegetale e società umane?

Quella tra piante e homo sapiens è una relazione che nasce nella preistoria e si evolve nei secoli, attraverso supposizioni, sensazioni, inciampi, fraintendimenti, scoperte. Una storia fatta di tradizioni, medicine e veleni, cibo, risorse e vestiario. Vicende che affondano le proprie radici in forme di ascolto, comunicazione e interazione tra specie profondamente diverse. Le quali, tuttavia, condividono più di quanto appaia a uno sguardo superficiale. Un rapporto, evolutosi nell’ambito di diversi millenni, i cui meccanismi profondi sono ancora oggetto di studio.

In realtà, ci si chiede da sempre se le piante possano o meno provare emozioni. Gli appassionati di giardinaggio confermeranno, sulla base della loro esperienza, ciò che la scienza ha intuito, ovvero che la pianta ricavi piacere dal contatto – potremmo dire dalla relazione – con chi si prende cura di lei, almeno quanto l’essere umano trae piacere dall’occuparsene. Già nel medioevo, la relazione tra piante e essere umano era percepita a volte come talmente profonda da far sospettare l’intervento di una forza superiore (spesso demoniaca).

Recenti ricerche nel campo della neurobiologia vegetale, guidate dal professor Mancuso dell’Università di Firenze, hanno aperto nuovi orizzonti sul modo in cui le piante “vedono” e “sentono” il mondo. Oltre alle loro straordinarie capacità sensoriali, le forme di vita vegetali rivelano una complessità notevole nell’organizzazione sociale, nella comunicazione e nella ricerca di soluzioni a problemi complessi, emergendo come alleate preziose per il futuro delle nostre società e delle nostre città. Ma su quali premesse dovremmo basare la ricerca futura?

Le questioni fondamentali

Gli scienziati sanno che, in ogni ricerca, le domande sono un punto di partenza tutt’altro che scontato: come motore e cornice di uno studio, possono condurre lontano o portarci a scrutare i nostri piedi. Senza buone domande, si dice, non possono esserci buone risposte.

Per questo, c’è chi si è impegnato a definire i cento interrogativi più rilevanti, a tema vita vegetale, che dovrebbero guidare le ricerche dei prossimi trent’anni. Come evidenziato da un team internazionale guidato dalla Professoressa Claire Grierson dell’Università di Bristol, che si è occupato di identificare le domande fondamentali per affrontare il cambiamento climatico e garantire il nutrimento delle future generazioni attraverso lo studio delle piante, nella vita vegetale risiede un tesoro per la nostra evoluzione su questo pianeta.

Che ruolo avranno le piante nelle città del futuro?

Partiamo dall’ambiente urbano, quello in cui la maggior parte di noi vive e lavora: come possiamo costruire città più resilienti? Tra le domande selezionate in questo contesto dal team dell’università di Bristol, emergono interrogativi su come utilizzare le piante come alleate di benessere nelle città e nelle megalopoli. Ci si chiede come sviluppare ambienti urbani naturali, resilienti e belli, sfruttando le caratteristiche della vita vegetale e il loro impatto sulla nostra salute. Le piante, infatti, svolgono un ruolo fondamentale nella mitigazione degli effetti negativi dell’inquinamento atmosferico e forniscono benefici tangibili, come ossigeno, ombra e protezione da eventi climatici estremi. Inoltre, costituiscono l’habitat e il rifugio di numerose specie animali. Parlando di impatto sui singoli individui, prendersi cura del verde genera benessere a livello psicofisico. Infine, gli orti urbani possono costituire una risorsa fondamentale per lo sviluppo di sistemi di autosufficienza alimentare.

Biofilia e vita vegetale

Il secondo macro aspetto affrontato, riguarda la necessità di approfondire le nostre conoscenze su ciò che “muove” la relazione tra piante ed esseri umani, ovvero sulla nostra innata “biofilia” e su come possiamo promuoverla e diffonderla, educando alla sostenibilità. Il mantenimento o il ripristino di una relazione sana tra popolazioni e ambienti naturali richiedono lo sviluppo di doti personali come l’intelligenza emotiva e l’empatia. Occorrerà dunque, il supporto di professionisti dotati di competenze trasversali, come psicologi esperti in ecoterapia ed ecosociologi. Strategie innovative, basate su neurobiologia vegetale, psicologia umana, medicina e sociologia, sono necessarie per coltivare questa relazione e accrescere la diffusione di una consapevolezza ambientale profonda.

 

Sarà poi necessario interrogarsi sulle tradizioni che legano gli esseri umani alle piante. Custodire e promuovere i saperi tradizionali e quelli afferenti alle comunità indigene, può essere la chiave per una relazione equa con le risorse del pianeta. Sarà essenziale, in questa ottica, distinguere gli usi dannosi da un uso sostenibile delle risorse, ovvero che ne garantisca la naturale rigenerazione. La sfida richiederà sforzi congiunti nella diffusione di modelli educativi virtuosi e nella lotta allo sfruttamento.

A chi spetta, concretamente, occuparsi di tutelare il patrimonio vegetale del pianeta?

Politica e governi, ma anche comunità e cittadini, giocheranno un ruolo chiave. Occorre definire in termini chiari e netti obiettivi e regole per la salvaguardia. Il finanziamento globale per la difesa della biodiversità è un altro nodo critico, sul quale occorrerà lavorare. Strategie comuni, accordi internazionali e alleanze globali sono necessari per garantire risorse sufficienti a progetti di ricerca e tutela.

Le piante possono offrire soluzioni sostenibili per sfide future, come la ricerca di fonti di energia alternative, di materiali da costruzione sostenibili, nonché di alternative ai polimeri plastici. Studi approfonditi possono aprire la strada a soluzioni innovative per affrontare la scarsità di risorse e persino risolvere l’inquinamento ambientale.

Quale sarà il valore della dieta a base vegetale e come renderla sempre più sostenibile?

Infine, il passaggio a un’alimentazione a base vegetale emerge come una strategia efficace per garantire un futuro sostenibile su questo pianeta. Quantificare l’impatto delle diete globali diverrà sempre più fondamentale per poter condurre campagne di comunicazione efficaci e diffuse, migliorare la salute umana e affrontare malattie correlate a una cattiva alimentazione, come cancro e malattie cardiovascolari. Per garantire la sostenibilità del modello, occorrerà però aumentare gli sforzi per comprendere il ruolo della biodiversità, tutelare le specie a rischio, difendere la salute dei suoli, trovare soluzioni efficaci per uscire dai meccanismi della monocoltura.

Quali competenze si riveleranno fondamentali?

Problemi globali richiedono soluzioni interdisciplinari. Definire i parametri della collaborazione tra esperti e campi scientifici diversi, così come aprire le porte a saperi “nuovi” (inclusi gli aspetti spirituali, etici e tradizionali) sarà fondamentale nei prossimi decenni.

Attraverso un approccio interdisciplinare, possiamo plasmare un mondo in cui le piante rivelino tutto il loro potenziale di alleate nella costruzione di un futuro migliore.

Biofilia: il legame innato tra esseri umani e natura

Biofilia: da bio “vita” e philia “amore per”. Una parola che non esisteva prima del 1946, quando Erich Fromm la conia per definire la generale attitudine dell’uomo verso la vita. Ma è negli anni ’80 del 1900 che il biologo E.O.Wilson la usa per la prima volta per descrivere un fenomeno antico quanto il mondo e radicato nel nostro essere “animali umani”: la curiosità e l’amore verso il mondo naturale in generale, le piante e gli altri animali.

Il concetto di “biofilia”, così come teorizzato da Wilson, rivela un aspetto fondamentale dell’esistenza umana: una profonda affinità intrinseca, biologicamente radicata, con il vasto regno naturale che ci circonda. Questo legame, tutt’altro che superficiale, costituisce una risposta evolutiva incisa nei nostri stessi filamenti del DNA e sviluppatosi attraverso millenni di adattamento alla vita terrestre. Un parametro scientificamente misurabile.

“L’uomo, per costituzione, ama la vita e la protegge” – E.O.Wilson

Edward O. Wilson (1929-2021) è considerato uno dei più grandi biologi del XX secolo.

Biofilia: che cosa accade quando viene messa a tacere?

Abbiamo visto come la biofilia si riferisca all’innata affinità e connessione emotiva degli esseri umani con il mondo naturale e con altri esseri viventi. Questo concetto suggerisce che gli esseri umani abbiano un’attrazione e una curiosità innata verso gli ecosistemi e le altre forme di vita sulla Terra. Ma cosa accade quando non è così? Come spiegare fenomeni come la distruzione degli ambienti naturali, l’inquinamento, la violenza sugli animali? La biofilia è una tendenza naturale che può “spegnersi” quando l’essere umano conduce una vita artificiale o si trova in condizioni di stress profondo o totale incapacità di far fronte alle proprie esigenze fondamentali di sopravvivenza. Con conseguenze devastanti. Non dovrebbe stupire, considerato il fatto che la natura costituisce il nostro habitat naturale e l’istinto a proteggerla ci guida verso la protezione delle nostre stesse esistenze. Eppure, il concetto di biofilia è rivoluzionario, poiché ci porta soprattutto a interrogarci sulle conseguenze che l’allontanamento da questa tendenza naturale comporta per le società e il pianeta (dalle guerre per le risorse, sino all’inquinamento).

L’indagine approfondita sulla connessione biologica tra gli esseri umani e il mondo naturale ha svelato nuovi livelli di consapevolezza sul nostro legame emotivo con piante, animali e persino con il mondo minerale. Con il tempo, i campi di applicazione della teoria si sono ampliati.

Architetture verdi

L’integrazione della biofilia nella progettazione ambientale si presenta come un passo cruciale per creare ambienti che favoriscano il benessere umano. Architetti e progettisti, consapevoli di questa innata affinità, possono arricchire gli spazi abitativi incorporando elementi naturali come la luce solare, l’acqua e una varietà di piante. Questa integrazione non solo crea ambienti visivamente accattivanti ma anche luoghi nei quali le persone possono avvertire una connessione profonda con il loro ambiente, riducendo così lo stress e migliorando la produttività.

La riscoperta dell’ambientalismo innato

In aggiunta, la biofilia assume un ruolo cruciale nella promozione della conservazione ambientale. Individui che ascoltano il proprio desiderio di connessione con la natura e sviluppano una relazione profonda con essa (specie se questo legame viene coltivato sin da bambini) si sentono chiamati a proteggerla attivamente, a svolgere un ruolo di veri e propri “guardiani”. L’educazione basata sulla biofilia, che asseconda il rispetto intrinseco per l’ambiente naturale fin dalla tenera età, costituisce una leva potente per la conservazione e la sostenibilità a lungo termine.

Salute naturale

Un’analisi critica della letteratura scientifica rivela non solo l’influenza positiva della biofilia nella nostra quotidianità, ma anche il suo ruolo cruciale come strumento terapeutico. Terapie basate sulla natura, quali l’ortoterapia, lo shinrin yoku, la pet therapy e l’ecoterapia, stanno guadagnando riconoscimenti sempre maggiori, anche grazie agli studi sul ruolo del microbioma e delle essenze vegetali sul nostro benessere. Ricerche scientifiche hanno inoltre ampiamente documentato che l’esposizione alla natura può ridurre il livello di stress, abbassare la pressione sanguigna e migliorare il tono dell’umore. Un fenomeno noto come “effetto curativo della natura” e che attesta che la biofilia non è una mera astrazione teorica, ma piuttosto un principio concreto e scientificamente misurabile.

Anche se spesso definita come “l’innato legame emotivo con la natura”, la biofilia infatti va oltre il mero apprezzamento estetico, sentimentale o pratico; essa si traduce in benefici palpabili. In poche parole, essa diviene uno strumento per comprendere a fondo – e di conseguenza avere cura – della salute degli individui e delle comunità.

Per approfondire: ECO Manuale di Ecologia Totale

Raccontare la vita animale. Tra realtà e finzione

Raccontare la vita animale. Tra realtà e finzione

Capita di trovarsi, una sera, a guardare la storia di due cuccioli di lupo.

E di farsi domande inaspettate.

di Simona Rusconi

Sono  nel fresco di un cinema all’aperto, per la proiezione del documentario Il Contatto[1]. La storia è quella di Achille e Ulisse: due cuccioli di lupo rinvenuti nel 2016 ancora piccolissimi (dieci e venti giorni) e accolti dal Centro Monte Adone con l’obiettivo di ridare loro la libertà in natura. Un percorso sperimentale complesso (normalmente gli animali selvatici recuperati dai centri sono condannati alla cattività) che ha posto una profonda riflessione sul contatto che l’uomo può e deve avere con gli altri esseri viventi.

In questo film non c’è nessuna voce suadente ad accompagnare lo spettatore, nessuna trama avvincente da cui essere catturati e nemmeno una colonna sonora su cui poggiare lo sguardo. Solo due piccoli lupi, il presente costante in cui vivono e i loro movimenti (buffi, istintivi e a tratti noiosi) che si trasformano in linguaggio cinematografico.

Senza commento, le scene vanno interpretate, intuite, a volte anche immaginate per capire quello che vogliono dire. E non tutti stanno al gioco. A metà proiezione, infatti, qualcuno inizia a sgattaiolare via, stanco di quello che sta vedendo. Al momento non ci ho fatto caso ma, con il passare dei giorni, ho cominciato a chiedermi: “Quando guardiamo gli animali sui nostri schermi, li vediamo davvero?”.

Secondo la BBC Natural History Unit (NHU), leader nei documentari naturalistici di alto livello, produzioni come Planet Earth e Blue Planet sono state viste da più di un miliardo di spettatori in tre anni[2]. Una persona su otto nel mondo, quindi, ha deciso di passare il proprio tempo libero guardando animali selvatici nascere, cacciare, accoppiarsi, migrare e anche, in alcuni casi, morire. Ma se questi documentari piacciono così tanto mentre la gente si alza di fronte ai due cuccioli di lupo, un motivo c’è. Anzi, più di uno.

Le serie della BBC (e di altre aziende concorrenti come la Silverback Films di Perfect Planet) hanno budget molto alti. Questo significa poter accumulare molte ore di materiale ma, soprattutto, poter usare attrezzature di altissima qualità, così da affiancare alle storie degli animali paesaggi mozzafiato e immagini ottenute con una risoluzione impossibile per i nostri occhi, in cui tutto diventa più nitido e lucente[3].

La stessa artificiosità caratterizza anche i suoni. Le riprese sono spesso fatte a grande distanza e, se i documentari riportassero ciò che i microfoni hanno davvero registrato, sentiremmo le pale degli elicotteri o le indicazioni della troupe per coordinarsi.

Quando vediamo un orso polare camminare sulla neve o un airone alzarsi in volo, quindi, sentiamo rumori riprodotti in studio, sbriciolando cristalli di sale o aprendo e chiudendo un ombrello. Probabilmente, la maggior parte degli spettatori trova abbastanza normale la cosa, oppure non ci ha nemmeno mai pensato. Ma c’è chi si sente ingannato da questi espedienti[4].

In fondo, l’etimologia della parola “documentario” (dal latino dócere: insegnare, dimostrare) riporta all’idea di registrare ciò che accade realmente, a scopo di studio o di testimonianza. Con le grandi produzioni internazionali, però, il ruolo educativo del documentario si mischia a quello dell’intrattenimento, creando combinazioni molto complesse.

L’idea che lo spettatore debba investire emotivamente in quello che guarda influenza le decisioni cinematografiche a tutti i livelli, dalla presentazione delle idee, alle scelte dei finanziatori fino al montaggio finale. Poche persone vogliono stare a guardare animali che fanno cose da animali, quindi si costruiscono narrazioni umane addosso a esseri inconsapevoli, al fine di creare una storia fluida e significativa con cui lo spettatore possa empatizzare. È il “trattamento antropomorfico completo”[5] di cui parla la giornalista Laura Bradley, con gli animali che ricevono aspirazioni umane e vivono avventure personali narrate da qualcuno di famoso; il tutto avvolto da una colonna sonora intensa che suggerisce il tono emotivo da avere.

Ecco quindi l’utilizzo di alcuni stratagemmi: cibo per attrarre gli animali, montaggio di riprese fatte in momenti diversi e/o ad animali diversi per creare una scena narrativa, utilizzo di animali addestrati o in cattività, immagini create al computer, fino ai trucchi per garantire il successo di una scena di caccia[6]. Jeffery Boswall [7], naturalista e produttore per la NHU, affermava che tutto ciò porta a fraintendere la vera natura degli animali.

Jeffrey Boswall, scomparso nel 2012, è stato tra i più importanti e longevi produttori della BBC Natural History Unit.

Perché alla fine si tratta di questo, dell’idea di natura creata nelle menti di milioni di persone. Un mondo incontaminato, affascinante e inaccessibile, dove gli animali conducono esistenze fiabesche che risuonano dentro di noi. Un mondo che ha un grande assente: l’Uomo. Onnipresente nella struttura narrativa, infatti l’essere umano sparisce dalle immagini e, con lui, spariscono anche gli effetti della sua azione: non c’è traccia di inquinamento, di cambiamento climatico, di deforestazione e iper-urbanizzazione. Tutto questo rischia di creare un ulteriore distacco dell’uomo dalla natura, rafforzando l’opposizione natura-civiltà e portando gli spettatori a preferire la comodità di uno schermo a quella di un contatto reale con la naturale imperfezione degli animali.

Un frame tratto dal trailer del film “Il contatto”.

Ogni volta che guardiamo un animale, quindi, tutto dovrebbe ruotare attorno al “contatto”: un termine che parla di vicinanza e di relazione, ma anche di rispetto per l’altro e di rinuncia. Senza invadere spazi, senza creare storie dove non ci sono, senza ricercare il nostro mero divertimento. Fare un passo indietro rispetto al costante protagonismo che ci contraddistingue. Per potersi toccare veramente.

Non tanto con i corpi, ma con l’idea di guardarsi per quello che si è.

 

[1] Il Contatto è un documentario del regista Andrea Dalpian, realizzato dal Centro Tutela e Ricerca Fauna Esotica e Selvatica – Monte Adone, in collaborazione con la casa di produzione indipendente PopCultDocs.

 

[2] Le statistiche di visualizzazione registrate dal BBC Global Audience Measure (GAM) hanno mostrato che l’episodio di apertura di Planet Earth II è stato il programma di storia naturale più visto nel Regno Unito negli ultimi 15 anni, attirando 9,2 milioni di spettatori su BBC1.
Secondo Parrot Analytics (leader nel monitoraggio dell’audience di tutte le piattaforme streaming disponibili al mondo), negli ultimi 30 giorni Planet Earth ha avuto una domanda di pubblico superiore al 99,7% rispetto a tutti i titoli di documentari negli Stati Uniti.

 

[3] Alenda Y. Chang, Professore Associato in Cinema e Studi sui Media presso la UC Santa Barbara, trova disumana la profondità di campo che caratterizza molte delle inquadrature di questi documentari, perché nessun occhio umano (biologico e imperfetto) potrebbe mai mettere a fuoco contemporaneamente il soggetto in primo piano e lo sfondo in lontananza.

 

[4] Chris Palmer, autore e produttore di film sull’ambiente e la fauna selvatica, riporta in un suo articolo un aneddoto in cui sua moglie, venuta a sapere che i suoni del suo documentaro erano stati registrati da un fonico in studio, si era mostrata scioccata, offesa e indignata perché, trovandosi di fronte a un documentario, “si aspettava autenticità e verità”.
Cfr: Chris Palmer, Into the Wild, Ethically: Nature filmmakers need a code of conduct, sito International Documentary Association, 17/06/2011 (www.documentary.org/feature/wild-ethically-nature-filmmakers-need-code-conduct)

 

[5] Laura Bradley, Why Wildlife Documentaries insist on making animal seems human, Slate, 23/04/2015 (https://slate.com/culture/2015/04/monkey-kingdom-and-how-nature-and-wildlife-documentaries-use-anthropomorphism-to-create-empathy-and-shape-stories.html)

 

[6] Nel 1996, il Denver Post ha riferito che il conduttore di Wild America, Marty Stouffer, ha messo in scena alcune delle scene più drammatiche della serie a costo della vita di alcuni animali. In particolare, Stouffer avrebbe riunito in un recinto un cervo e un branco di lupi, togliendo alla preda qualsiasi possibilità di sopravvivere. Dopo un’indagine interna, la PBS ha abbandonato la serie. Ma non si tratta certo di un caso isolato: secondo lo studio condotto dal CMSI (Center for Media & Social Impact) nel 2009, un produttore ha ammesso di aver rotto la zampa di un coniglio in modo da ottenere una ripresa migliore di un predatore in azione.

 

[7] Jeffrey Boswall è stato uno dei produttori più longevi della BBC Natural History Unit (1957-1987). Scrittore e presentatore/narratore di molti dei programmi che ha prodotto, è stato un grande sostenitore dello sviluppo dell’etica nelle trasmissioni di storia naturale e ha incoraggiato l’ingresso di nuovi operatori in questo campo.

 

 

Articolo realizzato nell’ambito del corso Scrivere di Natura (II Edizione).

Gatti nei libri: Céline e Bébert

Gatti nei libri: Céline e Bébert

Al suo Bébert, grosso e grasso gatto tigrato, lo scrittore Louis-Ferdinand Céline dedicò parole e pensieri profondi, sino a farne l’eroe di uno dei suoi ultimi romanzi, “Rigodon”, cronaca della sua fuga in treno da Parigi (poiché accusato di essere un sostenitore del governo collaborazionista di Vichy).

Durante il viaggio, attraverserà la Germania (ormai sconfitta) arrivando fino alla Danimarca, accompagnato dalla moglie Lili, mentre Bébert, inizialmente affidato a La Vigue, nome sotto cui celava l’attore cinematografico Robert Le Vigan, primo proprietario di Bébert (sempre che i gatti possano avere padroni!), li raggiungerà a metà del viaggio.

Una fuga rocambolesca negli ultimi mesi della Seconda Guerra mondiale, segnata dai bombardamenti e dall’invasione anglo-americana e raccontata da Céline con quella scrittura cruda, tagliente, a tratti provocatoria, che lo ha reso uno degli scrittori più difficili da amare e da comprendere.

Il bisogno di raccontare e l’inganno della narrazione vengono fusi in una logica insolente e ironica, come se tutto l’orrore che egli avverte e che lo circonda fosse solo materia di finzione, la sola capace di mutare le forme della realtà.

Ma Bébert è il suo eroe, il suo sguardo beffardo sul mondo, il suo modo di allontanarsi da una materialità che distrugge i suoi ideali e gli rinfaccia ogni giorno scelte ed errori di valutazione. Un personaggio magico Bébert, magico e misterioso, simbolo e araldo di una realtà che Céline vorrebbe penetrare, a cui vorrebbe accedere.

Bébert diventa così il suo alter ego: ha il suo caratteraccio, la sua indolenza, la sua “capacità” di sfidare il pensiero della morte o di restarne schiacciato.

Nella Trilogia del Nord, comprendente oltre a “Rigodon” anche “Da un castello all’altro” e “Nord”, Céline è sempre affiancato dal suo compagno felino.

“Si è in tre con Bébert, il resto vada al diavolo…”.

Nel suo Cahiers de prison, ormai in una lontananza forzata sia dall’amato gatto che dalla moglie Lili, Céline scrive a lei della sua condizione, dei suoi pensieri e di Bébert, come in un continuo colloquio allo specchio:

“Mia Lili carissima, sono tornato di nuovo in prigione come pensavo, ma ora sono tutto solo in cella e sto benissimo così. […] Parlo con me stesso, con te e con Bébert. Sono le brutalità che mi distruggono […] Sono sempre con te e con Bébert e vi parlo continuamente. Riesco ad astrarmi dalla realtà, come ben sai. E sono felice di saperti libera”.

E ancora nei momenti peggiori, in cui lo scrittore vorrebbe solo morire, è Bébert, in visita con la moglie, a salvarlo: “Quale felicità ho provato nel rivedere il mio Bèbert, con quel suo musetto da farfalla graziosa! Quanto lo amo! Bébert è così intelligente e gentile. Lui sì che capisce benissimo la situazione…”.

Bébert è la sua strada per una realtà oltre la morte, oltre la condizione umana, la prigionia continua, il dolore incessante e implacabile. E la visione frammentata di Céline appare ancora una volta scissa da una realtà che gli appartiene tanto dolorosamente da distaccarsene nel momento della scrittura. Nel suo bisogno di raccontare e nell’inganno stesso della narrazione, si fondono una logica fredda, spudorata e ironica e l’orrore stesso che la finzione porta con sé e che muta le forme della realtà, portando solitudine e disperazione. Ma Bébert è sempre lì, nell’orrore dei fatti, nei luoghi e nei personaggi più o meno immaginari, nella paura, “nell’odore della guerra che si prolunga negli effluvi dei villaggi carbonizzati, mal cotti, delle rivoluzioni abortive, delle imprese fallite… […] e io sprofondo nelle cianfrusaglie, nei ricordi e negli odori di catrame”, come nel suo” Voyage au bout de la nuit”.

Oltre l’ossessione del reale, nella sua poetica del disincanto, c’è Bébert con le sue invenzioni di gatto di strada, le sue sfide, i suoi rituali e i suoi occhi dolci e crudeli insieme. Bébert, la sua anima riflessa, il suo bisogno di serenità, di normalità, svincolato dai lacci della vita, capaci di procurare soltanto ustioni e dolore. La possibilità di amare senza troppe parole, senza doversi guardare troppo dentro. La piena libertà, il sé stesso finalmente compreso.

“Un gatto è l’incantesimo stesso, la delicatezza dell’onda”.

La foresta Pando, testimone della saggezza della Natura

Lungo le rive del Fish Lake, nella National Forest dello Utah centrale, risiede uno dei più grandi organismi viventi sulla terra: la foresta Pando.

Sopravvissuta per più di 12.000 anni, rischia ora di scomparire per cause, finora, non pienamente identificate. Numerosi studiosi e operatori forestali sono alla ricerca di una soluzione per salvare questo inestimabile patrimonio del pianeta Terra. 

Con un’estensione di 43 ettari, pari allo spazio occupato da circa 60 campi da calcio, composto da 47.000 diramazioni di pioppi tremuli, Pando si sviluppa grazie a un singolare e vasto apparato radicale contenente un unico DNA. 

Le comunità di pioppi sono dette anche “foreste di amianto”, grazie alla loro resistenza al fuoco (essi immagazzinano enormi quantità di acqua che li proteggono in caso di incendi), alle loro radici profonde e ai loro fusti flessibili in grado di sopportare le intemperie, e alla loro capacità di fare fronte a inverni lunghi e rigidi (grazie alla clorofilla contenuta nella corteccia, che consente loro di creare energia pur in assenza di foglie).

Pando nasce in una terra di ghiacciai, terremoti, vulcani e incendi. Un’area caratterizzata da un suolo frastagliato con enormi massi vulcanici, ghiaia e ciottoli, lungo una faglia attiva. Ed è proprio grazie a queste caratteristiche che le sue radici, nei secoli, hanno avuto modo di sviluppare un apparato estremamente esteso attraverso il quale riprodursi. 

In quanto albero maschio, Pando produce solo polline e invia nuovi steli alle radici mettendo in atto un processo definito “pollone”: la clonazione di nuovi esemplari prende vita direttamente dall’apparato radicale. Queste sue peculiarità gli hanno permesso di sopravvivere migliaia di anni ristabilendo continui nuovi equilibri con l’intero ecosistema in cui si trova immerso, condivendolo con animali selvaggi, insetti, uccelli, roditori.

Ungulati nella foresta Pando. Fonte: New York Times

Un’ecosistema a rischio

Da circa 40 anni, Pando sta soffrendo. Molti dei suoi nuovi germogli non riescono a sopravvivere. Almeno tre malattie hanno intaccato la sua struttura: un parassita corticale che ne ha compromesso le cortecce, un agente patogeno che colpisce le parti fuori terra e causa disseccazioni e caduta delle foglie, e un’ulteriore infezione fungina che interessa le radici. Da quel momento, gruppi di studiosi e responsabili di servizi forestali hanno iniziato a vedere il degrado del clone (ovvero di quell’unico patrimonio genetico da cui ha avuto origine e che accomuna ogni singolo pioppo della foresta) e a monitorarne il cambiamento. Sono contemporaneamente state attuate misure di contenimento che lo proteggessero da un aumento fuori controllo di ungulati, quali cervi mulo e alci di montagna.

A differenza dei cervi, mammiferi nativi e quindi da sempre esistiti e cresciuti con Pando, gli alci di montagna sono stati introdotti dall’uomo per la caccia e l’allevamento. Hanno dimostrato di essere altamente adattabili, moltiplicandosi fuori controllo e impattando in modo significativo sull’equilibrio dell’ecosistema. Animali più grandi rispetto ad altre specie, riescono a superare con facilità le recinzioni costruite a tutela della foresta e a mangiare e mordere rami, cortecce, gemme e germogli ad altezze più elevate. Indebolendo, così, la pianta e creando solchi che facilitano l’insorgere di malattie o attirano altri insetti.

Per agevolarne l’osservazione, l’intera superficie è stata suddivisa in 65 aree di monitoraggio forestale, raggruppate in tre diversi regimi.

Una prima area è libera e aperta. Una seconda zona ha una semplice rete di protezione. L’ultima è munita di recinzione e sottoposta a trattamenti attivi quali bruciatura, abbattimento di arbusti e potatura.

I risultati non si sono dimostrati però sufficienti ad arginare il problema. Le recinzioni non hanno protetto la foresta, in quanto i grandi animali hanno trovato comunque il modo di penetrare le barriere e invadere il territorio. C’è stato un leggero incremento di rigenerazione dell’area sottoposta a trattamenti attivi, ma non tale da rallentare in maniera rassicurante il processo di decadenza di Pando. 

Alberi della foresta Pando. Credit: Ray Boren

Che cosa ha generato disequilibrio nella foresta Pando?

Per poter porre rimedio a questa apparentemente inarrestabile decadenza, è fondamentale chiedersi quali siano stati gli elementi che hanno contribuito a rompere l’armonia che aveva garantito la sopravvivenza di Pando per migliaia di anni. 

A partire dal 1939 sono stati sempre più evidenti i segni di intrusione umana in quell’area circoscritta.

È stata costruita un’autostrada che taglia in due la foresta, sono nati campeggi ed edificate nuove abitazioni. Il turismo si è moltiplicato esponenzialmente (si stimano ogni anno circa 300.000 visitatori). Di conseguenza, è stata abolita la caccia e sono stati soppressi gli incendi, al fine di non mettere in pericolo i nuovi abitanti della zona. Ma queste azioni hanno avuto delle ripercussioni sugli eventi naturali di quell’antico ecosistema.

La soppressione degli incendi spontanei ha interrotto un importante processo di difesa della foresta. 

Il fuoco, infatti, è fondamentale per mantenerne l’equilibrio. Restituisce al terreno nutrienti necessari alla crescita e stimola nelle radici gli ormoni che ne attivano l’assimilazione. In questo modo, una volta estinto, la pianta riprende con maggiore forza e vigore la propria attività vitale e riproduttiva. In assenza di fuoco, i pioppi diminuiscono di numero e vengono sostituiti da specie miste di conifere. Un processo che può essere lungo ma inarrestabile, compromettendo irrimediabilmente la natura dell’organismo.

Inoltre, anche il grave problema del surriscaldamento globale, ha inciso sull’indebolimento delle sue ramificazioni. L’innalzamento delle temperature medie ha provocato l’insorgere di periodi sempre più lunghi di siccità e ridotto l’estensione e la profondità del manto nevoso. Di conseguenza, c’è stato un allungamento della stagione di brucatura, andando a ridurre il naturale tempo di riposo degli alberi. Questi fattori causano la mortalità negli esemplari più vecchi e inibiscono la continuità della clonazione della specie.

Pando rappresenta un sistema a sé stante e unico nella sua peculiarità. È un bene inestimabile che testimonia le potenzialità della natura in termini di custodia, rigenerazione e bilanciamento della vita nel corso di millenni.

La sua salvaguardia richiede necessariamente una ridefinizione della gestione della fauna e delle cause che hanno scatenato l’impoverimento e l’inquinamento del suolo e dell’aria. Azioni necessarie al fine di ripristinare quell’equilibrio che gli ha permesso di sopravvivere per 12.000 anni e giungere fino a noi, testimone di secoli di saggezza innata, propria della Natura a cui ognuno di noi appartiene.

 

 

Articolo di Marianna Rozzarin

 

 

 

Testo realizzato nell’ambito del corso Scrivere di Natura

 

Anche le piante “traslocano”

Anche le piante “traslocano”. Per far fronte ai cambiamenti climatici, boschi, giungle e foreste si spostano verso aree ecologicamente migliori, trascinando con sé interi ecosistemi. 

Una ricerca condotta da Jenny McGuire, della School of Biological Sciences di Georgia Tech ha messo in luce i meccanismi coinvolti in questi “viaggi”.

Anche le piante “traslocano”. Molti sistemi vegetali mostrano resilienza nei confronti dei cambiamenti climatici, purché sia stato in precedenza conservato il loro naturale tasso interno di biodiversità.

Come reagiscono le piante alle minacce climatiche?

Come rivelatoci dalle più recenti ricerche della neurobiologia, la vita vegetale possiede una sua intelligenza ed è dotata di capacità comunicative sorprendenti, sulle quali gli scienziati hanno iniziato soltanto da pochi anni a farsi un’idea.

Le piante sono “problem solver” d’eccezione e queste capacità si rivelano fondamentali di fronte alle minacce ambientali, tra cui l’inquinamento e i repentini cambi di temperatura. 

 

Empatia, solidarietà, intelligenza: sono solo alcune delle caratteristiche in precedenza ritenute solo “umane” che si riscontrano nella vita vegetale (oltre che in quella animale).

Rifugi climatici

Il team interdisciplinare di Jenny McGuire ha analizzato il comportamento passato di interi sistemi vegetali di fronte a eventi distruttivi e massicce variazioni climatiche, in aree molto diverse tra loro, dalla Cina al Texas, fino alla Norvegia. I risultati sono stati pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) e hanno dimostrato come le connessioni tra membri diversi di uno stesso ecosistema (non solo diverse specie di piante ma anche gli animali che in quell’habitat vivono e sopravvivono) sia responsabile dell’elaborazione di complesse strategie di difesa e persino di interi “traslochi” verso terre dalle condizioni più favorevoli: veri e propri rifugi climatici, dove sebbene le condizioni siano diverse rispetto all’ecosistema originale, gli equilibri si ricreano e la biodiversità complessiva persiste. 

Il ruolo della biodiversità

Alcune specie mostrano una resilienza maggiore e una maggiore inclinazione a spostarsi per ripristinare le proprie naturali capacità di rigenerazione, portando con sé anche le specie animali che da esse dipendono per assolvere alle proprie necessità alimentari e trovare riparo. Ancora una volta, come accaduto in passato con altre analisi svolte sulla resistenza dei coralli alle ondate di calore estremo, è la biodiversità a fungere da protezione attiva nei confronti degli scenari più incerti.

Più un ecosistema è ricco in termini di diversità, più sono complesse le interazioni, più esso possiede risorse per far fronte al cambiamento.

Anche le piante “traslocano”. Vegetali e animali elaborano strategie comuni per far fronte alle minacce ambientali.

Il modo in cui questi meccanismi agiscono e si sviluppano è ancora oggetto di ricerca, ne sappiamo davvero poco e soprattutto non ci è chiaro quale sia il tempo minimo limite all’interno del quale può verificarsi un meccanismo di resilienza simile. In altre parole: se i cambiamenti avvenissero troppo in fretta, rischieremmo di vanificare anche questa possibilità. Per queste ragioni, occorre difendere la biodiversità e se vogliamo aumentare le nostre chance di sopravvivere al disastro ecologico, diventa un imperativo globale. 

Una tematica scientifica, economica, sociale e individuale

Oggi il 75% dei territori terrestri è minacciato dal cambiamento climatico. Una minaccia direttamente connessa ai nostri modelli economici e sociali. Delegare alla scienza la risoluzione dei problemi non basta, occorre che queste tematiche diventino parte della discussione sulla gestione dei territori e delle risorse: 

“L’identificazione di strategie per consentire a piante e animali di navigare in questi scenari in mutamento richiede piani di conservazione che riconoscano e integrino la complessità di questi problemi in modo socialmente esplicito”.

Occorre anche che esse si integrino nella nostra riflessione su stili di vita e consumo: 

“L’impronta umana globale si sta espandendo perché i bisogni si stanno espandendo”. 

 

Per approfondire: J.L. McGuire, A.M. Lawing, S. Díaz e N.C. Stenseth,  The past as a lens for biodiversity conservation on a dynamically changing planet, PNAS, 6 febbraio 2023

 

Leggi anche: Ecologia, due prospettive da conoscere

Il silenzio olfattivo

Il silenzio olfattivo: storia della deodorizzazione

 

I sensi non sono persone: ciascun senso è un polipaio di relazioni stabilite.
(Carlo Emilio Gadda)

 

Il silenzio olfattivo mette a tacere un senso tra i più importanti, responsabile delle funzioni di esplorazione, ricerca e selezione all’interno del mondo

 

A partire dalla fine del 1700, gli uomini occidentali smisero gradualmente di tollerare la vicinanza dei cattivi odori e della sporcizia delle città, visti come vizi capitali.

Iniziarono, perciò, ad apprezzare e a riscoprire i profumi che la natura incontaminata poteva offrire. Comparve in tutta Europa una nuova sensibilità, che spinse le classi più abbienti a fuggire dalle “emanazioni sociali” delle città ammalate e a cercare nei boschi e nelle montagne la purezza del respiro che, come dice Corbin, “rivelò l’armonia del loro essere nel mondo”.

L’attenzione al recupero degli odori naturali, però, finì per perdersi a favore di una lotta contro gli odori “cattivi”, fagocitando ogni sforzo olfattivo.

Nel febbraio del 1790 Noël  Hallé ordinò una prima indagine olfattiva sulle due rive della Senna. Da medico, distinse l’odore dei “poveri buoni” da quello dei “poveri irrecuperabili.” Iniziò, quindi,  il processo di deodorizzazione di Parigi, che coinvolse in poco tempo tutte le capitali europee.

Come scrive Lucien Febvre nella sua opera “La Francia moderna. Essenza di filosofia storica dal 1500 al 1640, 1961”: «In quegli anni le ricerche sull’aria da parte della chimica e dalla medicina infezionista, comporteranno un atteggiamento di inquietudine nei confronti degli odori, avvertiti come anticipatori di una potenziale minaccia». Un processo iniziato durante il terribile flagello della peste, che colpì l’Europa a partire dal 1300.

Il sorgere del concetto di individuo, il trionfo della visione borghese di appropriazione del mondo, la lotta di classe in cui il discrimine è tra coloro che “sanno di buono” e coloro che “sanno di sudore”, il rapporto tra anima e corpo, verranno tradotti in termini di metafora medica e olfattiva.

Il Risanamento rappresentò il grande piano di deodorizzazione di Parigi (1852-1869), realizzato dal barone-urbanista Haussmann su commissione di Napoleone III. La frattura fra le due linee di cinta (quella più interna dei Fermiers Généraux e quella più esterna di Thiers) definirà il nuovo confine fra la metropoli ingrandita e le Banlieue, oltre al perimetro del Dipartimento della Senna.

«La presenza alle porte di Parigi, ai confini con i quartieri più popolari, di emanazioni ripugnanti, costituisce una duplice minaccia: quella della salubrità e quella morale, che mettono in pericolo l’intera società.» (L. Roux, Sull’insalubrità e la minaccia alle istituzioni, 1841).

Il silenzio olfattivo e la deodorizzazione hanno risvolti sociali e culturali

E in Italia? Lo sventramento di Napoli rappresentò la risposta italiana al problema del risanamento olfattivo.

“Bisogna sventrare Napoli” fu lo slogan che supportò la richiesta del sindaco Nicola Amore della Legge speciale per Napoli, approvata dal governo nel 1885. Lo slogan ripeteva l’esclamazione del presidente del Consiglio dei ministri, Agostino Depretis, venuto a Napoli assieme a re Umberto I nell’anno del colera. L’espressione fu ripresa dal romanzo di Matilde Serao: “Il ventre di Napoli”.

Senza saperlo, “la profumazione del mondo”, regolata da decreti che contenevano norme severe e dettagliate contro il fetore sociale, porterà, da allora in poi, verso l’eccesso della deodorizzazione a tutti i costi, investendo anche odori che nulla hanno a che vedere con il mefite: il mondo indosserà l’inquietante volto del non-odore o “silenzio olfattivo”. Fino ad oggi.

 

Il silenzio olfattivo, “coprendo” e soffocando a ogni costo gli odori, ha provocato un’incapacità culturale di distinguere il naturale dall’artificiale

 

Perché profumiamo le nostre case con essenze chimiche che ci regalano “un senso di pulizia” ma che nulla hanno a che fare con l’igiene dei nostri ambienti? Lo facciamo, persino, quando consapevoli di inquinare. Abbiamo sviluppato una forte quanto fallace associazione tra odori artificiali (che spesso dichiarano di richiamare i profumi della natura) e una “virtù” di pulizia.

Il recupero degli odori e della nostra capacità di distinguere il naturale dall’artificiale è la sfida odierna e un obiettivo da perseguire. Per ritrovare non solo il nostro olfatto ma anche la cultura del mondo naturale che ci circonda.

L’olfatto è il senso della scoperta profonda.

«L’odorato, come il gusto, stabiliscono rapporti di fusione con il mondo. L’odore permette di avvertire non soltanto le sostanze ma anche le situazioni, i climi, i vissuti esistenziali. Coglie dati estremamente tenui, prerazionali: quelli dell’indicibile che si sprigiona da un essere, da una situazione, da un luogo.», Hubertus Tellenbach, Gusto e atmosfera, 1983

Universo remoto ed esopianeti: le avventure del JWSP

Universo remoto ed esopianeti: le avventure del JWSP. Continua il nostro viaggio nello spazio con questo secondo articolo dedicato al telescopio spaziale James Webb. Uno strumento che ha iniziato da pochi mesi a emozionarci, regalandoci immagini con una risoluzione mai vista prima. (leggi qui la prima parte, dedicata al telescopio Hubble)

L’ultima meraviglia proprio pochi giorni fa: un incredibile scatto di Nettuno, come non l’avevamo mai visto.

Nettuno ripreso dal telescopio James Webb
L’immagine di Nettuno inviata sulla Terra dal telescopio James Webb (Settembre 2022), in cui sono ben visibili anelli e satelliti. (Nasa/Esa/Csa/STSc)

L’avvento del James Webb Space Telescope: dove inizia l’avventura

Il James Webb Space Telescope (JWST) è stato lanciato il 25 dicembre 2021. Nato da una collaborazione tra NASA, ESA e CSA (agenzia spaziale canadese), è stato intitolato a James Webb, funzionario amministrativo NASA all’epoca della missione Apollo.

James Webb. Fonte: NYT

Come l’Hubble Space Telescope (HST) è un telescopio riflettore  costituito da un mosaico di specchi esagonali, con un diametro complessivo di 6,5 metri. Un’apertura, quindi, circa 10 volte superiore a quella dell’Hubble.

L’immagine dà un’idea delle dimensioni relative degli specchi dell’HST e del JWST, confrontati anche con le tipiche dimensioni umane. Fonte: rielaborazione BBC dei dati NASA.

Il JWSP opera soprattutto nella banda infrarossa (IR), ma non in quella UV, motivo per cui le osservazioni dell’HST in quella banda sono ancora utili.

Dotato di una strumentazione altamente sofisticata, è stato posto in orbita attorno al Sole a una distanza di 1,5 milioni di chilometri dalla Terra, nel secondo punto lagrangiano, L2, lungo la linea congiungente Sole e Terra, dalla parte opposta al Sole.

I punti lagrangiani sono punti particolari, previsti dalla “teoria dei tre corpi”: un oggetto di piccola massa, quasi trascurabile, rispetto agli altri due (in questo caso Sole e Terra), che va a posizionarsi su uno dei punti lagrangiani, si mantiene praticamente fisso rispetto ai corpi principali. Con questa disposizione, il JWST si trova protetto dalla luce e dal calore del Sole  e il suo campo visivo non è ostacolato dalla Luna, in modo da poter lavorare con continuità, diversamente dall’HST, più limitato nella sua attività dall’orbita bassa.

La scelta di lavorare nella banda IR è dettata dalla necessità di studiare regioni del cielo (ad esempio zone di formazione stellare) rese invisibili dalle nubi di gas e polveri, che invece la radiazione infrarossa è capace di “bucare”.

Anche per il James Webb Space Telescope uno dei campi d’azione principali sarà lo studio dei pianeti extrasolari.

Verranno accuratamente analizzati per capire se sussistano condizioni adatte alla presenza e allo sviluppo di forme di vita, sia pure agli stati più elementari.

Universo remoto ed esopianeti: le avventure del JWSP. A inizio Settembre 2022, per la prima volta, gli astronomi hanno utilizzato il telescopio spaziale James Webb per acquisire un’immagine diretta di un esopianeta. L’immagine, vista attraverso quattro diversi filtri di luce, indica  la strada per osservazioni future che riveleranno più informazioni sugli esopianeti. Fonte: ESA

Naturalmente, come l’HST, anche il telescopio Webb si occuperà dell’universo remoto.

Le sue immagini e le sue analisi forniranno dati per studiare fenomeni, come Supernovae, Lenti Gravitazionali, eventi ad alta energia, per affinare la conoscenza di quei parametri necessari a scrivere il futuro dell’universo e conoscere meglio il suo passato.

Sarà approfondito lo studio della distribuzione e dell’astrofisica che governava le galassie primordiali, con lo scopo di migliorare i risultati ricavati dai dati forniti da Hubble.

Inoltre, strumenti più sensibili  potrebbero scoprire un universo ancora più antico, e cercare le tracce dell’esplosione di stelle massicce di prima generazione, che avrebbero riscaldato un universo che andava raffreddandosi. Dopo la separazione tra materia e radiazione, protoni e neutroni iniziarono a unirsi, formando nuclei di idrogeno, deuterio ed elio e quindi gli atomi più leggeri.

Un progetto ambizioso, che richiederà anni di analisi di dati e immagini, così come è avvenuto per l’Hubble Space Telescope.

Già le prime immagini inviate, oltre ad essere altamente spettacolari, mostrano la maggior risoluzione rispetto a quelle dell’HST.

Eloquente è quella relativa a Giove e ai suoi dintorni che ci mostra, con una chiarezza mai vista prima,  l’anello che lo circonda; così come quelle della Nebulosa di Orione e della Nebulosa Tarantola nella Grande Nube di Magellano, una piccola galassia satellite della nostra.

Primi “gioielli dal telescopio spaziale Webb. Giove nell’infrarosso, con l’anello.

 

Primi “gioielli dal telescopio spaziale Webb. La Nebulosa Tarantola nella Grande Nube di Magellano.

Se queste sono le premesse, il JWST, promette importanti risultati. Probabilmente conferme, sicuramente altri grandi passi avanti nella conoscenza del cosmo, sia quello a noi più vicino che quello remoto, per comprendere meglio l’evoluzione e il futuro dell’universo.

di Franco Leone

Hubble: Trent’anni di immagini dal cielo

Hubble: Trent’anni di immagini dal cielo, è il primo di due articoli che pongono a confronto la tecnologia, i risultati e le ricerche dei telescopi spaziali. Questo primo approfondimento è dedicato al telescopio spaziale Hubble, che da oltre 30 anni invia dati e testimonianze fotografiche sorprendenti sul nostro universo.

La galassia Ruota di Carro, ripresa dal potente sguardo del telescopio James Webb. Formatasi a seguito di una collisione ad alta velocità avvenuta oltre 400 milioni di anni fa, è composta da due anelli che si espandono verso l’esterno dal centro della collisione, come onde d’urto. Fonte: ESA.

Il 30 aprile del 1990 veniva posto in orbita il telescopio spaziale Hubble (HST). Lo strumento prese il nome dall’astronomo statunitense Edwin Hubble, il primo a mostrare che l’universo è in espansione, grazie alla scoperta della legge che porta il suo nome.

L’astronomo Edwin Hubble.

L’HST ruota su un’orbita terrestre bassa (cioè a distanza relativamente piccola dalla Terra, circa 540 km) leggermente ellittica.

È un telescopio riflettore: l’obiettivo è uno specchio di 2,4 metri di diametro, decisamente più piccolo dei più grandi telescopi a terra, ma senza i limiti osservativi imposti dalla presenza dell’atmosfera. Progetto e realizzazione sono stati curati dalla NASA, con la collaborazione dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA).

Un telescopio miope

Dopo le prime foto inviate, gli scienziati si accorsero che il telescopio era “miope”, cioè non riusciva a mettere bene a fuoco le immagini, anche se queste erano comunque migliori di quelle dei più potenti telescopi terrestri dell’epoca.

Corretto il difetto ottico, l’HST ha iniziato a inviare immagini con risultati al di là delle più rosee previsioni, grazie anche alla possibilità di lavorare, oltre che nella banda del visibile, anche in quella infrarossa (IR) e ultravioletta (UV).

Hubble è stato il primo grande telescopio spaziale dedicato all’astronomia in grado di lavorare nel visibile, nell’infrarosso e nell’ultravioletto. Fonte:ESA.

Tante affascinanti imprese: il mondo di Hubble

Molte, e di notevole importanza, le scoperte e i risultati dovuti all’attività dell’Hubble Space Telescope. Ricordiamo i più significativi in una breve rassegna che copre tutte le regioni del cosmo, dai nostri dintorni fin quasi ai confini dell’universo osservabile.

I frammenti della cometa Shoemaker-Levy 9, ripresi dal’Hubble Space Telescope. Fonte: NASA/ESA

Una delle immagini più spettacolari (e inquietanti, se si pensa a ciò che sarebbe potuto accadere se la collisione fosse avvenuta sulla Terra) è stata senza dubbio quella dell’impatto, avvenuto nel 1994, dei frammenti della cometa Shoemaker-Levy 9 con Giove.

Le conseguenze degli impatti su Giove, in un’immagine nella banda UV. Fonte: NASA/ESA

E sempre riguardo a Giove, la scoperta di un possibile oceano sotterraneo sotto la superficie di Ganimede, uno dei suoi satelliti galileiani.

Le immagini del telescopio spaziale Hubble delle cinture aurorali di Ganimede (colorate in blu in questa illustrazione) sono sovrapposte a un’immagine della luna orbitante Galileo. L’oscillazione del campo magnetico lunare suggerisce che la luna abbia un oceano di acqua salata nel sottosuolo. Fonte: NASA/ESA

Restando nel sistema solare, l’HST ha contribuito alla scoperta e allo studio delle aurore polari di Saturno. Ha inoltre contribuito alla ricerca di pianeti nani, scoprendo e fotografando quattro piccoli satelliti di Plutone, di cui si conosceva come unico satellite Caronte, fornendo immagini inferiori come qualità solo a quelle della recente missione New Horizons, che però ha sorvolato Plutone da molto vicino.

Uno studio approfondito della Nebulosa di Orione, una densa nube interstellare nella costellazione omonima, sede di intensa formazione di stelle, ha portato a identificare dischi protoplanetari intorno a diverse stelle immerse al suo interno.

La Nebulosa di Orione (1.500 anni luce di distanza dalla Terra) è un libro illustrato sulla formazione stellare e questa immagine (in realtà frutto del lavoro degli scienziati su oltre 520 immagini fornite da Hubble) è come “una sbirciatina all’interno di una caverna di polvere e gas turbolenti, dove migliaia di stelle sono in formazione.” Vi compaiono oltre 3.000 stelle di varie dimensioni. Fonte: NASA/ESA

All’HST è dovuta anche la prima identificazione di molecole nell’atmosfera di pianeti extrasolari.

Da segnalare il determinante impulso dato allo studio di stelle, sia nelle fasi della nascita che in quelle dei loro ultimi stadi evolutivi, la scoperta e la conferma dell’esistenza di buchi neri di origine stellare (quelli che si originano dopo l’esplosione, come supernovae di stelle massicce) e dei buchi neri supermassicci al centro delle galassie, ma ancora più importante, la scoperta di buchi neri di massa intermedia tra questi.

Un enorme contributo per conoscere l’evoluzione dell’universo è arrivato dalle immagini note come Hubble Deep Field (campo profondo di Hubble) e Hubble Ultra Deep Field (campo ultraprofondo di Hubble), in cui l’HST ha immortalato migliaia di galassie, la cui luce è stata inviata fino a più di 10 miliardi di anni fa.

Ciò che ci mostrano è l’universo di uno o due miliardi di anni dopo il Big Bang.

Non solo, in queste immagini si possono individuare galassie che non sarebbero visibili (perché nascoste da altre galassie o ammassi di galassie interposti lungo la linea di vista) se non fosse per l’effetto di lente gravitazionale, previsto dalla relatività generale, per cui la loro luce, deflessa dagli oggetti interposti, ne mostra immagini multiple o deformate, facilmente riconoscibili. Questo permette di stimare anche la quantità di materia presente, in particolare la fantomatica materia oscura, di cui si possono osservare gli effetti gravitazionali, ma della quale non è ancora nota l’origine.

Hubble Deep Field. Fonte: NASA/ESA

 

L’Hubble Ultra Deep Field. Oltre 10.000 galassie di età, dimensioni, forme e colori diversi. Fonte: NASA/ESA

Le due famose immagini dell’Hubble Deep Field e Hubble Ultra Deep Field hanno mostrato il volto di un giovane universo.

Quella che a mio modo di vedere è la scoperta più eclatante (sconcertante, per certi versi, visto che riguarda direttamente il futuro dell’universo) donataci dall’HST, è quella riguardante l’espansione dell’universo che, da qualche miliardo di anni, ha ripreso ad accelerare, mentre sembrava che dovesse rallentare, se non fermarsi e trasformarsi in decelerazione a causa del prevalere della gravità.

Analizzando i dati che il telescopio spaziale ha inviato su distanza e luminosità di un particolare tipo di Supernovae, due gruppi di ricerca hanno potuto stabilire che l’espansione dell’universo sta accelerando.

I fisici hanno interpretato questo dato con la presenza di una forma di energia che si oppone alla gravità e che al momento sta prevalendo su di essa, facendo aumentare il tasso di espansione dell’universo. A questa energia, misteriosa, ma non troppo, è stato assegnato il suggestivo e significativo nome di “energia oscura”.

I risultati qui descritti, e i molti altri raggiunti, hanno fatto sì che il “pensionamento” dell’Hubble Space Telescope, già previsto, venisse prorogato, nonostante l’inizio dell’era del James Webb Space Telescope (JWST).

[…continua]

 

di Franco Leone

Ecologia: due prospettive da conoscere

Ecologia: due prospettive da conoscere. L’ecologia è una scienza i cui obiettivi e indirizzi si sono grandemente evoluti e modificati nel tempo, passando da un approccio antropocentrico alla valorizzazione dei sistemi complessi che mettono in relazione tutti gli esseri viventi. Due prospettive in particolare hanno giocato un ruolo chiave in questo cambio di paradigma: la teoria di Gaia e la filosofia della Deep Ecology (in italiano Ecologia Profonda). Vediamole insieme.

  • Teoria di Gaia

Non è un caso che questa teoria riprenda il nome dalla Dea della primordialità dell’antica mitologia greca. La teoria di Gaia, infatti, sostiene l’esistenza di equilibri basati su un “metabolismo della vita”, capace di regolare e autoregolarsi.

Ecologia: due prospettive da conoscere. Secondo la teoria di Gaia la biosfera sarebbe regolata da un unico super organismo capace di autoregolarsi, modificando le condizioni ambientali in base alle necessità. Con il fine ultimo di sostenere la vita sul pianeta.

Questa rete di interazioni equilibratrici si sarebbe sviluppata in un aumento costante di complessità e di valore nell’arco di diverse ere. La vita e il pianeta terra si sarebbero dunque evoluti insieme.

In effetti, è l’interazione tra miliardi di microbi e esseri viventi ciò che consente il mantenimento dell’atmosfera così come la conosciamo. Le sue stesse regole sono frutto di milioni di anni di evoluzione, stravolgimenti geologici, aggiustamenti necessari nella chimica dell’atmosfera. Questi cambiamenti sono strettamente legati alle popolazioni di viventi che abitano la terra, al loro numero e alle loro dinamiche di sopravvivenza.

I batteri, in particolare, costituirebbero una garanzia di equilibrio a lungo termine: organismi dalla popolazione quasi illimitata, in grado di modificarsi rapidamente e di “aggiustare” situazioni apparentemente compromesse (persino in condizioni di inquinamento chimico o nucleare).

Ecologia: due prospettive da conoscere. Il suolo è una risorsa preziosa e non rinnovabile proprio in virtù dei complessi meccanismi che concorrono alla sua formazione. In questo processo, i batteri svolgono un ruolo fondamentale. La nostra catena alimentare, senza di loro, sarebbe irrimediabilmente compromessa.

I batteri sono organismi che, non dimentichiamolo, vivono e prosperano ovunque. Sono responsabili di meccanismi indispensabili per la nostra salute e per la salute del cibo che ingeriamo. Trasferiscono informazioni genetiche svolgendo un ruolo fondamentale nell’evoluzione. Riciclano i rifiuti di altri esseri viventi. Insomma, regolano i cicli globali da cui dipendono tutte le altre forme di vita, animale e vegetale.

La teoria di Gaia fu elaborata per la prima volta dallo scienziato inglese James Lovelock nel 1979 ed è stata, da allora, ampiamente dibattuta e criticata.

Ora sembra trovare conferma nei più recenti studi sull’ecologia dei sistemi e, ancor di più, nelle ricerche sul ruolo del microbioma.

I batteri: alleati indispensabili anche per la salute umana.

Gli studi sul microbioma dimostrano che i batteri, in particolare quelli presenti nel nostro intestino, sulla superficie della nostra pelle e sulle mucose, influenzano non solo la nostra salute, aiutandoci a prevenire tumori e infezioni, ma persino la nostra psiche. In che modo? Modulando il sistema ormonale (alcuni batteri emettono “molecole segnale”, al pari di neurotrasmettitori e ormoni) e influenzando umore e pensieri. Essi svolgono, dunque, un ruolo regolatore ben più ampio di quanto in precedenza immaginato.

In quest’ottica, la Teoria di Gaia ha trovato nuova linfa vitale.

  • Ecologia profonda

L’ecologia profonda (in inglese deep ecology) è una filosofia che mette al centro la visione ecocentrica, facendo dell’etica ambientale il suo focus fondamentale. In netto contrasto, quindi, con una visione antropocentrica ed egocentrica, che ha sempre messo al centro i bisogni umani rispetto a quelli di altre specie e ha promosso un’idea di progresso basata sul dominio, anche a costo di compromettere la salute degli ecosistemi.

Il termine fu coniato dal filosofo norvegese Arne Næss nel 1973.

Ecologia: due prospettive da conoscere. La Deep Ecology si basa su una visione ecocentrica, rimette al centro delle discussioni sull’ambiente la natura stessa, unendo spiritualità, attivismo, promozione di obiettivi basati sulla qualità della vita e non sul PIL, con una forte critica al modello economico capitalista.

La deep ecology sostiene che la vita (umana e non-umana) abbia di per sé un valore intrinseco.

La biodiversità merita di essere difesa al di là delle logiche di convenienza e sfruttamento. Di fatto, l’attuale interferenza delle attività umane con il resto del mondo naturale si è spinta troppo in là.

Una transizione ecologica reale delle nostre economie dovrebbe perciò puntare su meccanismi virtuosi di decrescita, in netto contrasto con la concezione capitalista basata su bisogni indotti, progresso a tutti i costi e consumismo.

Poiché in natura tutto è collegato, non esiste possibilità di uno sviluppo infinito, squilibrato e incontrollato delle economie umane, se non a costo di una compromissione seria del sistema e delle nostre possibilità di sopravvivenza. Gli uomini, insomma, non hanno alcun diritto di impoverire la ricchezza del pianeta, al solo scopo di soddisfare i propri egoismi.

L’ecologia profonda domanda un ritorno ai bisogni reali dell’umanità: amore e affetti, senso di comunità, creazione artistica e ricerca spirituale. Spostando l’attenzione dai beni materiali alle relazioni.

Ecologia: due prospettive da conoscere. Per l’Ecologia Profonda la felicità è da ricercarsi al di fuori dagli schemi di competizione, sfruttamento, consumo e profitto.

La Deep Ecology promuove il minimalismo e una riduzione reale (lontana, perciò, dalla propaganda greenwashing dalla quale siamo invasi) del nostro impatto sul pianeta. Ci invita, insomma, a tornare a focalizzarci su un’autentica sostenibilità e sul benessere psicologico e sociale degli individui e delle comunità.

 

 

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Anna Stella Dolcetti si è formata in Economia e Management presso la Luiss Business School, specializzandosi in Green Marketing all’Imperial College di Londra. Scrive di ambiente, economia e sostenibilità per riviste e quotidiani nazionali. Laureata in Lingue e Culture Orientali, è insegnante di Yoga certificata Yoga Alliance RYT-500

Onozukara 自ずから- Vivere naturalmente

Onozukara 自ずから: “vivere naturalmente”. Una parola che pare contenere l’universo. Con questo approfondimento vi conduciamo alla scoperta della libertà naturale, vista attraverso il pensiero non dualistico della filosofia giapponese. 

Esiste un senso di libertà che spesso viene dato per scontato ed è quello che ci permette di vivere in accordo con noi stessi e con i cicli della natura.

Per molte persone non è immediato afferrare questo principio apparentemente semplicistico ma profondamente istintivo. Il mondo attuale ci ha abituati alla separazione e alla disgregazione delle parti in nome di una imprescindibile categorizzazione del tutto. Senza di essa sentiremmo di non avere gli strumenti necessari per comprendere ciò che ci circonda. Pare quindi necessario, per poter funzionare correttamente in questo sistema a compartimenti stagni, sottoscrivere tacitamente il frazionamento del proprio essere in mente, corpo e spirito. Separando così ciò che era originariamente unito.

Questa divisione affonda le sue radici in un tempo ormai lontano. Per questo non dovrebbe sorprenderci il nostro modo di vivere nella continua percezione di trovarci in un ecosistema a sé stante, distinto dal macrocosmo della natura ed indipendente nelle sue forme di pensiero più evolute ed organizzate.

In questa visione riduzionista, la “naturalezza” è stata allontanata dal concetto stesso di natura, asservendo ogni movimento del cosmo a leggi costruite dall’uomo secondo un’osservazione soggettiva e duale dell’universo. Restituendoci un mondo basato sullo sfruttamento e sulla superiorità antropocentrica. 

Per comprendere al meglio il concetto di “naturalezza” è utile rivolgere la nostra attenzione a una visione più olistica e comprensiva. Come quella suggerita dalla filosofia giapponese, per la quale la natura non è mero oggetto di studio, ma un modo di vivere con presenza e consapevolezza.

L’analisi etimologica dei termini utilizzati per trattare questo tema è un ottimo punto di partenza per aprirsi a una percezione più inclusiva. Iniziamo con la parola giapponese che modernamente traduce “natura”, ovvero shizen 自然.

Originariamente shizen veniva utilizzata sia sotto forma di aggettivo (“naturale”), che di avverbio (“naturalmente”). Essa era così più legata alla concezione del muoversi in accordo con l’universo, rispetto a una definizione, quella attuale, piuttosto restrittiva.

Nachisan, Nachikatsuura, Japan
“Vivere naturalmente” in accordo con noi stessi e con i cicli della natura, dona un senso di libertà.    Via del pellegrinaggio sacro Kumano Kodo a Nachisan, Nachikatsuura

 

 

Interessante notare come il radicale (l’unità di base dei caratteri giapponesi) che troviamo in shizen 自, sia lo stesso che compone la parola “libertàjiyū 自由

È presente anche nel termine onozukara 自ずから, il cui significato letterale descrive “ciò che è, così com’è”. Questo conferisce a tutti questi concetti un’immediatezza simbolica che si rivela solo in accordo con la comprensione profonda di shizen nella sua definizione originale: “tutto ciò che occorre con naturalezza”.

A una prima lettura, il significato di onozukara può apparire complesso e a tratti sfuggente, soprattutto se tentiamo di interiorizzarlo attraverso il ragionamento schematico del pensiero occidentale. Occorre aprirsi a una visione non duale del concetto di libertà e natura. Cercando tra le righe quegli spazi di accettazione e consapevolezza che spesso si nascondono in ciò che preferiremmo fosse immutabile e perfettamente definito.

È così che un principio all’apparenza indecifrabile si rivela un assioma essenziale: trovando il nostro posto nella natura, siamo naturalmente liberi.

Foresta di bambù di Arashiyama, Kyoto
Onozukara 自ずから- Occorre aprirsi a una visione non duale del concetto di libertà e natura. Foresta di bambù di Arashiyama, Kyoto

In un mondo sempre più in rapida trasformazione, dove riconoscere la propria dimensione sembra ogni giorno più difficile, questo tipo di emancipazione spirituale e personale può derivare solo da un’autentica comprensione del mondo naturale. Da un ritorno all’apprendimento esperienziale, facendo riferimento alle nostre radici più profonde e ancestrali.

La sapienza orientale da millenni ci suggerisce come l’essere umano sia in grado di riprodurre nel suo microcosmo, costituito dalla totalità della persona, quanto accade nel macrocosmo che lo circonda, mettendolo nella posizione di assumersi le sue responsabilità rispetto al suo rapporto con sé stesso e la natura.

Effettivamente, questi due regni hanno in comune molto più di alcune riflessioni filosofiche. Secondo la visione creazionista orientale entrambi sono stati generati partendo da una stessa fonte originaria e da sempre sono animati dalla medesima energia vitale chiamata ki (o qi), responsabile del loro sostentamento e della loro trasformazione.

Lo Shintō, la religione autoctona del Giappone, riconosce l’essenza del divino (kami) in tutto ciò che potenzialmente è in grado di manifestare questo flusso energetico: un fiume, una pianta, un animale, una foresta. Per questo, nei secoli, ha sviluppato una sincera forma di rispetto e cooperazione con la natura. 

Cervo sacro a Nara
Onozukara 自ずから”Vivere naturalmente” – Nei secoli la cultura giapponese ha sviluppato una sincera forma di rispetto e cooperazione con la natura. Cervo sacro nel santuario Shintō di Kasuga, a Nara

L’essere umano, secondo questa lettura, non solo è parte di un sistema armoniosamente perfetto, ma ne trae ispirazione per la sua vita quotidiana e per tutte quelle discipline volte alla crescita e al miglioramento.

Con il passare del tempo, questo legame indissolubile ha cambiato forma, lasciando spazio al desiderio di dominio antropocentrico. E portandoci ad un disastro ecologico del quale vivremo le conseguenze per lungo tempo.

Riconquistare la naturalezza, in questa particolare visione orientale, non è più solo un atto mentale, ma è soprattutto una liberazione, che si realizza con la morte dell’ego e un ritorno al sentire più autentico.

Quando la coscienza viene ricondotta al principio, alla radice, allora realizza che è sempre stata interconnessa alla natura. E questo rapporto non si basa solo sul comprendere il mondo per ciò che ci può offrire in termini di produzione e sostentamento. Si tratta altresì di un desiderio benevolo e altruistico nei confronti di tutti gli esseri senzienti e dei fenomeni che animano l’universo.

Un percorso di consapevolezza può condurci a capire che il nostro frenetico desiderio di agire sui flussi naturali, modificandone il corso, è solo l’illusione di una visione duale che vorrebbe farci credere di poter controllare il ritmo della natura secondo i nostri bisogni.

Quello che ci aspetta non è un sentiero facile. Ma è assolutamente necessario per poter riconquistare non solo la nostra libertà naturale, ma anche la possibilità di creare un futuro di convivenza armoniosa con tutto ciò che ci circonda e ci appartiene. Tanto quanto apparteniamo a noi stessi.

Onozukara 自ずから è un termine che ci insegna a “vivere naturalmente”. Apprezzando la spontaneità della natura e accettando l’impermanenza come forza creativa. Liberandoci da una gabbia ideologica.

È tra le sfumature di una parola che pare contenere l’universo, che potremmo trovare la via per ritornare ad una saggezza pratica. Una saggezza che ci rimetta in accordo con il nostro ambiente e ci insegni il rispetto e la meraviglia per “ciò che è, così com’è”.

 

 

 

di Veronica N.M. Green (autrice, insegnante di Tai Chi e Qi Gong, appassionata di studi orientali, si è laureata in Economia e Diritto con una tesi incentrata sul miracolo economico giapponese del secondo dopoguerra)