Eunice Newton Foote

La storia (dimenticata) della scienziata che teorizzò l’effetto serra

In piena rivoluzione industriale, ma ancora ai prodromi del disastro ecologico che sarebbe seguito, mentre le ciminiere fumanti venivano celebrate come simbolo della grandezza della nazioni e i grandi industriali muovevano forza lavoro, risorse e capitali a favore del progresso tecnologico che avrebbe dovuto rendere il pianeta più prospero, la scienziata e attivista per i diritti delle donne Eunice Newton (divenuta Eunice Newton Foote a seguito del matrimonio con il matematico Elisha Foote) dimostrò la relazione tra la concentrazione di CO2 nell’atmosfera e la temperatura terrestre, divenendo così la prima scienziata a parlare di effetto serra e a ipotizzare un ruolo antropico nei cambiamenti climatici. I suoi sforzi precedettero di almeno cinque anni i lavori sul tema, ben più noti, di Svante Arrhenius e John Tyndall.

Per i canoni dell’epoca, Eunice non era neppure una scienziata professionista (nonostante avesse compiuto studi formali nel campo della biologia e della chimica), bensì un’appassionata, un’esponente della filosofia naturale, che non avrebbe di certo storto il naso di fronte all’idea di mescolare natura ed esoterismo. Una cosa, del resto, per nulla strana per l’epoca. Un’epoca che era anche quella delle prime scoperte geologiche sulle variazioni del clima nella storia della Terra. Proprio partendo da questi studi e in particolare dai legami tra la formazione di depositi di carbone nelle paludi e i livelli di anidride carbonica presenti nel periodo corrispondente, Eunice ipotizzò, correttamente, che la CO2 liberata fosse responsabile di un innalzamento della temperatura.

Registrando la temperatura in due diversi cilindri con aria a diverse densità, la scienziata trovò conferma delle sue teorie, sebbene la mancanza di strumentazioni e mezzi avanzati non le consentì di raffinare l’esperimento fino a dimostrare che i gas serra aumentano la temperatura della Terra assorbendo il calore irradiato dalla superficie, ma solo quel tanto che servì a dimostrare che essi assorbono la luce solare in entrata. La scoperta resta epocale.

Sarà Tyndall, anni dopo, a condurre esperimenti più sofisticati, dimostrando anche l’ultima ipotesi. Nelle sue relazioni, egli non menzionerà mai la scienziata, attribuendo invece il merito dei primi studi a Mathias Pouillet. Non sappiamo se volutamente o per ignoranza. Ma è altamente probabile che Tyndall non sapesse nulla del lavoro della Newton.

La ricerca di Newton Foote era infatti stata presentata nel 1856, al congresso dell’American Association for the Advancement of Science, ma non dalla scienziata: nonostante non esistesse nessuna regola formale che impedisse a una donna di tenere una conferenza di fronte alla platea dell’AAAS, infatti, fu il Professor Joseph Henry (amico della coppia Foote e scienziato dello Smithsonian Institute) a esporre al suo posto. E il suo intervento non trovò posto neppure tra gli atti del congresso.

Le circostanze che influenzano il calore dei raggi solari

“Circumstances affecting the heat of the sun’s rays”, il documento frutto dei suoi studi, fu poi pubblicato dall’American Journal of Science and Art nel 1857.

La sintesi apparse su diverse riviste, tra cui il New York Daily Tribune, il Canadian Journal of Industry, Science and Art, e lo Scientific American (che riconobbe alla scienziata il merito della ricerca). Tuttavia, la sua breve menzione nelle riviste europee non risultò mai completa, non mancarono le omissioni e perfino un errore nel riportare il nome.

Se i contributi delle donne nella scienza sono stati spesso dimenticati, il caso di Eunice Newton Foote è forse tra i più eclatanti, per la portata che la sua scoperta ha (o più correttamente avrebbe dovuto avere) sul mondo di oggi. La Newton ha sempre creduto di poter cambiare le cose: la sua firma, già nel 1848, compariva tra quelle presenti sulla Dichiarazione di Seneca Falls (“Declaration of Sentiments”), pietra miliare del movimento femminista e primo atto pubblico di rivendicazione dei diritti femminili.

Eunice è stata a lungo dimenticata e forse lo è ancora ogni giorno, nelle parole dei politici che dopo quasi 170 anni di distanza ancora negano l’effetto serra, nei diritti negati delle popolazioni che subiscono l’ingiustizia ambientale, nei pensieri pieni di dubbi di cittadini confusi di fronte a una scienza che spesso non sa come dialogare con loro.

Isabella Bird: storia di una esploratrice

Isabella Bird è stata un’esploratrice di epoca vittoriana, prima donna a entrare a far parte della Royal Geographical Society e della Royal Photographical Society. Fotografa e scrittrice di talento, che con i suoi diari di viaggio ha saputo incantare intere generazioni di lettori. La sua è una storia di malattia e di dolore ma anche di libertà e riscatto.

Isabella era figlia di un pastore protestante, nata nello Yorkshire nel 1831, agli albori dell’epoca vittoriana. Nonostante un carattere volitivo e una dose di fantasia fuori dal comune, visse fino ai vent’anni un’esistenza noiosa e con pochi eventi degni di nota, eccezion fatta per la comparsa di un tumore benigno alla schiena, che le provocava atroci dolori e sembrava destinarla a un destino di immobilità e sofferenze. Quando il padre premette perché si operasse, le speranze di un decorso senza complicazioni sembravano remote. Isabella, invece, si rimise in piedi e chiese di poter trascorrere la convalescenza negli Stati Uniti: il cambiamento d’aria e il contatto con la natura le avrebbero fatto bene, dicevano i medici. Ma alla fine a beneficiarne fu soprattutto il suo spirito.

Tra le montagne del Colorado, Isabella trovò finalmente lo scopo della sua vita: viaggiare e scrivere di quei viaggi. Spingendosi dove nessuna donna britannica era mai stata. Il soggiorno americano fu solo la prima delle sue mille avventure: Isabella esplorò le Americhe ma girò in lungo e in largo anche l’Oceania, l’Asia e l’Africa. Tanti viaggi e così intensi, che una vita sembra quasi non bastare. Traguardi incredibili per una donna dell’epoca: in poche viaggiavano, quasi nessuna poteva permettersi di farlo senza essere accompagnata. La solitudine le donava forza e fiducia nelle sue capacità, nonostante i dolori non la abbandonassero spesso.

Isabella Bird in Cina. 

“Sono nel luogo che stavo cercando da tempo. Ma in ogni cosa esso supera tutti i miei sogni.”

Affrontò la natura selvaggia, guidata solo dalla stella polare. Nuotò nei mari cristallini delle Hawaii. Si inoltrò in sperduti villaggi minerari, tra polvere finissima e ubriachi molesti. Si perse in un mercato iraniano. Specchiandosi sulle rive del Gange, fece amicizia con i sadhu. Si spinse poi fino al Tibet e allo Sichuan, in zone allora pressoché sconosciute agli occidentali, e dai molti pericoli (qui accettò, infatti, di farsi accompagnare da guide locali). Visitò il Vietnam, Hong Kong, la Corea.

In Giappone, Isabella vuole spingersi nelle aree più remote del Paese, alla ricerca della cultura nipponica più autentica, quella degli shōgun, precedente alla restaurazione Meiji. Accompagnata dal suo interprete, il signor Ito, Isabella visitò templi e foreste, scrivendo di quanto la delicatezza giapponese l’avesse colpita. Nelle abitazioni dove alloggiava, era spesso intimorita dalla delicatezza degli arredi e si muoveva come una farfalla per non rovinare le delicate finestre di carta di riso e la paglia dei tatami.

Spingendosi in Hokkaidō, strinse amicizia con esponenti del popolo indigeno degli Ainu e ne denunciò le condizioni di vita sotto il governo nipponico.

Foto di Isabella Bird.

“Il Giappone ha da offrire un tale tasso di novità da apparire come un viaggio su un altro pianeta”. 

Poi tornò indietro, verso l’Africa. Viaggiò a piedi, a cavallo, in groppa a uno yak e su piccole imbarcazioni. Nelle pause tra un viaggio e l’altro, rientrata in Inghilterra, studiava medicina e antropologia, per essere pronta ad affrontare qualsiasi emergenza sul campo e a comprendere meglio le culture che incontrava lungo il suo cammino. In viaggio, scriveva spesso alla sua amata sorella Henrietta. Sposò il medico John Bishop, un chirurgo scozzese che morì solo cinque anni dopo. A seguito della sua morte, decise di viaggiare come missionaria, fondando un ospedale in sua memoria.

“Il vantaggio di viaggiare è che mentre da un lato rimuove ogni pregiudizio verso usi e costumi diversi, dall’altro aumenta la nostra capacità di apprezzare la nostra casa”. 

Isabella Bird fu molte cose: esploratrice dal grande coraggio, scrittrice di talento, fotografa di viaggio e studiosa di tradizioni e culture e donna sorprendente.

 

 

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L’espressione del mio essere. Essenza e diversità

Sono una donna con disabilità e vivere senza perdere l’entusiasmo, non è facile. La nostra società è improntata più sull’apparire che sull’essere. Quindi, converrete con me, che essere una donna su ruote è estenuante.

Ogni giorno devo trovare la forza di far ascoltare la mia voce. E di renderla valida, perché ogni volta che interagisco con gli altri devo dimostrare di poter essere degna di stare al mondo e di possedere una mia facoltà di pensiero. Questo processo molte volte mi è reso possibile grazie ai social: scrivo tanto, scrivo molto, e quello schermo protegge sia me dall’invadenza della gente (che si sente legittimata, pur non conoscendomi, ad accarezzarmi come se fossi un cagnolino) sia loro da quella frustrazione, da tutta la rabbia, il dolore, la mancanza e i compromessi che ogni giorno caratterizzano la mia vita.

Spesso mi dicono che sono una persona determinata e forte. E io rispondo che lo sono perché non ho altra scelta.

Non perché io sia una wonder woman, anzi faccio mediamente schifo, come tutti. Però, vivere per me significa essere responsabile del mio miglioramento, giorno dopo giorno. Lotto sempre con persone che mi dicono come essere donna e come vivere la mia vita. Adulta sì, ma mai abbastanza. Donna sì, ma mai abbastanza.

Il “sembri quasi una normodotata” mi accompagna da una vita. Chi lo dice pensa di farmi un complimento. Ma è tutto fuorché un complimento. È un modo indiretto per dirmi: “Non so come definirti, non so comprendere la tua diversità, non so accettare che l’essere umano è polisemico, che può racchiudere diverse qualità, senza categorizzarsi e definirsi indefinitamente. Io, ad esempio, definisco solo ciò che oggettivamente non posso cambiare ma solo accettare.

Non solo sono una donna, non solo una persona con disabilità. Sono entrambe le cose, più tante altre qualità.

Per una vita intera ho dato l’opportunità agli altri di definirmi. Con le loro osservazioni, aggettivi, consigli non richiesti. Ora, non più. O almeno, ci sto provando.  Sto imparando a fare i conti con la solitudine e con l’inquietudine, tipica di chi sceglie di vivere la vita seguendo i propri valori, anche se questo significa non conformarsi alla società.

Io, nella vita voglio darmi la possibilità di evolvere, cambiare. Con uno sguardo accogliente, diventare me stessa ed essere qualcuno per le persone che stimo.

L’espressione del mio essere è condizionata dal contesto in cui sono. Vi sembrerà a tratti scontato, ma vivere in una città piuttosto che un’altra, fa la differenza. I luoghi, i servizi, l’educazione civica, le persone con cui interagisco durante la giornata, influenzano in maniera esponenziale ciò che sono. Vivere in un luogo dove puoi esprimere te stessa, a tutto tondo, è indispensabile per accettarsi e per crescere. Dal poter uscire di casa, andare in università, viaggiare, lavarsi, vestirsi, sono tutte azioni che per me non sono automatiche, ma sono frutto di esercizio e di collaborazione con gli altri.

Molte azioni che faccio per manifestare me stessa nel mondo sono possibili perché chiedo aiuto, perché pago, perché ci sono servizi sul territorio che aiutano a preservare la mia libertà.

Da piccola mi sono fatta una promessa. Mi sono promessa di diventare una donna libera e indipendente.

Una promessa molto difficile da mantenere visto che il mondo è fatto per persone normotipiche e tutto ciò che sono riuscita ad ottenere l’ho ottenuto solo perché ho compreso che nella vita nulla è scontato: dal mangiare autonomamente, al poter camminare sulla sabbia, godersi il sole, uscire di casa, tutte azioni frutto di interazioni con gli altri e fisioterapia perenne. Sul mio corpo, mi sono tatuata questa frase: “Senza più limiti” e invece di limiti ne ho tanti e sono loro a rendermi autentica, a insegnarmi che non sono speciale, che questa sono semplicemente io.

Essere se stessi è una virtù di pochi, essere se stessi significa essere consapevoli che il futuro deriva solo da questo e che per vivere la vita che vuoi, devi fare tanti sacrifici. E non hai minimamente tempo di dire agli altri come vivere la propria vita. Perché sei troppo impegnata a pensare alla tua.

Avere una disabilità ti insegna a chiedere aiuto, ti insegna a mostrarti fragile, non perché lo vuoi ma perché non hai altra scelta. Ti insegna cosa vuol dire la mancanza, la perdita, con la successiva rielaborazione forzata di quella voglia di vivere irrefrenabile (che mi contraddistingue).

Ho imparato cosa voglia dire la parola “umana”. Sono umana quando sbaglio, sono umana quando non sono performante, sono umana quando ho dei momenti di sconforto, sono umana quando sono stanca e voglio stare per conto mio.

Sono una donna di 24 anni e ho una disabilità. La spensieratezza dei miei vent’anni, non l’ho ancora sperimentata e forse non la sperimenterò mai, sono troppo impegnata a costruirmi la vita che vorrei. Vorrei poter socializzare con tutti a prescindere dai contesti, e vorrei essere considerata valida per poter intrattenere conversazioni con estranei, senza dimostrare di esserne degna.

Devo tener conto di tantissime cose: degli ambienti, perché se non sono accessibili, non possono esserci per me. Devo tener conto del fatto che non posso provare a fare esperienze come tutti gli altri, il mio sforzo è sempre maggiore, perché lo scoglio culturale è talmente grande che anche se sei bella, intelligente ed autonoma, se ne escono con la scusa: “non siamo pronti ad accettare la tua disabilità” come se io fossi solo questo e nient’altro. Non posso svegliarmi e decidere di partire all’istante, visto che devo prenotare tutto con molto anticipo. Posso decidere il giorno e l’ora ma devo sperare che in quel determinato momento ci sia solo io su quel treno, perché i posti disponibili per le persone con disabilità sono ridotti. Cercare una casa in affitto per me è una missione quasi impossibile, devo tener conto dell’accessibilità del luogo, dei servizi offerti, devo costruirmi una rete sociale ben solida, devo tener conto che devo avere dei soldi da parte per modificare la casa, per soddisfare le mie esigenze “speciali”.

Proprio per queste circostanze, per me è veramente difficile cambiare, nonostante nell’animo io sia una donna errante, vagabonda, emigrata, viaggiatrice e attrice girovaga. E di questo ne soffro molto ma al tempo stesso ho compreso e accettato, che ci sono cose nella vita che sono come devono essere. Ci sono cose per cui non possiamo fare nulla, se non focalizzare l’attenzione su quello che si può realmente fare, con quello che si ha a disposizione in quel preciso istante.

Insomma, la mia vita è una sorta di circo errante e proprio per questo ho imparato a essere un po’ comica, pagliaccia; ho imparato che l’ironia può salvarti la vita e che per uscirne non bisogna prenderla né poco né troppo sul serio.  Tanto non ne usciamo vivi, comunque.

Sono una donna istintiva, eccentrica, spontanea, creativa, emotiva, possessiva, malinconica. Voglio vivere la mia vita al meglio, non ho paura di esprimere ciò che provo anche se ci metto molto a comprenderlo e a definirlo. Parlo tanto, parlo molto ma tutte le cose che dico sono frutto di una riflessione ed elaborazione mentale.

Credo tantissimo nella valenza delle parole, perché so che hanno il potere di restarti dentro, belle o brutte che siano, e a prescindere da chi le pronuncia.  

Al giorno d’oggi, si vive il mondo alla massima velocità e veloci sono anche le parole, le relazioni, i sentimenti che viviamo. Il mio modo di essere influisce anche su questo. Non sono mai stata una persona veloce, infatti nella mia vita ho solo legami profondi.  Si possono contare sulle dita di una mano. Ma queste persone sono affascinanti, piene di conoscenza e riflessioni interessanti, aperte. Hanno sperimentato a loro volta il dolore e quindi non giudicano.

Sono persone consapevoli dei loro limiti.  Non credono di essere migliori di altri, non sono mai vincenti ma sempre diversi da tutti. Alcuni per scelta, altri, perché non ne hanno avuta.

I miei amici per me sono il sale della vita, sono coloro che mi hanno insegnato cos’è la tenerezza, la dolcezza, l’esserci, l’amore, la protezione, l’accettazione. Sono accoglienza, ironia e bellezza. Ho imparato ad amarmi proprio grazie al loro amorevole sguardo, che mi ha permesso di mostrarmi alcuni aspetti di me che non sapevo neanche di avere.  Sono persone importanti  e  li porto dentro ovunque vada, perché mi hanno amato sempre, anche e soprattutto quando ero” invisibile”, credendo in me prima che lo facessi io.

Parte integrante di me sono anche tutti i bambini che incrocio ogni giorno, anche per un solo secondo. Io sono un’educatrice, sto studiando per diventarlo. Sento il dovere di amarli incondizionatamente, dedicare tutta me stessa a loro, giocarci, passare del tempo con loro in maniera autentica, lasciandoli liberi di esplorare e sperimentare la vita, con l’eventualità di farsi anche male.

Non sono io che educo loro ma sono loro che educano me. Mi insegnano cosa voglia dire vivere la vita con spontaneità, leggerezza e semplicità, tutte caratteristiche che per sopravvivere ho accantonato ma con loro ho vissuto di nuovo.

Diceva, K. Jaspers : “Rimane bambino chi è veramente uomo“. Ecco, per questo io amo insegnare ai bambini: per preservare la mia umanità.

Ci dicono che dobbiamo crescere, avere dei soldi ed essere realizzati professionalmente, ma nessuno ci insegna come diventare umani.