Isabella Bird: storia di una esploratrice

Isabella Bird è stata un’esploratrice di epoca vittoriana, prima donna a entrare a far parte della Royal Geographical Society e della Royal Photographical Society. Fotografa e scrittrice di talento, che con i suoi diari di viaggio ha saputo incantare intere generazioni di lettori. La sua è una storia di malattia e di dolore ma anche di libertà e riscatto.

Isabella era figlia di un pastore protestante, nata nello Yorkshire nel 1831, agli albori dell’epoca vittoriana. Nonostante un carattere volitivo e una dose di fantasia fuori dal comune, visse fino ai vent’anni un’esistenza noiosa e con pochi eventi degni di nota, eccezion fatta per la comparsa di un tumore benigno alla schiena, che le provocava atroci dolori e sembrava destinarla a un destino di immobilità e sofferenze. Quando il padre premette perché si operasse, le speranze di un decorso senza complicazioni sembravano remote. Isabella, invece, si rimise in piedi e chiese di poter trascorrere la convalescenza negli Stati Uniti: il cambiamento d’aria e il contatto con la natura le avrebbero fatto bene, dicevano i medici. Ma alla fine a beneficiarne fu soprattutto il suo spirito.

Tra le montagne del Colorado, Isabella trovò finalmente lo scopo della sua vita: viaggiare e scrivere di quei viaggi. Spingendosi dove nessuna donna britannica era mai stata. Il soggiorno americano fu solo la prima delle sue mille avventure: Isabella esplorò le Americhe ma girò in lungo e in largo anche l’Oceania, l’Asia e l’Africa. Tanti viaggi e così intensi, che una vita sembra quasi non bastare. Traguardi incredibili per una donna dell’epoca: in poche viaggiavano, quasi nessuna poteva permettersi di farlo senza essere accompagnata. La solitudine le donava forza e fiducia nelle sue capacità, nonostante i dolori non la abbandonassero spesso.

Isabella Bird in Cina. 

“Sono nel luogo che stavo cercando da tempo. Ma in ogni cosa esso supera tutti i miei sogni.”

Affrontò la natura selvaggia, guidata solo dalla stella polare. Nuotò nei mari cristallini delle Hawaii. Si inoltrò in sperduti villaggi minerari, tra polvere finissima e ubriachi molesti. Si perse in un mercato iraniano. Specchiandosi sulle rive del Gange, fece amicizia con i sadhu. Si spinse poi fino al Tibet e allo Sichuan, in zone allora pressoché sconosciute agli occidentali, e dai molti pericoli (qui accettò, infatti, di farsi accompagnare da guide locali). Visitò il Vietnam, Hong Kong, la Corea.

In Giappone, Isabella vuole spingersi nelle aree più remote del Paese, alla ricerca della cultura nipponica più autentica, quella degli shōgun, precedente alla restaurazione Meiji. Accompagnata dal suo interprete, il signor Ito, Isabella visitò templi e foreste, scrivendo di quanto la delicatezza giapponese l’avesse colpita. Nelle abitazioni dove alloggiava, era spesso intimorita dalla delicatezza degli arredi e si muoveva come una farfalla per non rovinare le delicate finestre di carta di riso e la paglia dei tatami.

Spingendosi in Hokkaidō, strinse amicizia con esponenti del popolo indigeno degli Ainu e ne denunciò le condizioni di vita sotto il governo nipponico.

Foto di Isabella Bird.

“Il Giappone ha da offrire un tale tasso di novità da apparire come un viaggio su un altro pianeta”. 

Poi tornò indietro, verso l’Africa. Viaggiò a piedi, a cavallo, in groppa a uno yak e su piccole imbarcazioni. Nelle pause tra un viaggio e l’altro, rientrata in Inghilterra, studiava medicina e antropologia, per essere pronta ad affrontare qualsiasi emergenza sul campo e a comprendere meglio le culture che incontrava lungo il suo cammino. In viaggio, scriveva spesso alla sua amata sorella Henrietta. Sposò il medico John Bishop, un chirurgo scozzese che morì solo cinque anni dopo. A seguito della sua morte, decise di viaggiare come missionaria, fondando un ospedale in sua memoria.

“Il vantaggio di viaggiare è che mentre da un lato rimuove ogni pregiudizio verso usi e costumi diversi, dall’altro aumenta la nostra capacità di apprezzare la nostra casa”. 

Isabella Bird fu molte cose: esploratrice dal grande coraggio, scrittrice di talento, fotografa di viaggio e studiosa di tradizioni e culture e donna sorprendente.

 

 

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Murakami: le connessioni irresistibili

Murakami: le connessioni irresistibili. Presentazione del Cahier “Mishima versus Murakami”

Murakami Haruki (per rispettare la tradizione giapponese che antepone il cognome al nome proprio)  è, senza dubbio, uno dei più grandi scrittori contemporanei. Affrontare un suo testo vuol dire accettare di trovarsi sospesi a testa in giù su un ponte mobile e non sapere più a quale dimensione si voglia davvero appartenere. Ci si sente solo liberi, emozionati, eccitati per quel respiro nuovo che si inala da ogni sua parola, da ogni nota che riempie l’aria e da quello stupore che ci fa intravedere mondi possibili.

Murakami: le connessioni irresistibili.

In una delle sue rare interviste, rilasciata nel 2018 a Deborah Treisman sul The New Yorker e che riporta l’allusivo titolo The underground worlds of Haruki Murakami, scopriamo uno scrittore e un uomo fuori da ogni schema, uno dei geni letterari dei nostri tempi, che pur nell’apparente equilibrio e nella pacatezza dell’uomo orientale, nasconde una frenesia e un desiderio di avventura che lo portano a esplorare mondi possibili e relazioni mancate. Murakami conosce l’importanza di non dare giudizi, di percepire situazioni e cose per quelle che sono, non che dovrebbero essere, per come il mondo si presenta a lui, pieno di suspence, di spiriti in cerca di risposte, di misteri nascosti dietro una cascata o nei passi felpati di un gatto. Murakami è un uomo schivo, amante della solitudine, che concede pochissime interviste e partecipa raramente a eventi pubblici:

Non faccio molta socializzazione. Mi piace stare da solo in un posto tranquillo, con molti dischi e, possibilmente, gatti.

Murakami: le connessioni irresistibili. I gatti, la corsa e la musica jazz sono le più grandi passioni dello scrittore giapponese.

Ma dentro di lui vive un universo immaginifico, un sistema costellato da milioni di piccoli esseri irreali, pecore immaginarie, uomini e donne concentrati su problemi impossibili da risolvere, figure oniriche ed evocative. Leggere il suo pensiero, oltre i romanzi acuti e visionari o i racconti in cui narra di situazioni e persone che descrive nella naturale evanescenza di un sogno, vuol dire avvicinarsi all’animo di un uomo fuori dall’ordinario, capace di non fermarsi mai alle apparenze, incapace com’è di innalzare muri o barriere tra quello che viene definito mondo “reale” e quello che non lo è:

I lettori a volte mi dicono che scrivo di mondi irreali e che il protagonista va in quel mondo e poi torna in quello reale. Ma non riesco quasi mai a vedere il confine tra mondo irreale e mondo realistico (and the realistic world).

Cioè non lo definisce “mondo non reale”, ma “mondo realistico”. Una sottile differenza semantica tra i due aggettivi che ci offre la possibilità di comprendere come la sua visione delle cose del mondo si basi semplicemente sulla stima di quella che si ritiene essere la “realtà reale”, e non su un’accettazione cieca di questa. È il suo calarsi in profondità, all’interno di realtà tutte possibili e tutte praticabili nelle loro regole e principi che permette l’accesso a una dimensione alternativa, a un universo separato e distinto dal nostro ma con esso coesistente. E questo è un espediente che lascia infinite possibilità, poiché se nella nostra realtà le cose si sono evolute in altre cose, in quella parallela potrebbe non essere accaduto o accaduto al contrario.

Murakami: le connessioni irresistibili. “Molto spesso il mio narratore è un ragazzo che avrei potuto essere ma che non sono io”. 

Nei romanzi di Murakami, però, non ci troviamo di fronte a storie alternative, a ucronie insomma, ma alla simultanea presenza, fisicamente misurata, di più dimensioni di realtà, di molti mondi. Esistono cioè “luoghi” e piani diversi di realtà e il significato delle cose può quindi non essere univoco e le azioni, lo spazio-tempo, le regole che sottendono il nostro mondo, possono assumere diverse direzioni e significati:

Quando mi calo nella scrittura, sono lì, all’interno di un pozzo profondo e mentre sono lì incontro cose strane. Ma mentre li vedo, sembrano naturali ai miei occhi. […] Mi guardo intorno, descrivo quello che vedo e poi, semplicemente, torno indietro. Se non tornassi sarebbe spaventoso. Ma sono un professionista, quindi posso tornare.

La naturalezza e la spontaneità con cui descrive il suo calarsi in un mondo diverso da quello in cui vive “normalmente”, ci mostra la capacità di essere scrittore visionario, immerso e vivente in diversi alterni mondi, perché conserva la consapevolezza di poterli dominare, passando da uno spazio all’altro, da un tempo all’altro, lasciando a ogni mondo le stranezze, le cose spaventose, i paradossi che gli appartengono. La curiosità lo spinge a inseguire storie, lungo il filo sottile dei sogni e dei desideri:

Molto spesso il mio narratore, il mio protagonista, è un ragazzo che avrei potuto essere ma che non sono io, ma è sempre una specie di alternativa a me.

Scrivere per Murakami è una routine, un impegno come correre o ascoltare jazz, ma sempre guidato da una profonda, volontaria scelta:

Una volta che mi siedo alla mia scrivania, già so cosa accadrà dopo. Se non lo faccio, se non voglio scrivere qualcosa, non scrivo. Scrivo quando voglio scrivere, cosa voglio scrivere e nel modo in cui voglio farlo. […] La scrittura ha bisogno di concentrazione e di resistenza, perché scrivere un libro non è così difficile, ma continuare a scrivere per molti anni è quasi impossibile.

Murakami Haruki. Scrivere come mestiere.

Un concetto per lui fondamentale, esposto e sviluppato in Shokugyō to shite no shōsetsuka (Il mestiere dello scrittore), pubblicato nel 2015 e arrivato in Italia solo nel 2017 (nell’edizione Einaudi, con la traduzione di Antonietta Pastore):

Chiunque può scrivere un romanzo, dal mio punto di vista, non è un insulto nei confronti di questo genere letterario, ma piuttosto una forma di elogio. Insomma, la narrativa è come un ring di lotta libera sul quale può salire chiunque lo desideri. […] Tuttavia, se salire sul ring non presenta particolari problemi, restarci a lungo è una faticaccia. Questo i romanzieri lo sanno bene. Scrivere un romanzo o due non è poi così difficile. Ma pubblicarne molti, mantenersi con la propria scrittura e sopravvivere in quanto romanziere, è tutt’altra cosa. Un’impresa dura, non alla portata di tutti. […] richiede qualcosa di speciale. Un certo talento e una certa fermezza sono necessari, è ovvio. Ma in più occorre una capacità specifica. C’è chi ce l’ha e chi no. Chi ne è dotato per natura, e chi l’ha acquisita per essersi sforzato anima e corpo.

Ma cosa pensa Murakami dei suoi personaggi, quelli che cercano, che a volte trovano e a volte no, che si perdono, che centrano gli obiettivi che si sono prefissi ma che alla fine non sono mai a loro agio nella realtà in cui vivono?

Per me è un tema importante mancare qualcosa, cercare, trovare. I miei personaggi cercano spesso qualcosa che è andato perduto. A volte è una ragazza, a volte una causa, a volte un obiettivo. Ma stanno sempre cercando qualcosa di importante per loro, qualcosa che comunque è andato perso. E quando il personaggio lo trova non è, però, felice. Ci sarà sempre una sorta di delusione. […] Perché se il personaggio è felice, non c’è alcuna storia. Quello che voglio fare è scrivere cose serie, complicate e difficili e per farlo devo calarmi, devo essere disposto a scendere sempre più in profondità.

Murakami: le connessioni irresistibili. Dalla delusione nascono grandi storie.

Ecco perché un Cahier che parla di lui e del suo bisogno di epifanie e di sogni. Perché Murakami è lo scrittore che fa dell’invenzione letteraria una musica di improvvisazione, libera, senza spartito, ma piena di inventiva e di slanci verso l’ignoto. Tutto si mescola, si unisce, si frammenta, per poi disfarsi ancora, mentre ci trasporta, con una scrittura ricca di citazioni, variazioni sul tema, passaggi segreti che si snodano in frasi apparentemente semplici, all’interno di un’armonia difficilmente raggiungibile. Murakami scrive come se suonasse ed è una musica familiare, riconoscibile, che si insinua in un quotidiano stravolto da fatti e circostanze strane e a volte orrifiche ma in cui ognuno di noi riesce a trovare il proprio appagante rifugio, le proprie connessioni irresistibili.

Come vede la guerra un fiore? L’Arte di Aine E.Nakamura

Come vede la guerra un fiore? L’Arte di Aine E.Nakamura.

Aine E. Nakamura è una cantante, compositrice e artista performativa vincitrice quest’anno della seconda edizione di Biennale College Teatro, l’iniziativa che premia progetti di performance “site specific”. Nata a Bellevue, città della contea di King nello Stato di Washington, si è formata tra il Giappone, gli Stati Uniti e la Germania. Laureata in relazioni internazionali all’Università Jochi di Tokyo, ha poi studiato musica jazz e contemporanea negli States e si è laureata in Arte performativa alla New York University.

Al centro delle sue opere vi è il concetto di umanità. Riconoscere noi nell’altro, abbattere ogni frontiera.

Nei miei lavori perseguo sensibilità e spiritualità. Sono la canzone e sono la cantante.

Il punto di partenza: l’animismo. La natura che è divinità in ogni sua espressione, fonte di pace. Storie e immagini, oralità e poesia del corpo.

La gentilezza come Via: Aine E.Nakamura.
Come vede la guerra un fiore? L’Arte di Aine E.Nakamura. La gentilezza come Via. Credit: Aine E.Nakamura

È impossibile non vedere la delicatezza del Giappone in Aine E.Nakamura. Ma non fermiamoci alla superficie: sotto c’è molto di più. Aine E. Nakamura è giapponese e statunitense. Ma queste due coordinate si dissolvono nel messaggio di comunione con il mondo intero, di cui si fa portavoce. Oltre l’orientalismo, ci sono emozioni universali.

C’è la gentilezza, rivoluzionaria misura contro un modo maleducato, rude, indifferente, scostante e freddo. La delicatezza dell’animo che fluendo scalfisce anche la roccia più dura. La gentilezza si trasforma in resilienza, in strumento di riscatto, di cambiamento e di gioia. Contro ogni sopruso, ogni razzismo. L’Arte, come la natura, è un luogo d’amore in cui ritrovarsi.

“Sono un essere che occupa uno spazio artistico e intellettuale, che non può essere rinchiuso in nessuna cornice disciplinare o culturale”. 

E questo spazio artistico e intellettuale è ricco di pace, consapevolezza e meraviglia. 

L’Arte come speranza e crescita. Prendersi cura del proprio sé interiore, rivendicare il tempo, lo spazio, viverli e occuparli. Respirare. Connettersi con un’energia interiore sopita, ascoltando la natura intorno a sé. Percepire e percepirsi.

La gentilezza come Via: Aine E.Nakamura.
Come vede la guerra un fiore? L’Arte di Aine E.Nakamura. Credit: Same Pulse

Un luogo senza frontiere, muri, gerarchie, discriminazioni. La poesia del prendersi cura. 

Interiorità, dolore, malattia, sogno sono ingredienti di un’arte performativa in evoluzione, che è specchio di un’anima che non si arrende alla bruttezza ma che celebra un rapporto con la natura e con le persone fatto di purezza, rispetto e fiducia.

Domande soffici come neve, che divengono messaggi contro la violenza: come vede la guerra un fiore? L’Arte di Aine E.Nakamura è poetica della pace e della vulnerabilità, che sfida il modello di potere basato sull’esercizio della forza.

La gentilezza come Via: Aine E.Nakamura.
Come vede la guerra un fiore? L’Arte di Aine E.Nakamura. “Sotto un fiore senza nome”. Credit: Aine E.Nakamura

Arte come strumento di catarsi e (auto)guarigione. È quasi un’iniziazione misterica al supremo atto di amarsi, riconoscendo ciò che di divino è nascosto in noi e intorno a noi. Partendo dal dolore, per iniziare a conoscersi e comprendersi. Guarire dall’odio e abbracciare la pace. La via è tracciata: un percorso di ascolto cosmico, un cerchio che si chiude sulla fragilità dell’esistenza e sull’esigenza di stringere relazioni e connessioni positive, ricche di significato. 

“Piantiamo semi nella primavera delle montagne”.

Siamo solo noi a poter scegliere di nutrire l’amore. Spetta a ognuno di noi. 

Nel delirio della Bellezza

Nel delirio della Bellezza

Perché leggere Mishima oggi? Perché scrivere un Cahier che parla di uno scrittore così estremo nelle sue scelte, apparentemente anacronistico (o forse no, in un’epoca in cui, specie sui social, si dà sfogo a ogni tipo di narcisismo) nella volontà di esaltare nei suoi personaggi la bellezza fisica assoluta (oscurata però da quella morale) e confrontarlo con un visionario, fantastico e modernissimo come Murakami?

Per amore delle sfide, perché se si vuole davvero conoscere la visione degli altri, occorre studiare, analizzare, cercare di capire quello che più è lontano da noi, per ideologia, valori, attenzione. Aprire le porte alla comprensione di ciò che meno ci appartiene.

Perché Mishima è stato tutto e il contrario di tutto. Ha ricercato la perfezione nell’errore e l’ossessione dell’imperfezione.

Ha scelto di vivere rispettando e curando il proprio corpo come un tempio, per poi martorizzarlo sul palcoscenico di una morte in diretta.

Sono gli anni del delirante sperimentalismo della lingua come sperimentalismo del pensiero che secondo Mishima conduce a una manipolatoria semplicità di opinione, come se tutto potesse essere affidato alla comicità di un linguaggio basso, come strada più semplice per arrivare a spiegare il reale (e qui davvero la sua critica non ci appare lontana dalla considerazione di certe opere che oggi il mainstream ci propone).

E questo Mishima non lo accetta: per lui purezza di pensiero è purezza di linguaggio e di scrittura. Il disordine programmato, il ribaltamento dei valori, la coscienza dell’imperfezione sono un gioco degli estremi e lui sa, meglio di chiunque altro, che valore dare a questo “gioco”, al momento ultimo.

La sua poetica della “contraddizione” è il suo personale cammino spirituale, di cui traccerà le linee in una splendida intervista rilasciata a uno degli esponenti più in vista della critica letteraria giapponese, Kobayashi Hideo, e che permetterà agli studiosi e al pubblico di tracciare insieme la sua “via del guerriero”.

Sul concetto di Assoluto:

Esiste un contrasto profondo nella bellezza delle cose, una sorta di deformazione della forma stessa della bellezza. E non si tratta solo della distorsione della semplice atmosfera che egli fa respirare nelle sue opere, ma di una vera e propria imperfezione nella perfezione. Dal suo bisogno di disumanizzazione, alla ricerca dell’Assoluto, ha reso sempre viva quell’ossessione latente che lo ha spinto fino alla lacerazione.

Perché non si può scrivere senza vedere e non si può scrivere senza sentire.

“Io sono uno scrittore che ha una grandissima passione e un fortissimo interesse per la forma ma non so quanto la prosa convenzionale, incentrata com’è solo sulla forma, sia un modello di letteratura attuale”.

E la necessità di vivere controcorrente, sempre. Questo viene richiesto allo scrittore.

“Secondo me un grande scrittore non può scegliere come tema della sua arte un grande problema. Deve c’è arte non c’è un grande problema, in senso giornalistico. Tutte quelle cose di cui parla la massa”.

Ed essere controcorrente implica anche il senso della morte, perché si deve essere capaci di vivere fino in fondo anche la propria morte.

“È la natura umana. Non credo che a questo mondo esista qualcuno che non tenga alla propria vita. Ma un uomo deve essere in grado di liberarsi da questo attaccamento e avere il coraggio di morire”.

E ricercando l’unicità dell’Assoluto Mishima rivela la duplicità della sua visione: forse la vita così come la concepiamo o la conosciamo è la continua ricerca di quell’Assoluto che solo la morte può dare?

Assoluto è l’idea che ogni cosa possa essere vista come azione da compiere, perché solo questo ci rende davvero liberi?

La liberazione totale è però impossibile perché essa può essere realizzata solo in ambito relativo. Niente può dirsi davvero Assoluto finché “qualcuno dirigerà la vita sociale di altri” e quindi non sarà mai lecito “l’omicidio di piacere. Se non ci sono comandamenti o proibizioni da rispettare, non si potrà mai raggiungere l’Assoluto”.

Proprio sulla Bellezza:

Per un nichilista anarchico come Mishima la bellezza non è e non può essere bella in assoluto. Così la sua prosa mescola contenuti, impressioni, delusioni che si ingigantiscono e assalgono i protagonisti dei suoi romanzi come in un sogno che ha però contorni definiti, schematizzati e per questo rincorribili.

Nell’intervista rilasciata a Kobayashi Hideo, sulla “Forma della bellezza”, Mishima espone la sua visione estetica che si spinge alla descrizione dei luoghi: “il fiume Yurakawa (descritto in vari punti del Padiglione d’oro con una bellezza lirica che emoziona) è un luogo triste e d’estate si trasforma in un posto volgare, pieno di bagnanti, ma negli altri periodi è silenzioso e solitario…” fino al significato soggettivo della confessione che sembra essere uno dei motivi ricorrenti nella sua opera.

Una confessione mai oggettiva, mai strillata ma ripetuta costantemente dentro se stessi, nel turbinio delle emozioni, nell’incalzante incedere delle azioni, nelle continue relazioni con gli altri.

È qui che il dramma della dualità della sua visione si manifesta in tutta la sua violenza: il fluire senza sosta delle immagini in cui la bellezza è continuamente lordata da sentimenti che di realismo non hanno nulla “perché i naturalisti scrivevano romanzi dove i protagonisti erano ossessionati dalla bruttezza”, lui, al contrario, parte da posizioni opposte, dalla bellezza in quanto emblema dell’artista, una bellezza che è però ossessione, turbamento, oscurità.

Sul linguaggio:

Riflettendo sul ruolo del linguaggio dei romanzi, Mishima attacca l’uso che si fa delle parole che sembrano avere la tendenza a non maturare nel tempo, allontanando dal senso stesso della forma che si vuole tentare di descrivere.

Tutti tendono a linguaggi semplici, alla esemplificazione risultando così estranei, incapaci a descrivere la complessità delle sensazioni.

Le parole sono morte. Le parole, più si cerca di avvicinarle al linguaggio quotidiano, più perdono vita. E il linguaggio del cinema è ancora peggiore. […] Così non è più lingua giapponese: si cambiano le parole, si inseriscono frasi relative in modo del tutto innaturale …

 

Yukio Mishima con il premio Nobel Yasunari Kawabata

Mishima e il suo mondo, alla ricerca dell’unicità nella rivelazione della dualità. Lungo il cammino del suo tormentato Bushidō.

Per approfondire: Mishima versus Murakami, Bushidō di due moderni samurai

 

di Mariaclara Menenti Savelli 

Onozukara 自ずから- Vivere naturalmente

Onozukara 自ずから: “vivere naturalmente”. Una parola che pare contenere l’universo. Con questo approfondimento vi conduciamo alla scoperta della libertà naturale, vista attraverso il pensiero non dualistico della filosofia giapponese. 

Esiste un senso di libertà che spesso viene dato per scontato ed è quello che ci permette di vivere in accordo con noi stessi e con i cicli della natura.

Per molte persone non è immediato afferrare questo principio apparentemente semplicistico ma profondamente istintivo. Il mondo attuale ci ha abituati alla separazione e alla disgregazione delle parti in nome di una imprescindibile categorizzazione del tutto. Senza di essa sentiremmo di non avere gli strumenti necessari per comprendere ciò che ci circonda. Pare quindi necessario, per poter funzionare correttamente in questo sistema a compartimenti stagni, sottoscrivere tacitamente il frazionamento del proprio essere in mente, corpo e spirito. Separando così ciò che era originariamente unito.

Questa divisione affonda le sue radici in un tempo ormai lontano. Per questo non dovrebbe sorprenderci il nostro modo di vivere nella continua percezione di trovarci in un ecosistema a sé stante, distinto dal macrocosmo della natura ed indipendente nelle sue forme di pensiero più evolute ed organizzate.

In questa visione riduzionista, la “naturalezza” è stata allontanata dal concetto stesso di natura, asservendo ogni movimento del cosmo a leggi costruite dall’uomo secondo un’osservazione soggettiva e duale dell’universo. Restituendoci un mondo basato sullo sfruttamento e sulla superiorità antropocentrica. 

Per comprendere al meglio il concetto di “naturalezza” è utile rivolgere la nostra attenzione a una visione più olistica e comprensiva. Come quella suggerita dalla filosofia giapponese, per la quale la natura non è mero oggetto di studio, ma un modo di vivere con presenza e consapevolezza.

L’analisi etimologica dei termini utilizzati per trattare questo tema è un ottimo punto di partenza per aprirsi a una percezione più inclusiva. Iniziamo con la parola giapponese che modernamente traduce “natura”, ovvero shizen 自然.

Originariamente shizen veniva utilizzata sia sotto forma di aggettivo (“naturale”), che di avverbio (“naturalmente”). Essa era così più legata alla concezione del muoversi in accordo con l’universo, rispetto a una definizione, quella attuale, piuttosto restrittiva.

Nachisan, Nachikatsuura, Japan
“Vivere naturalmente” in accordo con noi stessi e con i cicli della natura, dona un senso di libertà.    Via del pellegrinaggio sacro Kumano Kodo a Nachisan, Nachikatsuura

 

 

Interessante notare come il radicale (l’unità di base dei caratteri giapponesi) che troviamo in shizen 自, sia lo stesso che compone la parola “libertàjiyū 自由

È presente anche nel termine onozukara 自ずから, il cui significato letterale descrive “ciò che è, così com’è”. Questo conferisce a tutti questi concetti un’immediatezza simbolica che si rivela solo in accordo con la comprensione profonda di shizen nella sua definizione originale: “tutto ciò che occorre con naturalezza”.

A una prima lettura, il significato di onozukara può apparire complesso e a tratti sfuggente, soprattutto se tentiamo di interiorizzarlo attraverso il ragionamento schematico del pensiero occidentale. Occorre aprirsi a una visione non duale del concetto di libertà e natura. Cercando tra le righe quegli spazi di accettazione e consapevolezza che spesso si nascondono in ciò che preferiremmo fosse immutabile e perfettamente definito.

È così che un principio all’apparenza indecifrabile si rivela un assioma essenziale: trovando il nostro posto nella natura, siamo naturalmente liberi.

Foresta di bambù di Arashiyama, Kyoto
Onozukara 自ずから- Occorre aprirsi a una visione non duale del concetto di libertà e natura. Foresta di bambù di Arashiyama, Kyoto

In un mondo sempre più in rapida trasformazione, dove riconoscere la propria dimensione sembra ogni giorno più difficile, questo tipo di emancipazione spirituale e personale può derivare solo da un’autentica comprensione del mondo naturale. Da un ritorno all’apprendimento esperienziale, facendo riferimento alle nostre radici più profonde e ancestrali.

La sapienza orientale da millenni ci suggerisce come l’essere umano sia in grado di riprodurre nel suo microcosmo, costituito dalla totalità della persona, quanto accade nel macrocosmo che lo circonda, mettendolo nella posizione di assumersi le sue responsabilità rispetto al suo rapporto con sé stesso e la natura.

Effettivamente, questi due regni hanno in comune molto più di alcune riflessioni filosofiche. Secondo la visione creazionista orientale entrambi sono stati generati partendo da una stessa fonte originaria e da sempre sono animati dalla medesima energia vitale chiamata ki (o qi), responsabile del loro sostentamento e della loro trasformazione.

Lo Shintō, la religione autoctona del Giappone, riconosce l’essenza del divino (kami) in tutto ciò che potenzialmente è in grado di manifestare questo flusso energetico: un fiume, una pianta, un animale, una foresta. Per questo, nei secoli, ha sviluppato una sincera forma di rispetto e cooperazione con la natura. 

Cervo sacro a Nara
Onozukara 自ずから”Vivere naturalmente” – Nei secoli la cultura giapponese ha sviluppato una sincera forma di rispetto e cooperazione con la natura. Cervo sacro nel santuario Shintō di Kasuga, a Nara

L’essere umano, secondo questa lettura, non solo è parte di un sistema armoniosamente perfetto, ma ne trae ispirazione per la sua vita quotidiana e per tutte quelle discipline volte alla crescita e al miglioramento.

Con il passare del tempo, questo legame indissolubile ha cambiato forma, lasciando spazio al desiderio di dominio antropocentrico. E portandoci ad un disastro ecologico del quale vivremo le conseguenze per lungo tempo.

Riconquistare la naturalezza, in questa particolare visione orientale, non è più solo un atto mentale, ma è soprattutto una liberazione, che si realizza con la morte dell’ego e un ritorno al sentire più autentico.

Quando la coscienza viene ricondotta al principio, alla radice, allora realizza che è sempre stata interconnessa alla natura. E questo rapporto non si basa solo sul comprendere il mondo per ciò che ci può offrire in termini di produzione e sostentamento. Si tratta altresì di un desiderio benevolo e altruistico nei confronti di tutti gli esseri senzienti e dei fenomeni che animano l’universo.

Un percorso di consapevolezza può condurci a capire che il nostro frenetico desiderio di agire sui flussi naturali, modificandone il corso, è solo l’illusione di una visione duale che vorrebbe farci credere di poter controllare il ritmo della natura secondo i nostri bisogni.

Quello che ci aspetta non è un sentiero facile. Ma è assolutamente necessario per poter riconquistare non solo la nostra libertà naturale, ma anche la possibilità di creare un futuro di convivenza armoniosa con tutto ciò che ci circonda e ci appartiene. Tanto quanto apparteniamo a noi stessi.

Onozukara 自ずから è un termine che ci insegna a “vivere naturalmente”. Apprezzando la spontaneità della natura e accettando l’impermanenza come forza creativa. Liberandoci da una gabbia ideologica.

È tra le sfumature di una parola che pare contenere l’universo, che potremmo trovare la via per ritornare ad una saggezza pratica. Una saggezza che ci rimetta in accordo con il nostro ambiente e ci insegni il rispetto e la meraviglia per “ciò che è, così com’è”.

 

 

 

di Veronica N.M. Green (autrice, insegnante di Tai Chi e Qi Gong, appassionata di studi orientali, si è laureata in Economia e Diritto con una tesi incentrata sul miracolo economico giapponese del secondo dopoguerra) 

A occhi chiusi ascoltiamo la musica interiore (II parte)

“A occhi chiusi ascoltiamo la musica interiore (II parte)” è il proseguo del nostro viaggio attraverso la scrittura. Arte e pratica, percezione di noi stessi e del mondo, talento e scoperta del nostro Io più intimo. Dal III secolo a oggi, per un percorso che vedrà protagonisti scrittori, poeti, critici, filosofi e che ci permetterà di esplorare angoli nascosti e prospettive inedite. Oggi parliamo di: ispirazione, terrore, conclusione.

Leggi qui la prima parte

“L’arte della scrittura” è un’opera del III d. C. del poeta cinese Lu Ji, funzionario di corte. Risulta un testo quanto mai attuale.
  • Ispirazione

Riflessioni sull’ “Arte della scrittura”  del poeta cinese Lu Ji, III secolo d. C.

Sull’ispirazione

Giunge il momento in cui le emozioni

Ci soffocano, anche se ogni stimolo

 richiede risposte;

ci sono le volte in cui

lo spirito si paralizza.

Lo scrittore si sente come morto

[…] Come il letto di un fiume in totale siccità.

Spesso ci si domanda: cos’è l’ispirazione e come può permettere di respirare a pieni polmoni o soffocare anche il più intraprendente, vigoroso, temerario spirito che a lei sola si affida?

L’ispirazione (dal latino tardo inspiratio, da inspirare) può essere ricondotta all’idea di un intervento divino che permetta l’azione del pensare, in modo da rivelare la verità nascosta delle cose.

A occhi chiusi ascoltiamo la musica interiore (II parte) – L’ispirazione è un insieme di elementi, tutti necessari e che hanno bisogno di unirsi, incastrarsi, trovare una dimensione e uno spazio spirituale idoneo per mostrarsi.

L’ispirazione è talento, curiosità, vocazione, esperienza, tecnica.

Occorre così sondare il nostro spirito, la nostra anima, sprofondare nel più oscuro degli abissi per poter riemerge e portare alla luce quei pensieri più difficili da accettare, quelli più delicati, prepotenti, ingombranti, quelli che si trasformeranno in parola scritta.

L’ispirazione è cercare la verità che è dentro di noi e darle voce, in un percorso continuo, giornaliero, incessante, perché lo scrittore senta di nuovo, sotto i suoi piedi, scorrere le acque tempestose di un fiume in piena.

  • Terrore

Temo che il mio calamaio

possa asciugarsi

che le parole giuste

siano quelle introvabili.

Voglio rispondere all’ispirazione

di ogni momento.

Quale è la cosa che fa più paura a chi si avventura lungo il cammino della scrittura? Pensare di non avere più nulla da dire.

Cosa fare quando manca l’ispirazione? incalzare le emozioni è un errore che induce errore, dice Lu Ji.

Che la mente diventi all’improvviso un campo sterile, un deserto di sassi arrotondati dal vento, senza più punte aguzze, asperità, sorprese. Che svegliandosi una mattina ci si accorga che quella scintilla che bruciava dentro, si sia improvvisamente e irrimediabilmente spenta e che le parole, da strumenti pronti a incidere, sia siano trasformate in materia molle, deformabile, inefficace, non più capaci di uscire allo scoperto.

“E incalzare le emozioni è un errore che induce errore” ribadisce Lu Ji.

Ma come fare se il terrore ci assale? Se l’angoscia di non riuscire più a dare forza ai propri pensieri diventasse abitudine? Forse tornare a penetrare il mistero che unisce noi alla scrittura, che tiene saldamente avvinghiati intelletto e animo, quello che ci permette ogni giorno di attraversare la soglia che separa i nostri pensieri più veri dalle nostre parole.

  • Conclusione

L’uso della scrittura è base di ogni principio

Essa percorre distanze infinite

E nulla al mondo può fermarla.

Scende come pioggia dalle nuvole

[…]

Canta nel flauto e nelle corde

E ogni giorno ne esce rinnovata.

La scrittura: dal latino scriptūra, part. pass. del verbo scribĕre, che anticamente indicava il segnare lettere e parole con lo stilo su tavolette di cera, è diventata l’attività o l’arte dell’esprimersi, fino ad appropriarsi dell’abilità giocolieristica di giudicare le realtà e gli altri, in un divertimento fatto di rimandi, sottintesi, retoriche adulazioni.

A occhi chiusi ascoltiamo la musica interiore (II parte) – l’arte dello scrivere racchiude noi stessi.

La scrittura è un’arte e come tutte le arti non conosce se stessa mai fino in fondo.

Spesso si decontestualizza e diviene narrazione forzatamente oggettiva ma profondamente distaccata, o si fa partecipe, alludendo a sentimenti e a sensazioni che si confidano come condivise, o si frammenta, si spezzetta, si frantuma per raccontare realtà, un altrove soggettivo e prepotentemente evocativo.

La scrittura è farsa del quotidiano, finzione ed enfasi, piacere puro, virginale o contaminazione di idee volutamente provocatorie o è delicatamente attenta, sottile, persuasiva.

La scrittura, l’arte dello scrivere, comunque si esprima, racchiude noi stessi, a volte poco, a volte interamente ma, ricordiamolo, mostra sempre chi siamo, racchiusi dentro un lungo e complesso flusso di coscienza o in un piccolo, breve ed emozionante haiku.

 

 

di Mariaclara Menenti Savelli (Editore di Kressida, Storico dell’Arte e Critico Letterario)

A occhi chiusi ascoltiamo la musica interiore (I parte)

A occhi chiusi ascoltiamo la musica interiore (I parte): partiamo per un viaggio alla ricerca delle emozioni della scrittura.

“L’arte della scrittura”, opera del III d. C. del poeta cinese Lu Ji, funzionario di corte, risulta un testo quanto mai attuale. Dopo averlo letto e interiorizzato, mi sono chiesta come mai la scrittura, da sempre considerata pratica sacra, valore da proteggere, in cui contenuti ed estetica dovrebbero unirsi al rigore e all’onestà intellettuale, sia stata vista invece, in certa letteratura odierna, come una pratica inutile a cui applicarsi, un mero passatempo in cui trastullarsi.

A occhi chiusi ascoltiamo la musica interiore (I parte) – La scrittura è pratica sacra, in cui contenuti ed estetica dovrebbero unirsi al rigore e all’onestà intellettuale.

Il mondo ha bisogno di riscoprire nella scrittura una guida anagogica, una maestra di vita e di necessità intellettuale e sì, anche fisica, carnale, capace di occupare lo spazio e il tempo senza limiti e barriere.

Lu Ji traccia una strada, una linea di pensiero che potrà sembrarci anacronistica e che potrebbe anche risultare estranea a una prima lettura, ma che ci permette di guardare oltre il tempo e noi stessi.

Dobbiamo riappropriarci di bellezza, contemplazione e azione, abbandonando banalità e cliché

Pensare che quelle parole, pronunciate nel III secolo d.C., siano talmente radicate in noi, può allarmarci, disorientarci, ma anche permetterci di riflettere sul come riappropriarci di tanta bellezza, contemplazione e azione, abbandonando banalità, cliché e ritrovando il desiderio, il piacere della scoperta, della curiosità, dell’emozione.

Sull’inizio:

       A occhi chiusi ascoltiamo

       la musica interiore,

       smarriti tra domande e pensieri.

      […]

     Mettiamo immagini e parole

     tra quelle non raccolte

    dalle generazioni precedenti. 

L’inizio, l’incipit, il principio. Quando inizi a raccogliere i pensieri per trasformarli in parole, è come quando cerchi i suoni, la tattilità di emozioni non raccontate prima. La scrittura è una eco profonda tra spiritualità e materialità, contatto con noi stessi e con la realtà che percepiamo. Musica interiore che si fa parola, risonanza di immagini che nella nostra mente si saziano di desideri e di profondità.

L’inizio è tutto. È il modo in cui mostriamo come vogliamo essere, cosa vogliamo mostrare di noi e del nostro sentire.

L’inizio riporta il tutto a una rete di simboli e valori.

È il pensiero racchiuso in una parola, attimo che si fa tempo indefinito e che riporta il tutto a una rete di simboli e di valori. L’inizio è ciò che ci distingue, è la soggettività, l’unicità, l’essenza stessa del percepire e del percepirci.

Sullo scegliere le parole:

    Il poeta fa luce nell’oscurità profonda, 

    che questo voglia dire rende facile il difficile,

    o difficile il facile

Scegli, seleziona, ragiona sulle parole da unire ad altre parole, in un incedere a volte leggero, a volte faticoso, come quando inizi un viaggio, sapendo che la strada che hai scelto ti porterà là dove hai deciso di andare o dove la scrittura decide di condurti.

La scrittura è spirito vivo e sostanza immateriale che fin quando rimane dentro di noi è immersa nel disordine rimbombante dei pensieri.

Ma quando è pronta a staccarsi, a uscire fuori e possiamo farne corpo vivo e suggestione, allora desideriamo di assaporarne ogni singola vibrazione, ogni più piccolo momento.

Ma quanto è difficile scegliere le parole giuste?

Quanto ci costa enumerare, arricchire, sfamare i nostri pensieri con parole a più alto valore nutritivo, per far germogliare i nostri sentimenti? Siamo davvero noi a decidere sempre quali espressioni scegliere per descrivere ciò che proviamo o è la scrittura che, come un fuoco ardente, semina scintille e accende tutto ciò su cui si posa?

  Continua… Leggi qui la seconda parte

 

 

di Mariaclara Menenti Savelli (Editore di Kressida, storica dell’Arte e critico letterario)

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