Hanami, intreccio di cultura e bellezza

Con una storia lunga più di milleduecento anni, l’“Hanami” (composto dalle parole HANA che significa “fiori” e MI che significa “guardare”), è uno dei festival di fioritura più antichi nel mondo, simbolo delle tradizioni più classiche e documentate del Giappone.

Grazie all’osservazione scientifica dei tempi di fioritura dei ciliegi, è possibile ottenere informazioni preziose circa l’effetto della variazione di temperatura e clima sulla trasformazione di queste piante (ne esistono, solo nel Paese del Sol Levante, oltre seicento specie) e sulla moltitudine di ambienti nei quali la loro vita e quella degli esseri umani si intreccia con quella dei mammiferi e delle creature che agiscono come impollinatori.

I ciliegi divengono così non solo strumenti di bellezza e contemplazione, ma anche preziose risorse per comprendere la trasformazione e lo sviluppo degli ecosistemi.

Una donna coglie un ramo di ciliegio, in un dipinto su seta di Mihata Joryu (1700 ca).

I fiori di ciliegio hanno un profondo legame con la storia, la cultura e l’identità del Giappone.

Fin dal periodo Nara (710-794), secondo lo Shintoismo (la religione più antica del Giappone), si riteneva che i ciliegi ospitassero i “Kami”, termine che viene tradotto come “ciò che sta al di sopra della condizione umana” e quindi identificato con il concetto di divinità. I kami erano associati a elementi della natura, come montagne, cascate, rocce o alberi. Gli abitanti del tempo credevano che le divinità della montagna si trasformassero nei Kami del riso (da sempre risorsa vitale per la popolazione giapponese), metamorfosi che avveniva solo quando i petali dei fiori di ciliegio si staccavano dal ramo e toccavano il suolo.

La prosperità del raccolto veniva propiziata ponendo ritualmente cibo e sakè ai piedi degli alberi. Da questa tradizione potrebbe derivare lo stesso termine SAKURA (che significa “bocciolo di ciliegio”) il quale potrebbe essere nato dalla fusione delle parole SAKU, “fiorire”, e KURA, “magazzini in cui veniva conservato il riso”.

Petali di ciliegio e guerrieri coraggiosi

Nell’anno 812 venne istituito il primo Hanami nel giardino Shinsen-en di Kyoto e sulle colline circostanti: il ciliegio divenne simbolo del potere imperiale, ispiratore di poesie e oggetto di contemplazione per la classe guerriera dell’epoca, i samurai. Furono loro, infatti, a consolidare il rito della contemplazione della fioritura.

Una rappresentazione dell’hanami nel periodo Edo, nel dipinto di Utagawa Hiroshige II (1859).

Esposti al pericolo costante di perdere la vita, i guerrieri si lasciavano ispirare da quella fioritura di breve durata, quale simbolo di una esistenza sì incantevole, ma incerta e transitoria, che accomuna tutti gli esseri viventi. I fiori dei ciliegi hanno infatti petali estremamente sottili e fragili ma allo stesso tempo forti e in grado di resistere al forte vento e alla neve.

Un samurai contempla la natura e sembra fondersi con essa, in un pannello dipinto dell’artista Ogata Gekko (1900 ca).

A riprova dello stretto rapporto tra i samurai e la fioritura dei ciliegi,  un antico proverbio giapponese recita: “Tra i fiori, (il migliore è) il ciliegio; tra gli uomini, (il migliore è) il guerriero”. 

È proprio grazie all’importanza attribuita per secoli a questo evento, che sono giunte a noi innumerevoli testimonianze, attraverso dipinti e scritture sin dal IX secolo.

La celebrazione del festival della fioritura dei ciliegi in un dipinto di Kitao Shigemasa (1770 ca).

Le fioriture e i cambiamenti climatici

Proprio grazie a questi documenti, i governi locali, i meteorologi e i botanici sono in grado, ancora oggi, di studiare l’evoluzione e la variazione della tempistica delle fioriture: si pensi che solo nel territorio di Kyoto si hanno a disposizione testimonianze di feste dei fiori che ripercorrono oltre mille anni di storia.

La data di celebrazione viene determinata alcuni giorni prima del picco di fioritura, che dura al massimo quattro giorni.

In uno studio condotto nel 2008 dai due scienziati Y.Aono e K.Kazui, sono stati raccolti settecentotrentadue documenti dal IX secolo in avanti, rendendo questo assortimento il più ampio e completo della fenologia (ovvero quella parte dell’ecologia che studia i rapporti tra i fattori climatici e la manifestazione stagionale di alcuni fenomeni della vita vegetale, quali la germogliazione, la fioritura, la maturazione dei frutti, la caduta delle foglie).

In questo studio è emerso che a partire dagli anni ‘80 si sono presentati tempi di fioritura precoci rispetto a qualsiasi altro periodo, fino ad arrivare a una media di sette giorni di anticipo. Le temperature rilevate dimostravano come il 2008 sia stato in assoluto l’anno più caldo. Allo studio è seguito un monitoraggio dell’Università di Osaka, che ha confermato il trend nell’area di Kyoto analizzando i dati fino al 2021. 

Il trend di fioritura a Kyoto.

Già nel 1990, lo studioso Y. Aono aveva pubblicato un altro articolo scientifico in cui spiegava come la fase di fioritura a Kyoto fosse stata fortemente influenzata dall’effetto del calore urbano, un incremento della temperatura legato in particolare alla rimozione di alberi e alla loro sostituzione con opere quali strade, parcheggi ed edifici.

Egli notò come, nelle località vicine a Kyoto, Osaka e Tokyo, e nelle rurali limitrofe, fino agli ‘50 i festival dei fiori avvenissero in periodi quasi simultanei.

Tuttavia, nei successivi decenni, i tempi di fioritura nei siti urbani cominciarono a divergere rispetto alle zone rurali, arrivando ad anticipare, negli anni ‘80, di 4-5 giorni la fioritura nel centro di Kyoto e Osaka, rispetto alle zone agricole.

Anche lo studio condotto da C. Parmesan e G. Yohe, nel 2003, dimostrava come l’aumento delle temperature e il cambiamento delle precipitazioni avessero effetti rilevabili sulle specie e su interi ecosistemi: emergeva infatti come la distribuzione di molte piante e animali si stesse spostando verso altitudini più elevate e come piante e uccelli anticipassero la primavera.

L’hanami 2023 a Koriyama, in uno scatto di Kentaro Toma su Unsplash.

Se questo fenomeno dovesse protrarsi, il rischio che gli ecologi paventano è che le specie cambino la loro fenologia a ritmi diversi, andando così a creare dei disallineamenti ecologici. Ovvero, alcune specie potrebbero non avere più risorse per sopravvivere o riprodursi al momento opportuno e naturalmente.

Nonostante la molteplicità di dati disponibili, sono tuttora in corso studi per cercare di comprendere come piante e animali rispondano alle variazioni di temperatura e ai cambiamenti climatici.  Ricerche fondamentali poter elaborare un’ipotesi affidabile sulla direzione dell’evoluzione nei prossimi anni, intercettare e mettere in atto le dovute azioni correttive.

Grazie alla sua conformazione geografica e alla cura delle proprie tradizioni, il Giappone fornisce da più di mille anni una lunga serie di informazioni che possono essere utilizzate a tale scopo. La registrazione delle celebrazioni dell’Hanami ha avuto il privilegio non solo di tramandarne la memoria fino a noi e il significato profondo legato alla riflessione, all’apprezzamento della bellezza e al concetto di impermanenza, ma ha assunto un ruolo fondamentale ed esclusivo nella ricerca scientifica per la comprensione e salvaguardia degli ecosistemi.

 

di Marianna Rozzarin, con approfondimenti a cura di Anna Stella Dolcetti e Mariaclara Menenti Savelli

Tra industria e vita

I semi rappresentano un patrimonio inestimabile di diversità biologica. Considerati “bene comune” fino al XIX secolo, la loro capacità di riprodursi e propagarsi in maniera indipendente è oggi minacciata dal mondo dei brevetti

I semi delle principali materie prime agricole, di materie tessili e legnami sono tutt’oggi custodi e diffusori del germe della vita? Sono essi in grado di riprodursi e propagarsi in maniera indipendente, così come avvenuto per centinaia di migliaia di anni?

Nell’ultimo secolo, il mondo delle sementi ha subito un radicale mutamento. E i fattori legati a questa rivoluzione vanno ricercati nella storia americana a partire dal 1900 e nell’estensione dell’applicabilità dei brevetti dall’area industriale a quella degli esseri viventi.

Il seme racchiude in sé non solo il germe della vita ma anche milioni di anni di tradizioni, culture, caratteristiche dell’ecosistema in cui ha vissuto e si è sviluppato, risultati di selezioni naturali dettate da eventi climatici, carestie e patologie vegetali: millenni di storia che gli hanno permesso di arrivare a noi oggi, così come lo vediamo. Esso rappresenta un patrimonio inestimabile per la diversità biologica del pianeta.

Fino al diciannovesimo secolo, i semi erano considerati beni comuni.

Gli agricoltori si adoperavano per conservare e selezionare le piante più vigorose e resistenti per poterle utilizzare nelle semine successive, affinché fossero in grado di sopravvivere in caso di periodi climatici estremi, quali siccità o inverni rigidi, o improvvise malattie o attacchi parassitari. Tutto ciò era di vitale importanza soprattutto nelle comunità che basavano la propria economia e sopravvivenza sui raccolti stagionali. Per favorire queste attività, l’USDA (il dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti fondato nel 1862) destinava ogni anno un terzo del proprio budget alla raccolta e distribuzione dei semi agli agricoltori del territorio americano: si pensi che nel 1879 vennero distribuiti gratuitamente più di un miliardo di pacchetti di semenze (nel primo censimento del 1890 gli abitanti degli Stati Uniti erano pari a circa sessantatré milioni: il che significherebbe circa sedici pacchetti di semi a testa).

Qualche anno più tardi, nasceva l’ASTA (associazione americana per il commercio dei semi): la prima organizzazione a investire privatamente nella ricerca in questo settore, con l’obiettivo di migliorare le qualità nutrizionali e di resistenza dei semi per poi rivenderli agli agricoltori, i quali, a loro volta, continuavano a essere liberi di conservarli, ed eventualmente rivenderli. Ma parallelamente alla crescita esponenziale di questo mercato, emergeva da parte dei privati la necessità di proteggere il loro lavoro e le risorse impiegate per il miglioramento delle semenze.

Venivano così emanate le prime leggi in materie di brevetti (definite PPA, Plant Patent Act, e PVPA, Plant Variety Protection Act) atte a tutelare le invenzioni di nuove varietà di seme: da un lato, con lo scopo di offrire all’agricoltura gli stessi benefici del sistema dei brevetti dell’industria, dall’altro per incentivare gli investimenti dei privati nel miglioramento genetico delle piante e il progresso della biotecnologia. Stando a queste leggi, gli agricoltori non potevano intraprendere personali programmi di miglioramento genetico nei semi acquistati ma rimanevano liberi di continuare a salvarli senza farne speculazione, ovvero solo in quantità sufficiente per i campi di loro proprietà.

Far rispettare queste condizioni non era semplice, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, la cui rapida crescita demografica richiedeva coltivazioni sempre più estese.

L’avvento dei semi terminatori

Così, nel 1998, su pressione di una delle maggiori società che al tempo controllavano questo mercato, la Monsanto, e grazie alla collaborazione tra USDA e la Delta and Pine Land Company, nasceva il metodo del “seme terminatore”: una tecnologia brevettata secondo la quale, modificando i geni dei semi direttamente a partire dalle sequenze del DNA, si garantiva che le successive generazioni fossero “sterili” e non potessero riprodursi in maniera autonoma.

Lo scopo di questa scelta era proteggere gli onerosi investimenti in ricerca sui prodotti di ingegneria biologica, per poter sviluppare sementi sempre più innovative e vantaggiose per il nutrimento della popolazione. Ma, di contro, questi geni “terminatori” rendevano obsoleto il metodo tradizionale di conservazione dei semi e, senza la capacità dell’agricoltore di alterare le proprie sementi al variare delle condizioni ambientali, le risorse dei privati sarebbe state in grosso pericolo e destinate ad esaurirsi.

Tuttora, coloro che non possono permettersi di acquistare semenze stagionalmente, come accade nei paesi in via di sviluppo, vengono penalizzati da un tale mercato ed è ancora attuale, a livello mondiale, il diverbio tra chi sostiene che non dovrebbero esserci brevetti sui semi e chi li ritiene necessari per proteggere l’investimento delle industrie allo scopo di migliorarne caratteristiche e qualità.

Se da un lato, infatti, questi brevetti sono stati importanti per favorire lo sviluppo dei semi, è fondamentale ricordare che, affinché questi miglioramenti siano realmente efficaci, dovrebbero essere a disposizione di chi ne abbia bisogno, in particolare quei paesi che vivono di agricoltura.

Inoltre, la propagazione di determinate specie brevettate non dovrebbe in alcun modo andare a discapito della biodiversità delle colture: il rischio è di impoverire i terreni e di perdere irreversibilmente un grande patrimonio del pianeta, vedendo scomparire migliaia di varietà antiche che arricchiscono la nostra esistenza e la varietà del cibo che portiamo sulle nostre tavole.

Parallelamente alla gestione dei brevetti, è fondamentale ridare libero arbitrio e spazio alle piccole e medie imprese e agli agricoltori, per portare avanti le conoscenze tramandate nelle generazioni. Nonché la possibilità di selezionare gli antichi semi, come si faceva in passato. E questo non solo per farli rientrare nel mercato, ma anche per salvaguardare il patrimonio genetico che ci è stato offerto dalla Natura e ripristinare, per quanto possibile, un equilibrio nella coltivazioni tramite la reintegrazione della policoltura.

 

 

 

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Eunice Newton Foote

La storia (dimenticata) della scienziata che teorizzò l’effetto serra

In piena rivoluzione industriale, ma ancora ai prodromi del disastro ecologico che sarebbe seguito, mentre le ciminiere fumanti venivano celebrate come simbolo della grandezza della nazioni e i grandi industriali muovevano forza lavoro, risorse e capitali a favore del progresso tecnologico che avrebbe dovuto rendere il pianeta più prospero, la scienziata e attivista per i diritti delle donne Eunice Newton (divenuta Eunice Newton Foote a seguito del matrimonio con il matematico Elisha Foote) dimostrò la relazione tra la concentrazione di CO2 nell’atmosfera e la temperatura terrestre, divenendo così la prima scienziata a parlare di effetto serra e a ipotizzare un ruolo antropico nei cambiamenti climatici. I suoi sforzi precedettero di almeno cinque anni i lavori sul tema, ben più noti, di Svante Arrhenius e John Tyndall.

Per i canoni dell’epoca, Eunice non era neppure una scienziata professionista (nonostante avesse compiuto studi formali nel campo della biologia e della chimica), bensì un’appassionata, un’esponente della filosofia naturale, che non avrebbe di certo storto il naso di fronte all’idea di mescolare natura ed esoterismo. Una cosa, del resto, per nulla strana per l’epoca. Un’epoca che era anche quella delle prime scoperte geologiche sulle variazioni del clima nella storia della Terra. Proprio partendo da questi studi e in particolare dai legami tra la formazione di depositi di carbone nelle paludi e i livelli di anidride carbonica presenti nel periodo corrispondente, Eunice ipotizzò, correttamente, che la CO2 liberata fosse responsabile di un innalzamento della temperatura.

Registrando la temperatura in due diversi cilindri con aria a diverse densità, la scienziata trovò conferma delle sue teorie, sebbene la mancanza di strumentazioni e mezzi avanzati non le consentì di raffinare l’esperimento fino a dimostrare che i gas serra aumentano la temperatura della Terra assorbendo il calore irradiato dalla superficie, ma solo quel tanto che servì a dimostrare che essi assorbono la luce solare in entrata. La scoperta resta epocale.

Sarà Tyndall, anni dopo, a condurre esperimenti più sofisticati, dimostrando anche l’ultima ipotesi. Nelle sue relazioni, egli non menzionerà mai la scienziata, attribuendo invece il merito dei primi studi a Mathias Pouillet. Non sappiamo se volutamente o per ignoranza. Ma è altamente probabile che Tyndall non sapesse nulla del lavoro della Newton.

La ricerca di Newton Foote era infatti stata presentata nel 1856, al congresso dell’American Association for the Advancement of Science, ma non dalla scienziata: nonostante non esistesse nessuna regola formale che impedisse a una donna di tenere una conferenza di fronte alla platea dell’AAAS, infatti, fu il Professor Joseph Henry (amico della coppia Foote e scienziato dello Smithsonian Institute) a esporre al suo posto. E il suo intervento non trovò posto neppure tra gli atti del congresso.

Le circostanze che influenzano il calore dei raggi solari

“Circumstances affecting the heat of the sun’s rays”, il documento frutto dei suoi studi, fu poi pubblicato dall’American Journal of Science and Art nel 1857.

La sintesi apparse su diverse riviste, tra cui il New York Daily Tribune, il Canadian Journal of Industry, Science and Art, e lo Scientific American (che riconobbe alla scienziata il merito della ricerca). Tuttavia, la sua breve menzione nelle riviste europee non risultò mai completa, non mancarono le omissioni e perfino un errore nel riportare il nome.

Se i contributi delle donne nella scienza sono stati spesso dimenticati, il caso di Eunice Newton Foote è forse tra i più eclatanti, per la portata che la sua scoperta ha (o più correttamente avrebbe dovuto avere) sul mondo di oggi. La Newton ha sempre creduto di poter cambiare le cose: la sua firma, già nel 1848, compariva tra quelle presenti sulla Dichiarazione di Seneca Falls (“Declaration of Sentiments”), pietra miliare del movimento femminista e primo atto pubblico di rivendicazione dei diritti femminili.

Eunice è stata a lungo dimenticata e forse lo è ancora ogni giorno, nelle parole dei politici che dopo quasi 170 anni di distanza ancora negano l’effetto serra, nei diritti negati delle popolazioni che subiscono l’ingiustizia ambientale, nei pensieri pieni di dubbi di cittadini confusi di fronte a una scienza che spesso non sa come dialogare con loro.

La natura vista da Sebastião Salgado

Come descrivere, davvero, le opere di Sebastião Salgado? Scatti da vivere e da sentire, immagini nelle quali l’apparente assenza di colore risveglia emozioni e dolori profondi. Quando l’artivismo raggiunge le sue vette più elevate e l’immagine naturalistica o i ritratti sembrano danzare tra la poesia più struggente e il monito più severo, quando la vita dell’artista diviene strumento di ribellione non soltanto attraverso l’arte e le parole ma anche nel cambiamento vissuto in prima persona, allora la creatività si fa manifesto, per sperimentare – e non solo immaginare – un futuro migliore. Oggi vi raccontiamo uno tra i progetti più importanti dell’artista: la creazione dell’Istituto Terra.

Sebastião Salgado

Sebastião Salgado è tra i più celebri fotografi brasiliani. Un fotografo di natura, nel vero senso della parola: una natura che non si manifesta soltanto nei paesaggi ombrosi, nelle fratture dei ghiacci, nelle sfumature di un piumaggio ma anche e soprattutto nello sguardo di uomini e donne che ai territori selvaggi sembrano non solo appartenere, bensì possederne lo spirito indomito e la sapienza. Segreti che si svelano allo spettatore attento, che è chiamato a farsi parte attiva nella custodia della natura. Salgado è un ambientalista, un economista, un umanista, un esploratore capace di narrare attraverso le lenti di una visione democratica, etica ed equa, le bellezze e le fragilità del mondo, a partire dagli esseri umani e dalle altre creature che, insieme a noi, abitano il pianeta. Un pianeta che sebbene “stanco dell’uomo” aspetta ancora il risveglio delle nostre coscienze.

Salgado nasce come fotografo sociale e si interessa poi all’ambiente, un cambiamento che si sviluppa senza cesure, poiché lo sguardo del fotografo è sempre rivolto alla preziosità della vita, alla valorizzazione di ciò che ci rende tutti uguali pur essendo tutti diversi: esseri umani, creature marine, paesaggi, elementi come il ghiaccio e il fuoco.

Una carriera costellata di ricche “pause di riflessione”, volte a migliorarsi per migliorare l’arte, momenti dediti all’attivismo in ogni sua forma.

Come il suo progetto più straordinario, che prende vita nell’arco di due decenni: la missione di riforestazione e ripristino dell’ecosistema di Aimorés, in Brasile. Luogo che ha saputo trasformare, da paesaggio devastato a santuario rigoglioso. Vent’anni di impegno, tenacia e determinazione, hanno portato alla creazione dell’Instituto Terra e alla piantumazione di milioni di alberi, trasformando Fazenda Bulcao, un tempo una distesa sterile di stoppa, in un’oasi di biodiversità. E poiché sociale e ambientale si intrecciano e fioriscono insieme, non è un caso che il progetto di Aimorés nasca a seguito della conclusione del lavoro di Salgado in Ruanda, dove, con il solo filtro della macchina fotografica, è testimone degli orrori del genocidio.

Le condizioni dei profughi ruandesi, immortalate nel 1994 da Salgado.

Rientrato in Brasile, la distruzione delle foreste del suo paese gli appare crudele: una ferita sul volto di madre Natura. E così, non potendo lenire le cicatrici del genocidio, Salgado si dedica a curare quelle dell’ambiente. Agire dove possiamo, d’altronde, è un ottimo antidoto alla disperazione più profonda.

La lotta dei popoli indigeni per la difesa dell’Amazzonia e la loro stessa sopravvivenza, negli scatti di Salgado.

In Brasile, il fotografo si trova di fronte alla desolazione più sconfortante: laddove una volta c’erano foreste rigogliose, ritrova un paesaggio desolato, frutto di una deforestazione selvaggia, rozza e ingorda.

I terreni ereditati dalla sua famiglia, la “Fazenda Bulcao”, erano stata vittime della stessa distruzione feroce che egli aveva documentato, con altri volti e altre vittime, in terre lontane. Mano nella mano con la moglie Lélia Deluiz Wanick, Salgado abbraccia l’idea audace di ripiantare l’intera area. Nel 1998, questa viene designata come una Riserva Particular do Patrimônio Natural (RPPN), offrendo sgravi fiscali in cambio dell’impegno a ripristinare le condizioni originali e promuoverne la biodiversità. Nasce così l’Instituto Terra, che in oltre vent’anni ha permesso alla foresta della Fazenda Bulcao di risorgere e a piante e animali autoctoni di prosperare.

L’impresa di Salgado non è soltanto una battaglia contro la deforestazione. È la dimostrazione di come arte, solidarietà, etica e scienza possano lavorare insieme per il bene comune.

Grazie al sostegno di centinaia di volontari e alla raccolta di fondi, l’Instituto Terra ha piantato oltre 2 milioni di alberi appartenenti a oltre 290 specie diverse, restituendo vita a 17.000 ettari di foresta. Quando arte e attivismo si abbracciano, creatività e volontà divengono le forze motrici di progetti che vanno ben al di là delle aspettative dei singoli artisti.

Fazenda Bulcao, prima e dopo gli interventi di riforestazione. In basso, Salgado insieme alla moglie
Fazenda Bulcao, prima e dopo gli interventi di riforestazione. In basso, Salgado abbraccia la moglie Lélia

Una pausa ricca di significato. Un’esperienza che gli ha permesso poi di tornare sulla scena artistica, con una collazione di scatti emozionanti e intimi raccolti nella mostra “Amazônia”. Immagini che raccontano l’amore per la Terra, la condizione di un pianeta ferito ma non vinto, le minacce da affrontare, la passione che guida la volontà di cambiare rotta. Opere che contengono, nella loro essenza, le motivazioni più profonde per le quali ciascuno di noi può e deve rivendicare la ricerca di un nuovo patto con la natura, di rinnovata armonia con l’ecosistema pianeta di cui siamo parte.

 

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Piante e futuro: le domande fondamentali

Piante e futuro: le domande fondamentali

Le piante, forme di vita preponderanti sul nostro pianeta, affascinanti quanto misteriose, hanno da tempo catturato l’attenzione degli scienziati per il loro ruolo nella ricerca sui nuovi stili di vita sostenibili. A partire da una domanda fondamentale: come possiamo definire il rapporto tra vita vegetale e società umane?

Quella tra piante e homo sapiens è una relazione che nasce nella preistoria e si evolve nei secoli, attraverso supposizioni, sensazioni, inciampi, fraintendimenti, scoperte. Una storia fatta di tradizioni, medicine e veleni, cibo, risorse e vestiario. Vicende che affondano le proprie radici in forme di ascolto, comunicazione e interazione tra specie profondamente diverse. Le quali, tuttavia, condividono più di quanto appaia a uno sguardo superficiale. Un rapporto, evolutosi nell’ambito di diversi millenni, i cui meccanismi profondi sono ancora oggetto di studio.

In realtà, ci si chiede da sempre se le piante possano o meno provare emozioni. Gli appassionati di giardinaggio confermeranno, sulla base della loro esperienza, ciò che la scienza ha intuito, ovvero che la pianta ricavi piacere dal contatto – potremmo dire dalla relazione – con chi si prende cura di lei, almeno quanto l’essere umano trae piacere dall’occuparsene. Già nel medioevo, la relazione tra piante e essere umano era percepita a volte come talmente profonda da far sospettare l’intervento di una forza superiore (spesso demoniaca).

Recenti ricerche nel campo della neurobiologia vegetale, guidate dal professor Mancuso dell’Università di Firenze, hanno aperto nuovi orizzonti sul modo in cui le piante “vedono” e “sentono” il mondo. Oltre alle loro straordinarie capacità sensoriali, le forme di vita vegetali rivelano una complessità notevole nell’organizzazione sociale, nella comunicazione e nella ricerca di soluzioni a problemi complessi, emergendo come alleate preziose per il futuro delle nostre società e delle nostre città. Ma su quali premesse dovremmo basare la ricerca futura?

Le questioni fondamentali

Gli scienziati sanno che, in ogni ricerca, le domande sono un punto di partenza tutt’altro che scontato: come motore e cornice di uno studio, possono condurre lontano o portarci a scrutare i nostri piedi. Senza buone domande, si dice, non possono esserci buone risposte.

Per questo, c’è chi si è impegnato a definire i cento interrogativi più rilevanti, a tema vita vegetale, che dovrebbero guidare le ricerche dei prossimi trent’anni. Come evidenziato da un team internazionale guidato dalla Professoressa Claire Grierson dell’Università di Bristol, che si è occupato di identificare le domande fondamentali per affrontare il cambiamento climatico e garantire il nutrimento delle future generazioni attraverso lo studio delle piante, nella vita vegetale risiede un tesoro per la nostra evoluzione su questo pianeta.

Che ruolo avranno le piante nelle città del futuro?

Partiamo dall’ambiente urbano, quello in cui la maggior parte di noi vive e lavora: come possiamo costruire città più resilienti? Tra le domande selezionate in questo contesto dal team dell’università di Bristol, emergono interrogativi su come utilizzare le piante come alleate di benessere nelle città e nelle megalopoli. Ci si chiede come sviluppare ambienti urbani naturali, resilienti e belli, sfruttando le caratteristiche della vita vegetale e il loro impatto sulla nostra salute. Le piante, infatti, svolgono un ruolo fondamentale nella mitigazione degli effetti negativi dell’inquinamento atmosferico e forniscono benefici tangibili, come ossigeno, ombra e protezione da eventi climatici estremi. Inoltre, costituiscono l’habitat e il rifugio di numerose specie animali. Parlando di impatto sui singoli individui, prendersi cura del verde genera benessere a livello psicofisico. Infine, gli orti urbani possono costituire una risorsa fondamentale per lo sviluppo di sistemi di autosufficienza alimentare.

Biofilia e vita vegetale

Il secondo macro aspetto affrontato, riguarda la necessità di approfondire le nostre conoscenze su ciò che “muove” la relazione tra piante ed esseri umani, ovvero sulla nostra innata “biofilia” e su come possiamo promuoverla e diffonderla, educando alla sostenibilità. Il mantenimento o il ripristino di una relazione sana tra popolazioni e ambienti naturali richiedono lo sviluppo di doti personali come l’intelligenza emotiva e l’empatia. Occorrerà dunque, il supporto di professionisti dotati di competenze trasversali, come psicologi esperti in ecoterapia ed ecosociologi. Strategie innovative, basate su neurobiologia vegetale, psicologia umana, medicina e sociologia, sono necessarie per coltivare questa relazione e accrescere la diffusione di una consapevolezza ambientale profonda.

 

Sarà poi necessario interrogarsi sulle tradizioni che legano gli esseri umani alle piante. Custodire e promuovere i saperi tradizionali e quelli afferenti alle comunità indigene, può essere la chiave per una relazione equa con le risorse del pianeta. Sarà essenziale, in questa ottica, distinguere gli usi dannosi da un uso sostenibile delle risorse, ovvero che ne garantisca la naturale rigenerazione. La sfida richiederà sforzi congiunti nella diffusione di modelli educativi virtuosi e nella lotta allo sfruttamento.

A chi spetta, concretamente, occuparsi di tutelare il patrimonio vegetale del pianeta?

Politica e governi, ma anche comunità e cittadini, giocheranno un ruolo chiave. Occorre definire in termini chiari e netti obiettivi e regole per la salvaguardia. Il finanziamento globale per la difesa della biodiversità è un altro nodo critico, sul quale occorrerà lavorare. Strategie comuni, accordi internazionali e alleanze globali sono necessari per garantire risorse sufficienti a progetti di ricerca e tutela.

Le piante possono offrire soluzioni sostenibili per sfide future, come la ricerca di fonti di energia alternative, di materiali da costruzione sostenibili, nonché di alternative ai polimeri plastici. Studi approfonditi possono aprire la strada a soluzioni innovative per affrontare la scarsità di risorse e persino risolvere l’inquinamento ambientale.

Quale sarà il valore della dieta a base vegetale e come renderla sempre più sostenibile?

Infine, il passaggio a un’alimentazione a base vegetale emerge come una strategia efficace per garantire un futuro sostenibile su questo pianeta. Quantificare l’impatto delle diete globali diverrà sempre più fondamentale per poter condurre campagne di comunicazione efficaci e diffuse, migliorare la salute umana e affrontare malattie correlate a una cattiva alimentazione, come cancro e malattie cardiovascolari. Per garantire la sostenibilità del modello, occorrerà però aumentare gli sforzi per comprendere il ruolo della biodiversità, tutelare le specie a rischio, difendere la salute dei suoli, trovare soluzioni efficaci per uscire dai meccanismi della monocoltura.

Quali competenze si riveleranno fondamentali?

Problemi globali richiedono soluzioni interdisciplinari. Definire i parametri della collaborazione tra esperti e campi scientifici diversi, così come aprire le porte a saperi “nuovi” (inclusi gli aspetti spirituali, etici e tradizionali) sarà fondamentale nei prossimi decenni.

Attraverso un approccio interdisciplinare, possiamo plasmare un mondo in cui le piante rivelino tutto il loro potenziale di alleate nella costruzione di un futuro migliore.

Biofilia: il legame innato tra esseri umani e natura

Biofilia: da bio “vita” e philia “amore per”. Una parola che non esisteva prima del 1946, quando Erich Fromm la conia per definire la generale attitudine dell’uomo verso la vita. Ma è negli anni ’80 del 1900 che il biologo E.O.Wilson la usa per la prima volta per descrivere un fenomeno antico quanto il mondo e radicato nel nostro essere “animali umani”: la curiosità e l’amore verso il mondo naturale in generale, le piante e gli altri animali.

Il concetto di “biofilia”, così come teorizzato da Wilson, rivela un aspetto fondamentale dell’esistenza umana: una profonda affinità intrinseca, biologicamente radicata, con il vasto regno naturale che ci circonda. Questo legame, tutt’altro che superficiale, costituisce una risposta evolutiva incisa nei nostri stessi filamenti del DNA e sviluppatosi attraverso millenni di adattamento alla vita terrestre. Un parametro scientificamente misurabile.

“L’uomo, per costituzione, ama la vita e la protegge” – E.O.Wilson

Edward O. Wilson (1929-2021) è considerato uno dei più grandi biologi del XX secolo.

Biofilia: che cosa accade quando viene messa a tacere?

Abbiamo visto come la biofilia si riferisca all’innata affinità e connessione emotiva degli esseri umani con il mondo naturale e con altri esseri viventi. Questo concetto suggerisce che gli esseri umani abbiano un’attrazione e una curiosità innata verso gli ecosistemi e le altre forme di vita sulla Terra. Ma cosa accade quando non è così? Come spiegare fenomeni come la distruzione degli ambienti naturali, l’inquinamento, la violenza sugli animali? La biofilia è una tendenza naturale che può “spegnersi” quando l’essere umano conduce una vita artificiale o si trova in condizioni di stress profondo o totale incapacità di far fronte alle proprie esigenze fondamentali di sopravvivenza. Con conseguenze devastanti. Non dovrebbe stupire, considerato il fatto che la natura costituisce il nostro habitat naturale e l’istinto a proteggerla ci guida verso la protezione delle nostre stesse esistenze. Eppure, il concetto di biofilia è rivoluzionario, poiché ci porta soprattutto a interrogarci sulle conseguenze che l’allontanamento da questa tendenza naturale comporta per le società e il pianeta (dalle guerre per le risorse, sino all’inquinamento).

L’indagine approfondita sulla connessione biologica tra gli esseri umani e il mondo naturale ha svelato nuovi livelli di consapevolezza sul nostro legame emotivo con piante, animali e persino con il mondo minerale. Con il tempo, i campi di applicazione della teoria si sono ampliati.

Architetture verdi

L’integrazione della biofilia nella progettazione ambientale si presenta come un passo cruciale per creare ambienti che favoriscano il benessere umano. Architetti e progettisti, consapevoli di questa innata affinità, possono arricchire gli spazi abitativi incorporando elementi naturali come la luce solare, l’acqua e una varietà di piante. Questa integrazione non solo crea ambienti visivamente accattivanti ma anche luoghi nei quali le persone possono avvertire una connessione profonda con il loro ambiente, riducendo così lo stress e migliorando la produttività.

La riscoperta dell’ambientalismo innato

In aggiunta, la biofilia assume un ruolo cruciale nella promozione della conservazione ambientale. Individui che ascoltano il proprio desiderio di connessione con la natura e sviluppano una relazione profonda con essa (specie se questo legame viene coltivato sin da bambini) si sentono chiamati a proteggerla attivamente, a svolgere un ruolo di veri e propri “guardiani”. L’educazione basata sulla biofilia, che asseconda il rispetto intrinseco per l’ambiente naturale fin dalla tenera età, costituisce una leva potente per la conservazione e la sostenibilità a lungo termine.

Salute naturale

Un’analisi critica della letteratura scientifica rivela non solo l’influenza positiva della biofilia nella nostra quotidianità, ma anche il suo ruolo cruciale come strumento terapeutico. Terapie basate sulla natura, quali l’ortoterapia, lo shinrin yoku, la pet therapy e l’ecoterapia, stanno guadagnando riconoscimenti sempre maggiori, anche grazie agli studi sul ruolo del microbioma e delle essenze vegetali sul nostro benessere. Ricerche scientifiche hanno inoltre ampiamente documentato che l’esposizione alla natura può ridurre il livello di stress, abbassare la pressione sanguigna e migliorare il tono dell’umore. Un fenomeno noto come “effetto curativo della natura” e che attesta che la biofilia non è una mera astrazione teorica, ma piuttosto un principio concreto e scientificamente misurabile.

Anche se spesso definita come “l’innato legame emotivo con la natura”, la biofilia infatti va oltre il mero apprezzamento estetico, sentimentale o pratico; essa si traduce in benefici palpabili. In poche parole, essa diviene uno strumento per comprendere a fondo – e di conseguenza avere cura – della salute degli individui e delle comunità.

Per approfondire: ECO Manuale di Ecologia Totale

La Grande Muraglia Verde

La “Great Green Wall” (Grande Muraglia Verde) è un ambizioso progetto di conservazione e ripristino ambientale nel continente africano, che mira a creare una barriera naturale di alberi e vegetazione per contrastare il degrado del suolo e il cambiamento climatico, promuovendo modelli di sviluppo sostenibile. Il progetto, partito 16 anni fa, è al 20% del suo completamento. Tanti passi avanti sono stati compiuti, molto lavoro resta ancora da fare. Ma perché l’impegno verso la realizzazione della GGW è così importante?

La Grande Muraglia Verde

La Grande Muraglia Verde (GGW) è un progetto che nasce come contrasto all’espansione del deserto del Sahara. Nel tempo, gli obiettivi si sono estesi fino a comprendere il ripristino dei terreni degradati e inquinati, il miglioramento della fertilità del suolo, la protezione della diversità biologica e la lotta contro il cambiamento climatico. La GGW coinvolge oltre settemila chilometri di territori, attraversando l’Africa da est a ovest e coinvolgendo una serie di nazioni africane, tra cui Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Sudan, Etiopia, Eritrea, Gibuti e Sudan. Un progetto, dunque, che si rivela importante non solo per l’impatto sociale e ambientale ma anche per il potenziale di coordinamento, scambio e cooperazione in un’area spesso tormentata da conflitti.

L’iniziativa comprende una gamma di attività ad ampio spettro, che spaziano dalla piantumazione di alberi autoctoni alla promozione di metodologie agricole sostenibili, dalla conservazione delle risorse idriche alla sensibilizzazione delle comunità autoctone sull’importanza della tutela ambientale. Oltre a ostacolare l’espansione dei deserti, il progetto aspira a potenziare la resilienza nella sicurezza alimentare, a instaurare nuove opportunità occupazionali, a facilitare l’adattamento ai mutamenti climatici e a promuovere il progresso economico nelle aree interessate.

Le maggiori sfide alla realizzazione

La realizzazione della Great Green Wall affronta numerose sfide: la scarsità di risorse finanziarie, la pressione demografica, il cambiamento climatico e la gestione delle risorse naturali.

In particolare, essa necessita di importanti finanziamenti a lungo termine, non solo per l’implementazione ma anche e soprattutto per la conservazione di pratiche sostenibili. La gestione delle risorse locali – acqua, suolo e altri servizi ecosistemici – si scontra spesso con gli interessi delle big corporations e può incontrare la resistenza di governi, funzionari corrotti, gruppi di potere. Anche per questo il coinvolgimento attivo delle comunità locali resta un elemento cruciale. investire in programmi di educazione e sensibilizzazione è imprescindibile. Occorre, infine, un enorme sforzo di coordinazione e dialogo tra paesi, basato su rispetto reciproco e forti basi etiche. Sebbene le relazioni internazionali siano fondamentali per il successo di un programma come la GGW, non sono infatti da escludere ingerenze e pressioni da parte di entità straniere, le quali possono promuovere o finanziare programmi di sviluppo in cambio di concessioni commerciali e sfruttamento.

Tuttavia, il supporto formale all’iniziativa da parte di governi e istituzioni rimane solido e sono stati compiuti progressi significativi nella realizzazione del piano. Milioni di alberi sono stati messi a dimora e le comunità locali stanno beneficiando dei vantaggi ambientali, sociali ed economici derivanti dal progetto. La grande muraglia verde protegge e accresce la biodiversità, con effetti diretti sul benessere dei territori e delle persone.

Piantare alberi e speranza

In un solo decennio, la regione di Koulikoro in Mali ha perso quasi il 90% delle sue foreste. Il progetto della GGW mira a ripristinare questi ecosistemi perduti, piantando nuovi alberi, proteggendo i superstiti e identificando le specie più resistenti e resilienti. In Etiopia, negli ultimi cinquant’anni, un letale mix di cambiamenti climatici, sfruttamento indiscriminato e inquinamento dei suoli, deforestazione e desertificazione ha provocato un netto peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. Nell’ambito del progetto GGW, l’Etiopia sta puntando tutto su piante forti e a crescita rapida, come l’eucalipto e l’incenso, le quali stanno già migliorando le condizioni dei suoli e la disponibilità di acqua, con conseguenti ripercussioni positive sulle comunità locali (oltre duecentomila persone hanno trovato impiego grazie al ripristino di questi terreni). In Senegal, la necessità di far fronte all’isolamento dovuto alla pandemia di Covid-19 ha portato alla nascita di giardini circolari, i quali garantiscono ai villaggi risorse idriche e alimentari per far fronte ai loro bisogni. Infine, 16 milioni di alberi sono stati piantati in Burkina Faso, come parte del programma GGW.

Questi sono solo pochi esempi dell’impatto che il progetto GGW sta avendo sulle persone e sui territori.

Il ruolo della biodiversità nell’Africa Continentale

L’Africa, culla della civiltà umana, si distingue anche per la sua straordinaria ricchezza di biodiversità. Un mosaico di ecosistemi, habitat e specie uniche coesiste all’interno dei suoi confini geografici, svolgendo un ruolo di profonda importanza per l’equilibrio ecologico, l’evoluzione delle economie regionali e il benessere delle comunità autoctone.

Risorse primarie

La biodiversità costituisce la linfa vitale dell’approvvigionamento alimentare: l’ampia varietà di piante coltivate e spontanee, animali allevati e specie selvatiche rappresenta una risorsa essenziale per la sicurezza alimentare continentale.

Il continente africano si vanta di un’eredità medica millenaria basata sull’impiego di piante e organismi autoctoni. Questi rimedi naturali, tramandati di generazione in generazione, continuano a essere una risorsa di incommensurabile valore per il trattamento di una vasta gamma di affezioni. La biodiversità dell’Africa, dunque, riveste una primaria importanza nella ricerca farmaceutica, potenzialmente contribuendo in modo tangibile all’avanzamento della sanità globale.

Gestione delle riserve idriche e Controllo del Clima

Le regioni naturali dell’Africa, tra cui foreste pluviali e aree umide (bacino del fiume Congo e Africa occidentale), custodiscono importanti risorse idriche, ancor più fondamentali in ambienti dove l’acqua tende a scarseggiare. Questi ecosistemi assorbono inoltre considerevoli quantità di anidride carbonica, contribuendo significativamente alla mitigazione dei cambiamenti climatici globali. La disponibilità di risorse idriche è cruciale per garantire lo sviluppo e il mantenimento di pratiche di agricoltura sostenibile e indipendenza alimentare.

Sostegno all’Economia

Il turismo naturalistico, incentrato sulla fauna selvatica e sui paesaggi naturali, attira turisti da tutto il mondo, generando un indotto significativo per le economie locali. La biodiversità è anche fonte diretta di benessere economico, garantendo cibo e risorse come legname e carta (ma occorre vigilare sulla sostenibilità dei programmi di sfruttamento di queste aree, affidando alle comunità indigene la gestione delle terre).

In che modo la great green wall contribuisce al ripristino e alla conservazione della biodiversità?

Creazione di Habitat e Corridoi Ecologici: Attraverso la piantumazione di specie autoctone e il ripristino di ecosistemi, la GGW agevola la creazione di nuovi habitat e la connessione tra quelli esistenti. Ciò agevola la dispersione delle specie, garantendo loro la possibilità di migrazione, riproduzione e sopravvivenza. L’istituzione di corridoi ecologici è cruciale per il mantenimento della biodiversità, consentendo alle specie di adattarsi alle dinamiche ambientali e di evitare possibili minacce.

Lotta alla desertificazione: Uno degli obiettivi fondamentali della GGW è l’arresto dell’espansione del deserto del Sahara. La desertificazione rappresenta una delle principali minacce per la biodiversità in Africa, poiché conduce alla perdita di terreni fertili e di habitat cruciali per molte specie.

Conservazione di acqua e suolo: La biodiversità è strettamente correlata alla conservazione delle risorse idriche e al ripristino di suoli fertili. La GGW contribuisce alla preservazione dei corsi d’acqua, delle zone umide e dei bacini idrici, fornendo habitat essenziali per una ricca varietà di piante e animali, tra cui uccelli, pesci e anfibi e insetti.

Lotta agli effetti dei cambiamenti climatici: La GGW contribuisce a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, riducendo la possibilità di eventi estremi. In una parola: promuove la resilienza dei territori.

Supporto allo sviluppo sostenibile: La GGW riduce il ricorsi a un uso non sostenibile delle risorse naturali. Dove c’è biodiversità, infatti, aumentano le risorse alimentari, il benessere e le opportunità di cooperazione e sviluppo.

Empowerment delle comunità Locali: Quando le comunità sono poste nelle condizioni di valutare e comprendere il valore della biodiversità e i vantaggi connessi a un ambiente sano, sono maggiormente propense a impegnarsi nella sua salvaguardia. Le popolazioni indigene ritrovano il loro naturale ruolo di custodi dell’ambiente.

 

Raccontare la vita animale. Tra realtà e finzione

Raccontare la vita animale. Tra realtà e finzione

Capita di trovarsi, una sera, a guardare la storia di due cuccioli di lupo.

E di farsi domande inaspettate.

di Simona Rusconi

Sono  nel fresco di un cinema all’aperto, per la proiezione del documentario Il Contatto[1]. La storia è quella di Achille e Ulisse: due cuccioli di lupo rinvenuti nel 2016 ancora piccolissimi (dieci e venti giorni) e accolti dal Centro Monte Adone con l’obiettivo di ridare loro la libertà in natura. Un percorso sperimentale complesso (normalmente gli animali selvatici recuperati dai centri sono condannati alla cattività) che ha posto una profonda riflessione sul contatto che l’uomo può e deve avere con gli altri esseri viventi.

In questo film non c’è nessuna voce suadente ad accompagnare lo spettatore, nessuna trama avvincente da cui essere catturati e nemmeno una colonna sonora su cui poggiare lo sguardo. Solo due piccoli lupi, il presente costante in cui vivono e i loro movimenti (buffi, istintivi e a tratti noiosi) che si trasformano in linguaggio cinematografico.

Senza commento, le scene vanno interpretate, intuite, a volte anche immaginate per capire quello che vogliono dire. E non tutti stanno al gioco. A metà proiezione, infatti, qualcuno inizia a sgattaiolare via, stanco di quello che sta vedendo. Al momento non ci ho fatto caso ma, con il passare dei giorni, ho cominciato a chiedermi: “Quando guardiamo gli animali sui nostri schermi, li vediamo davvero?”.

Secondo la BBC Natural History Unit (NHU), leader nei documentari naturalistici di alto livello, produzioni come Planet Earth e Blue Planet sono state viste da più di un miliardo di spettatori in tre anni[2]. Una persona su otto nel mondo, quindi, ha deciso di passare il proprio tempo libero guardando animali selvatici nascere, cacciare, accoppiarsi, migrare e anche, in alcuni casi, morire. Ma se questi documentari piacciono così tanto mentre la gente si alza di fronte ai due cuccioli di lupo, un motivo c’è. Anzi, più di uno.

Le serie della BBC (e di altre aziende concorrenti come la Silverback Films di Perfect Planet) hanno budget molto alti. Questo significa poter accumulare molte ore di materiale ma, soprattutto, poter usare attrezzature di altissima qualità, così da affiancare alle storie degli animali paesaggi mozzafiato e immagini ottenute con una risoluzione impossibile per i nostri occhi, in cui tutto diventa più nitido e lucente[3].

La stessa artificiosità caratterizza anche i suoni. Le riprese sono spesso fatte a grande distanza e, se i documentari riportassero ciò che i microfoni hanno davvero registrato, sentiremmo le pale degli elicotteri o le indicazioni della troupe per coordinarsi.

Quando vediamo un orso polare camminare sulla neve o un airone alzarsi in volo, quindi, sentiamo rumori riprodotti in studio, sbriciolando cristalli di sale o aprendo e chiudendo un ombrello. Probabilmente, la maggior parte degli spettatori trova abbastanza normale la cosa, oppure non ci ha nemmeno mai pensato. Ma c’è chi si sente ingannato da questi espedienti[4].

In fondo, l’etimologia della parola “documentario” (dal latino dócere: insegnare, dimostrare) riporta all’idea di registrare ciò che accade realmente, a scopo di studio o di testimonianza. Con le grandi produzioni internazionali, però, il ruolo educativo del documentario si mischia a quello dell’intrattenimento, creando combinazioni molto complesse.

L’idea che lo spettatore debba investire emotivamente in quello che guarda influenza le decisioni cinematografiche a tutti i livelli, dalla presentazione delle idee, alle scelte dei finanziatori fino al montaggio finale. Poche persone vogliono stare a guardare animali che fanno cose da animali, quindi si costruiscono narrazioni umane addosso a esseri inconsapevoli, al fine di creare una storia fluida e significativa con cui lo spettatore possa empatizzare. È il “trattamento antropomorfico completo”[5] di cui parla la giornalista Laura Bradley, con gli animali che ricevono aspirazioni umane e vivono avventure personali narrate da qualcuno di famoso; il tutto avvolto da una colonna sonora intensa che suggerisce il tono emotivo da avere.

Ecco quindi l’utilizzo di alcuni stratagemmi: cibo per attrarre gli animali, montaggio di riprese fatte in momenti diversi e/o ad animali diversi per creare una scena narrativa, utilizzo di animali addestrati o in cattività, immagini create al computer, fino ai trucchi per garantire il successo di una scena di caccia[6]. Jeffery Boswall [7], naturalista e produttore per la NHU, affermava che tutto ciò porta a fraintendere la vera natura degli animali.

Jeffrey Boswall, scomparso nel 2012, è stato tra i più importanti e longevi produttori della BBC Natural History Unit.

Perché alla fine si tratta di questo, dell’idea di natura creata nelle menti di milioni di persone. Un mondo incontaminato, affascinante e inaccessibile, dove gli animali conducono esistenze fiabesche che risuonano dentro di noi. Un mondo che ha un grande assente: l’Uomo. Onnipresente nella struttura narrativa, infatti l’essere umano sparisce dalle immagini e, con lui, spariscono anche gli effetti della sua azione: non c’è traccia di inquinamento, di cambiamento climatico, di deforestazione e iper-urbanizzazione. Tutto questo rischia di creare un ulteriore distacco dell’uomo dalla natura, rafforzando l’opposizione natura-civiltà e portando gli spettatori a preferire la comodità di uno schermo a quella di un contatto reale con la naturale imperfezione degli animali.

Un frame tratto dal trailer del film “Il contatto”.

Ogni volta che guardiamo un animale, quindi, tutto dovrebbe ruotare attorno al “contatto”: un termine che parla di vicinanza e di relazione, ma anche di rispetto per l’altro e di rinuncia. Senza invadere spazi, senza creare storie dove non ci sono, senza ricercare il nostro mero divertimento. Fare un passo indietro rispetto al costante protagonismo che ci contraddistingue. Per potersi toccare veramente.

Non tanto con i corpi, ma con l’idea di guardarsi per quello che si è.

 

[1] Il Contatto è un documentario del regista Andrea Dalpian, realizzato dal Centro Tutela e Ricerca Fauna Esotica e Selvatica – Monte Adone, in collaborazione con la casa di produzione indipendente PopCultDocs.

 

[2] Le statistiche di visualizzazione registrate dal BBC Global Audience Measure (GAM) hanno mostrato che l’episodio di apertura di Planet Earth II è stato il programma di storia naturale più visto nel Regno Unito negli ultimi 15 anni, attirando 9,2 milioni di spettatori su BBC1.
Secondo Parrot Analytics (leader nel monitoraggio dell’audience di tutte le piattaforme streaming disponibili al mondo), negli ultimi 30 giorni Planet Earth ha avuto una domanda di pubblico superiore al 99,7% rispetto a tutti i titoli di documentari negli Stati Uniti.

 

[3] Alenda Y. Chang, Professore Associato in Cinema e Studi sui Media presso la UC Santa Barbara, trova disumana la profondità di campo che caratterizza molte delle inquadrature di questi documentari, perché nessun occhio umano (biologico e imperfetto) potrebbe mai mettere a fuoco contemporaneamente il soggetto in primo piano e lo sfondo in lontananza.

 

[4] Chris Palmer, autore e produttore di film sull’ambiente e la fauna selvatica, riporta in un suo articolo un aneddoto in cui sua moglie, venuta a sapere che i suoni del suo documentaro erano stati registrati da un fonico in studio, si era mostrata scioccata, offesa e indignata perché, trovandosi di fronte a un documentario, “si aspettava autenticità e verità”.
Cfr: Chris Palmer, Into the Wild, Ethically: Nature filmmakers need a code of conduct, sito International Documentary Association, 17/06/2011 (www.documentary.org/feature/wild-ethically-nature-filmmakers-need-code-conduct)

 

[5] Laura Bradley, Why Wildlife Documentaries insist on making animal seems human, Slate, 23/04/2015 (https://slate.com/culture/2015/04/monkey-kingdom-and-how-nature-and-wildlife-documentaries-use-anthropomorphism-to-create-empathy-and-shape-stories.html)

 

[6] Nel 1996, il Denver Post ha riferito che il conduttore di Wild America, Marty Stouffer, ha messo in scena alcune delle scene più drammatiche della serie a costo della vita di alcuni animali. In particolare, Stouffer avrebbe riunito in un recinto un cervo e un branco di lupi, togliendo alla preda qualsiasi possibilità di sopravvivere. Dopo un’indagine interna, la PBS ha abbandonato la serie. Ma non si tratta certo di un caso isolato: secondo lo studio condotto dal CMSI (Center for Media & Social Impact) nel 2009, un produttore ha ammesso di aver rotto la zampa di un coniglio in modo da ottenere una ripresa migliore di un predatore in azione.

 

[7] Jeffrey Boswall è stato uno dei produttori più longevi della BBC Natural History Unit (1957-1987). Scrittore e presentatore/narratore di molti dei programmi che ha prodotto, è stato un grande sostenitore dello sviluppo dell’etica nelle trasmissioni di storia naturale e ha incoraggiato l’ingresso di nuovi operatori in questo campo.

 

 

Articolo realizzato nell’ambito del corso Scrivere di Natura (II Edizione).

Scrivere di Natura: sono aperte le iscrizioni per l’edizione autunnale 2023

Scrivere di Natura: terza edizione autunno 2023. Edizione speciale oasi

Scrivere di Natura è il primo e unico corso in Italia interamente dedicato al Nature writing e al pensiero ecologico profondo. Un corso Kressida in sette moduli per imparare a narrare la bellezza autentica e selvaggia degli ambienti naturali e la relazione che lega esseri umani e natura. Giunto alla sua terza edizione, è un viaggio appassionante alla scoperta di luoghi e linguaggi dell’ecologia, sulle orme di autori indimenticabili come Henry David Thoreau, Rachel Carson, Gary Snyder, Arne Naess e John Muir.

Una terza edizione speciale, in partnership con Oasi Dynamo, che alle lezioni in aula virtuale affianca l’esperienza in natura. 

In partenza a ottobre 2023

Tutte le informazioni sul corso (programma, calendario e quota di partecipazione e borsa di studio) sono disponibili al seguente link: Scrivere di Natura

 

Mary Henrietta Kingsley – L’incontro con il selvatico

Mary Henrietta Kingsley

L’incontro con il selvatico

La tematica della relazione tra essere umano e specie selvatiche è oggi quantomai attuale. Dove si trovano i confini del nostro spazio, ora che siamo in otto miliardi su questa terra? Dove finisce la città e dove inizia il bosco? E possiamo poi davvero considerare il bosco come spazio sacro della selvaticità, quando molti fatti di cronaca recente dimostrano che neppure in quei luoghi è consentito all’animale di comportarsi come tale, di agire o reagire fuori dagli schemi che la nostra fantasia, compromessa dai modelli disneiani, ha a esso riservato?

Mary Henrietta Kingsley.

Mary Henrietta Kingsley è stata un’esploratrice britannica, figlia dell’antropologo George Henry Kingsley. Vissuta nella tranquillità della campagna inglese fino alla mezza età, alla morte del padre abbandonò il confort della casa (ma anche il soffocante clima vittoriano) per spingersi fino all’Africa più inesplorata. Siamo alla fine del 1800. Dal padre ereditò la passione per gli studi etnologici, campo nel quale diede un contributo rilevante. Ma l’interesse della Kingsley si spinse più in là, verso le scienze naturali e lo studio della biodiversità.

I suoi diari sono popolati di incontri con i “favolosi cinque” d’Africa e non mancano tête-a-tête con coccodrilli, grandi felini, ippopotami.

La Kingsley scrive in un’epoca – quella delle grandi esplorazioni – che presenta caratteristiche ben definite. Oltre all’esaltazione, al puro desiderio di scoperta e alla volontà di documentarla, erano saldi nell’esploratore un certo senso di superiorità dell’uomo (ovviamente bianco), nonché una visione opportunistica della ricerca, spesso finalizzata all’accaparramento di nuove risorse o all’apertura di nuove rotte commerciali. Gli animali erano visti, il più delle volte, come trofei da conquistare dopo una lunga caccia o come mere curiosità scientifiche da gabinetto delle meraviglie. Si era ancora molto lontani da una concezione ecologica che ne legasse l’esistenza ai territori o che ne riconoscesse il valore all’interno di reti complesse. Mary Henrietta Kingsley è inserita nel contesto imperialista dell’epoca, dove la caccia è parte integrante dell’esperienza naturalistica e l’esplorazione è funzionale a ricavarne un vantaggio economico o strategico.

Nonostante questo, ella riesce a trattare l’incontro con la vita animale (così come, del resto, molte altre materie) con un rispetto spesso carente persino al giorno d’oggi. Innanzitutto, riconosce di essere “fuori contesto” e decide di agire di conseguenza.

Questa consapevolezza la porterà a inserire ogni reazione animale in una cornice (etologica ed ecologica, diremmo oggi) ben precisa, in cui la presenza umana è sempre disturbante o al massimo, simile a quella di un ospite che non sempre sa come comportarsi e che viene guardato, dagli abitanti non-umani del luogo, con la benevolenza del padrone di casa il cui ospite maldestro abbia fatto cadere del tè sul tappeto. Sa che occorre limitare al massimo errori e interferenze.

Gli incontri con la vita animale sono spesso fugaci, momenti fuori dal tempo, attimi rubati allo scorrere dell’esplorazione e tracciati, nei diari, con parole ricche di rispetto e ammirazione.

Cadeva una pioggia maestosa con grande fragore, faceva a brandelli foglie e fiori (…) salendo su un mucchio di rocce da un burrone che aveva iniziato ad allagarsi, non feci in tempo ad alzare la testa che mi ritrovai ad altezza occhi, a meno di un metro di distanza, un grosso leopardo, accucciato a terra con la sua magnifica testa voltata, le zampe anteriori divaricate. Batteva a terra con la coda. Non appena lo vidi, mi abbassai di scatto per un tempo che mi sembrò lungo un anno ma che deve essere stato in realtà meno di venti minuti. Rialzandomi cautamente, diedi una sbirciatina e lui non c’era più”.

Rispetto, ammirazione e giuste distanze, dunque. La relazione non deve essere romanticizzata.

Nei suoi diari, annota:

“Una volta un coccodrillo scelse di mettere le zampe anteriori sopra la prua della mia canoa per migliorare la nostra conoscenza. Ho dovuto colpirlo forte con una pagaia per farlo desistere”

In un’altra occasione, i cui protagonisti furono un ippopotamo e un ombrello, l’esito fu simile.

La “dama dei coccodrilli” è consapevole che ogni incontro è una sfida, un rischio, una scommessa. L’animale gioca questa partita utilizzando il suo istinto e così, allo stesso modo, la Kingsley si trova spesso vittima della sua paura. Una paura ancestrale, che non può essere cancellata, in quanto parte essa stessa dell’esperienza umana. Un’emozione da mettere in conto quando ci si accosta a un predatore ma che non deve condizionare l’esito dell’incontro stesso.

Kingsley studierà per anni le scienze naturali e la vita degli animali nell’ambiente africano, al fine di scoprirne usi e abitudini, di apprenderne il “galateo”.

“Non nutro terrore nei confronti di nessun animale selvatico, se non nell’unico momento esatto in cui me lo trovo a un palmo dal naso”.

Le paure resteranno e andranno gestite e affrontate.

La Kingsley si definisce di temperamento nervoso, si riconosce una certa fragilità. In realtà, affronterà decine di avventure del tutto fuori dal comune.

“Il leopardo africano è un animale audace… nel suo insieme è l’animale più bello che io abbia mai visto; l’unico modo per vederlo, l’unico modo in cui si possa avere un’idea completa della sua bellezza, è nella sua foresta natale, anche se non posso dire sia una gioia pura per una persona, come me, di carattere nervoso”.

Un esemplare di leopardo africano.

L’animale selvatico deve essere libero: questo è l’unico modo per vederlo e conoscerlo davvero.

In Congo, la Kingsley farà spesso la conoscenza con i sistemi di trappole del luogo (un giorno cadrà persino in una di queste, procurandosi una brutta ferita). Quando possibile, libererà i felini dalle gabbie. Di uno di questi “salvataggi” narrerà anche nei suoi diari: un leopardo, la cui mancanza di rassegnazione lo spingeva a sbattere contro le sbarre fino a ferirsi. La Kingsley, aperta la cella, lo esorterà a godersi la libertà: “E ora, via!!!” lo inciterà gridando.

Bio macht schön

Cibo Bio: Mangiare sano e sostenibile deve essere un diritto.

Il tema dell’accessibilità e il modello tedesco

di Georg Jakob, membro dell’esecutivo circondariale di Bündnis 90/Die grünen (Alleanza 90/i Verdi) di Monaco e Mariagrazia Rizzi, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca

Bio ti fa bella/o, Bio macht schön. Con questo slogan i Verdi tedeschi (Bündnis 90/Die Grünen) promuovevano alcuni anni fa una delle battaglie principali del partito, quella a favore del consumo di prodotti biologici, tema sensibile tra gli elettori tedeschi e in grado di far convergere molti consensi.

Ed effettivamente quando si pensa a un Paese modello per il BIO, in molti si rivolgono immediatamente alla vicina Germania. L’apertura da un tempo relativamente lungo ai prodotti biologici, la presenza, nell’attuale coalizione di governo di un partito ecologista attento alla cultura biologica (partito che alle ultime elezioni politiche ha ottenuto un consenso del 14,8 %), la numerosità dei punti vendita che si incontrano in città e le tante realtà locali di piccole dimensioni, in cui è possibile acquistare prodotti biologici, costituiscono certamente elementi che indirizzano verso questa visione, a sua volta confermata da alcuni dati statistici.

I tedeschi sono i primi acquirenti di BIO in Europa e sono stati cronologicamente i primi, sempre in Europa, a promuovere i prodotti biologici. I dati del 2021 mostravano un consumo del 24 % di prodotti bio certificati, con un incremento negli ultimi 4 anni dell’84% dell’acquisto di ortofrutta biologica (811 mila tonnellate), a fronte di un incremento del 10% in Italia (339 mila tonnellate). Una diversa tendenza si è registrata invece in Germania nell’anno 2022, quando si è assistito a un deciso decremento delle vendite, secondo il rapporto dell’Associazione tedesca degli agricoltori, causato dalla forte inflazione sui prodotti alimentari e dall’instabilità dei prezzi.

Sostenere il consumo (e dunque la produzione) di cibi biologici significa avere a cuore il futuro del pianeta e delle persone.

Il successo del consumo biologico in Germania, così come in Italia, ha certamente avuto un forte impulso a seguito della creazione del logo bio dell’UE, strumento dell’Unione Europea che conferisce la possibilità di definire come biologico un prodotto che rispetti taluni parametri di base.

Alla base dell’acquisto di prodotti bio in Germania vi è per un verso, certamente, una diffusa sensibilità ambientale nel Paese, per un altro verso una relativamente bassa qualità delle merci alimentari poste in vendita. Se in Italia in generale è possibile trovare cibi biologici di qualità medio-alta, nei mercati rionali fino alle grandi catene di supermercati, con prezzi adatti alle diverse tipologie di fruitori, in Germania tendenzialmente i prodotti in vendita hanno già da molto tempo uno standard relativamente basso, in particolare nel caso di frutta e verdura, non proporzionato ai prezzi assai alti praticati.

Questo ha indirizzato una parte della popolazione a “investire” nella “purezza” del prodotto, anche a livello monetario.

Nella crescita dei consumi di biologico in Germania incidono considerazioni di natura pratica ed economica sulla qualità del prodotto non bio, spesso mediocre, eppure venduto ad alto prezzo.

L’acquisto di alimenti biologici in Germania risulta ancora accessibile prevalentemente da single e famiglie con reddito medio-alto.

La scelta bio rimane uno stile di vita, uno dei diversi simboli della cultura “green” borghese della Germania occidentale. I prodotti biologici, tanto nei negozi specializzati quanto nei supermercati GDO, come pure nei normali supermercati, presentano prezzi ancora più elevati di quelli non biologici. L’accesso ai prodotti BIO risulta dunque riservato a una fetta limitata della popolazione, principalmente concentrata nelle grandi città dell’occidente tedesco, Monaco, Frankfurt, Stuttgart. Essa non tocca se non in piccolissima parte l’est della Germania (a eccezione di Berlino), in cui il grave problema della povertà e della disoccupazione impedisce in maniera sostanziale l’accesso a prodotti costosi come quelli bio.

A fronte di questa realtà si collocano la produzione e la distribuzione non biologiche. Negli ultimi anni si è assistito al riguardo a un costante abbassamento della qualità della produzione nazionale. Se la presenza di prodotti accessibili al vasto pubblico di consumatori costituisce una necessità, la circolazione di alimenti di bassissima qualità genera un’iniquità nel mercato.

Volgendo lo sguardo alle concrete misure politiche nazionali adottate negli ultimi anni, si deve constatare come gli interventi posti in essere si presentino limitati, nonché di scarsa incisività se analizzati in una prospettiva più generale. Se appare lodevole il recente provvedimento approvato, teso a incrementare il consumo bio nelle mense di lavoro e nelle scuole, rimangono ancora assai scarsi gli interventi volti a aumentare la produzione nazionale BIO, attualmente decisamente non in grado di soddisfare la domanda. Certamente significativo il confronto con l’Italia, che vanta il primato europeo in ordine al numero di coltivatori e trasformatori di prodotti biologici.

In particolare, gli interventi nazionali in Germania tendono a favorire soprattutto le grandi aziende, così come a livello europeo hanno arrecato vantaggi soprattutto ai grandi produttori. I sostegni ingenti da parte della Commissione Europea all’agricoltura sostenibile e alle pratiche benefiche per il clima, l’ambiente e il benessere degli animali, si inseriscono nella cornice del Green Deal europeo, con l’obiettivo di raggiungere almeno il 25% dei terreni agricoli nell’UE coltivati biologicamente entro il 2030. Quanto alla produzione non biologica, la politica adottata risulta poco attenta ai controlli nel settore e sostanzialmente orientata a un lasser faire.

Il grosso problema legato alla produzione in Germania, bio e non bio, è evidente. Controlli più serrati nell’ambito della grande produzione agricola e un’attenzione maggiore ai piccoli produttori  biologici e/o incentivi alla conversione in agricoltori biologici si pongono come misure urgenti, da attuare sia in ambito nazionale, sia su spinta europea. Sullo sfondo resta il problema della fruibilità ampia dei prodotti bio, che le misure ora menzionate migliorerebbero solo in parte.

Mangiare bio è ancora troppo spesso un lusso riservato a famiglie e single a reddito medio-alto, in Germania come in Italia.

I dati esposti mostrano come il “modello” tedesco attento al biologico, presenti diversi elementi di criticità. Il percorso verso una più ampia produzione biologica, nonché verso una diffusa alimentazione bio e in generale una fruizione di prodotti di qualità necessita ancora di significativi sforzi politici, nazionali ed europei, in molteplici direzioni.

Mangiare bene deve essere ecosostenibile, ma soprattutto e prima di tutto mangiare bene e in modo ecosostenibile deve essere un diritto di tutti. 

 

Un vuoto ricco di significato

Un vuoto ricco di significato. Esploriamo il concetto di vacuità (Śūnyatā) nel pensiero buddhista: un “non elemento” in cui trovare il Tutto e riscoprire la connessione con la natura.

Che cosa significa “vuoto”?

L’universo è privo di esistenza intrinseca. La prima volta che si ascolta o si legge questa frase, fondamentale nella logica buddhista, è difficile non restare colpiti dalla sua taglienza. Magari siamo incappati in essa per caso leggendo un libro di filosofie orientali, magari l’abbiamo incontrata durante un ritiro di meditazione. Ciò che è certo è che può averci lasciati sgomenti, confusi ma mai indifferenti. C’è qualcosa di netto e definitivo in questa affermazione che sembra rendere il mondo improvvisamente insignificante. Vuoto, appunto. L’orecchio (o l’occhio) occidentale non ci sta. La prima reazione è di ribellione: come può il mondo non avere esistenza… vuol dire che nulla ha senso? Abituata a speculazioni, divagazioni, costruzioni, divisioni, la nostra mente resta disorientata di fronte a tanta crudezza.

Possiamo, però, tirare un sospiro di sollievo: siamo vittime di un fraintendimento, di uno scoglio culturale che ci porta ad assegnare diversi significati alle parole, a inciampare nei nostri pregiudizi. Superate le esitazioni iniziali, questo è un viaggio che può regalarci grandi scoperte.

L’universo è privo di esistenza intrinseca. Questa frase racchiude una tra le più belle e amorevoli filosofie mai concepite dalla mente umana. Vacuità, infatti, non è vuoto. Perlomeno, non nel significato che riserviamo comunemente a questo termine in Occidente. Vacuità non è il vuoto che annichila o rabbuia e neppure il vuoto solitario e triste di una realtà in abbandono. Il vuoto buddhista è, invece, luminosa relazione. E come può una relazione essere vuota e per di più ricca di bellezza proprio in virtù di un’apparente assenza? Ci arriviamo subito. Abbiate solo la pazienza di seguirmi nel ragionamento. Ancora poche righe, per sbrigliare questo impiccio semantico.

Vuoto come relazione

Secondo la visione buddhista Mahayana, ogni elemento del mondo è legato a tutti gli altri attraverso meccanismi di causa-effetto e interdipendenza. Non è, dunque, possibile separare un essere umano – o qualsiasi altro oggetto, vivente o non vivente – dalla natura. La visione buddhista è, a tutti gli effetti, una visione ecologica. Ecologica non solo in senso filosofico, bensì nel senso più scientifico (e moderno) del termine. Una visione sistemica, direbbe il fisico austriaco Fritjof Capra, in cui la relazione è posta al centro. Essa è il fulcro dell’esistenza: io non esisto se non in virtù di uno scambio, continuo e inarrestabile, con tutto il resto.

Sono parte di un flusso dal quale non posso essere separato.

Esisto soltanto in quanto corrente, in quanto parte di qualcosa (sul quale, di conseguenza, mi ritrovo a interrogarmi). E dunque, esisto davvero?

Buddhismo ed ecologia profonda

L’interdipendenza: quali sono i confini tra noi e la natura di cui siamo parte?

Come individui, siamo abituati a identificarci con la nostra esperienza corporea. Noi siamo, in quanto possediamo un corpo e utilizziamo questo confine come barriera naturale tra noi e il resto del mondo. Ma davvero possiamo tracciare una linea netta? Gli studi sul microbioma e sul microbiota dell’ultimo decennio hanno dimostrato come la nostra salute e persino i nostri pensieri possano essere influenzati dai microorganismi che abitano il nostro intestino o proliferano sulla nostra pelle. La nostra sopravvivenza dipende inoltre da un gran numero di fattori “esterni”: acqua, aria, cibo. Gli elementi che compongono i nostri corpi sono stati forgiati da esplosioni in nuclei stellari e all’universo tornano costantemente, ogni volta che le nostre cellule si rinnovano e, infine, quando abbandoniamo questo mondo.

Nella visione buddhista, questo basta a smantellare ogni concetto di ego. In questo senso, tutti gli oggetti del mondo sono privi di esistenza intrinseca, ovvero fine a se stessa, separata.

Il cambiamento è l’unica costante

Su questa impalcatura si inserisce inoltre una valutazione sulla pervasività del cambiamento nel mondo. Ogni cosa, compreso il nostro corpo, è in mutamento continuo. Dove c’è cambiamento non è possibile “fotografare” alcun oggetto per definirlo: tu, lettore, sei già qualcosa di diverso da ciò che eri qualche istante fa. Nel momento in cui leggerai questo articolo, anche io sarò mutata rispetto al momento in cui le mie dita battevano sulla tastiera. Potrei, persino, non esistere più in questa forma. E così ogni cosa intorno a noi. L’universo buddhista è un regno in continua evoluzione, in cui niente esiste, se non come corrente di un flusso. Una visione che rispecchia le ricerche più recenti nel campo della fisica quantistica: a identificarci è la relazione, le connessioni che ci legano a tutto il resto… niente altro.

Vuoto ricco di significato

Come può la mancanza di esistenza intrinseca, di ego, di Io, cambiare le nostre vite? Come può essere ricca di significato?

Abbandonare gli egoismi è un precetto fondamentale insegnato dal buddha storico, Siddhartha Gautama, vissuto fra il VI e il V secolo prima di Cristo. Nella visione ecologica moderna è fondamentale riconoscere che noi siamo natura e non solo sforzarci di creare una relazione sana con essa.

Il vuoto buddhista è ricco di significato in quanto è un vuoto/pieno: di intrecci, connessioni, interdipendenze, scambi.

Non c’è assenza in tutto questo, anzi, è un vuoto piuttosto affollato! Ci serve a realizzare di essere parte del tutto. Come posso, infatti, attivarmi a difesa dell’ambiente se non riconosco che non esiste separazione tra me e il pianeta? Se lo chiedeva anche Arne Naess, teorico dell’ecologia profonda, alla fine degli anni ’70.

vacuità e relazione

Ama la natura come te stesso

Meditare sulla vacuità ci permette di uscire da una visione duale, in cui ci siamo noi in opposizione al mondo e di entrare in una dimensione in cui la nostra esistenza è naturalmente votata alla generosità, all’altruismo, alla cura. Riconoscere le connessioni tra noi e il mondo comporta la realizzazione di quella che Naess definiva concezione profonda dell’attivismo: mi prendo cura del pianeta e rispetto l’ambiente perché è per me naturale, esattamente come lo è prendermi cura del mio corpo, nutrirmi se sono affamato, riposare se sono malato. Diffondo amore e gentilezza perché non concepisco separazione tra me e gli altri esseri umani, gli altri animali non umani, persino le piante, e poi le montagne, i fiumi, le foreste. Sviluppo empatia e compassione, poiché mi sento responsabile di ciò che accade intorno a me. Ciò che faccio alla natura, faccio a me stesso. Se danneggio la natura, sto ferendo me stesso.

 

 

 

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