Tra industria e vita

I semi rappresentano un patrimonio inestimabile di diversità biologica. Considerati “bene comune” fino al XIX secolo, la loro capacità di riprodursi e propagarsi in maniera indipendente è oggi minacciata dal mondo dei brevetti

I semi delle principali materie prime agricole, di materie tessili e legnami sono tutt’oggi custodi e diffusori del germe della vita? Sono essi in grado di riprodursi e propagarsi in maniera indipendente, così come avvenuto per centinaia di migliaia di anni?

Nell’ultimo secolo, il mondo delle sementi ha subito un radicale mutamento. E i fattori legati a questa rivoluzione vanno ricercati nella storia americana a partire dal 1900 e nell’estensione dell’applicabilità dei brevetti dall’area industriale a quella degli esseri viventi.

Il seme racchiude in sé non solo il germe della vita ma anche milioni di anni di tradizioni, culture, caratteristiche dell’ecosistema in cui ha vissuto e si è sviluppato, risultati di selezioni naturali dettate da eventi climatici, carestie e patologie vegetali: millenni di storia che gli hanno permesso di arrivare a noi oggi, così come lo vediamo. Esso rappresenta un patrimonio inestimabile per la diversità biologica del pianeta.

Fino al diciannovesimo secolo, i semi erano considerati beni comuni.

Gli agricoltori si adoperavano per conservare e selezionare le piante più vigorose e resistenti per poterle utilizzare nelle semine successive, affinché fossero in grado di sopravvivere in caso di periodi climatici estremi, quali siccità o inverni rigidi, o improvvise malattie o attacchi parassitari. Tutto ciò era di vitale importanza soprattutto nelle comunità che basavano la propria economia e sopravvivenza sui raccolti stagionali. Per favorire queste attività, l’USDA (il dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti fondato nel 1862) destinava ogni anno un terzo del proprio budget alla raccolta e distribuzione dei semi agli agricoltori del territorio americano: si pensi che nel 1879 vennero distribuiti gratuitamente più di un miliardo di pacchetti di semenze (nel primo censimento del 1890 gli abitanti degli Stati Uniti erano pari a circa sessantatré milioni: il che significherebbe circa sedici pacchetti di semi a testa).

Qualche anno più tardi, nasceva l’ASTA (associazione americana per il commercio dei semi): la prima organizzazione a investire privatamente nella ricerca in questo settore, con l’obiettivo di migliorare le qualità nutrizionali e di resistenza dei semi per poi rivenderli agli agricoltori, i quali, a loro volta, continuavano a essere liberi di conservarli, ed eventualmente rivenderli. Ma parallelamente alla crescita esponenziale di questo mercato, emergeva da parte dei privati la necessità di proteggere il loro lavoro e le risorse impiegate per il miglioramento delle semenze.

Venivano così emanate le prime leggi in materie di brevetti (definite PPA, Plant Patent Act, e PVPA, Plant Variety Protection Act) atte a tutelare le invenzioni di nuove varietà di seme: da un lato, con lo scopo di offrire all’agricoltura gli stessi benefici del sistema dei brevetti dell’industria, dall’altro per incentivare gli investimenti dei privati nel miglioramento genetico delle piante e il progresso della biotecnologia. Stando a queste leggi, gli agricoltori non potevano intraprendere personali programmi di miglioramento genetico nei semi acquistati ma rimanevano liberi di continuare a salvarli senza farne speculazione, ovvero solo in quantità sufficiente per i campi di loro proprietà.

Far rispettare queste condizioni non era semplice, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, la cui rapida crescita demografica richiedeva coltivazioni sempre più estese.

L’avvento dei semi terminatori

Così, nel 1998, su pressione di una delle maggiori società che al tempo controllavano questo mercato, la Monsanto, e grazie alla collaborazione tra USDA e la Delta and Pine Land Company, nasceva il metodo del “seme terminatore”: una tecnologia brevettata secondo la quale, modificando i geni dei semi direttamente a partire dalle sequenze del DNA, si garantiva che le successive generazioni fossero “sterili” e non potessero riprodursi in maniera autonoma.

Lo scopo di questa scelta era proteggere gli onerosi investimenti in ricerca sui prodotti di ingegneria biologica, per poter sviluppare sementi sempre più innovative e vantaggiose per il nutrimento della popolazione. Ma, di contro, questi geni “terminatori” rendevano obsoleto il metodo tradizionale di conservazione dei semi e, senza la capacità dell’agricoltore di alterare le proprie sementi al variare delle condizioni ambientali, le risorse dei privati sarebbe state in grosso pericolo e destinate ad esaurirsi.

Tuttora, coloro che non possono permettersi di acquistare semenze stagionalmente, come accade nei paesi in via di sviluppo, vengono penalizzati da un tale mercato ed è ancora attuale, a livello mondiale, il diverbio tra chi sostiene che non dovrebbero esserci brevetti sui semi e chi li ritiene necessari per proteggere l’investimento delle industrie allo scopo di migliorarne caratteristiche e qualità.

Se da un lato, infatti, questi brevetti sono stati importanti per favorire lo sviluppo dei semi, è fondamentale ricordare che, affinché questi miglioramenti siano realmente efficaci, dovrebbero essere a disposizione di chi ne abbia bisogno, in particolare quei paesi che vivono di agricoltura.

Inoltre, la propagazione di determinate specie brevettate non dovrebbe in alcun modo andare a discapito della biodiversità delle colture: il rischio è di impoverire i terreni e di perdere irreversibilmente un grande patrimonio del pianeta, vedendo scomparire migliaia di varietà antiche che arricchiscono la nostra esistenza e la varietà del cibo che portiamo sulle nostre tavole.

Parallelamente alla gestione dei brevetti, è fondamentale ridare libero arbitrio e spazio alle piccole e medie imprese e agli agricoltori, per portare avanti le conoscenze tramandate nelle generazioni. Nonché la possibilità di selezionare gli antichi semi, come si faceva in passato. E questo non solo per farli rientrare nel mercato, ma anche per salvaguardare il patrimonio genetico che ci è stato offerto dalla Natura e ripristinare, per quanto possibile, un equilibrio nella coltivazioni tramite la reintegrazione della policoltura.

 

 

 

Leggi anche: Piante e futuro, le domande fondamentali

John Steinbeck: l’eredità umana nel romanzo americano (I parte)

“Quando uno dice di non voler parlare di qualcosa, di solito vuol dire che non può pensare ad altro.”

John Steinbeck, uno degli scrittori più influenti, prolifici e amati della letteratura americana del XX secolo, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1962, nasce a Salinas (California) il 27 febbraio 1902 e muore a New York il 20 dicembre del 1968.

La sua opera, caratterizzata da una profonda sensibilità sociale, è segnata da una scrittura realistica, emozionale, evocativa, mentre racconta le vite di persone “comuni”, storie personali, memorie del passato, azioni e pensieri mascherati o eccessivi di una fanciullezza primitiva, la parte più profonda e sensibile di tutti i suoi personaggi.

Temi universali come la lotta per l’affermazione della dignità umana, della giustizia sociale e della ricerca del senso di appartenenza, servono a Steinbeck per far riflettere sulle tante contraddizioni della società americana, sulle condizioni di vita e di lavoro, focalizzandosi spesso su un preciso momento storico e sociale: quello della Grande Depressione del 1929.

Temi ancor oggi attuali, capaci di trascinare il lettore attraverso atmosfere altre, nelle cui dinamiche è facile rispecchiarsi. E che rendono lo scrittore un genio della contemporaneità. È ciò che accade in “The Grapes of Wrath”.

Furore (The Grapes of Wrath)

“Le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro. E le imprese e le banche stavano scavandosi la fossa con le loro stesse mani, ma non se ne rendevano conto. I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. […] Le grosse industrie non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile.” (da Furore)

La copertina di The Grapes of Wrath nella prima edizione del 1939.

“The Grapes of Wrath” (che esce in Italia con il titolo “Furore”), pubblicato per la prima volta nel 1939, è uno dei capolavori dello scrittore americano, un romanzo potente sulla Grande Depressione e sulla migrazione di massa dei lavoratori agricoli dalla Dust Bowl verso la California. La narrazione segue le vicende della famiglia Joad, alla ricerca di una nuova vita nella “terra delle promesse”, dove tutto sembra possibile, dove le sfide economiche, sociali e umane diventano il centro di un racconto epico.

Attraverso una prosa percettiva che acutizza una critica sociale puntuale e attenta, Steinbeck cattura la disperazione e la speranza del popolo americano durante uno dei periodi più difficili della storia del paese.

Uomini e Topi (Of Mice and Men)

Due anni prima, Steinbeck aveva scosso i lettori con “Of Mice and Men”, ancora oggi il suo romanzo più famoso.

 

“Of Mice and Men” (Uomini e topi), esce a Londra nel 1937 e viene tradotto per la prima volta in Italia da Cesare Pavese (che però epura dalla versione originale molti termini del parlato popolare, considerati troppo espliciti o addirittura triviali). Il titolo del romanzo è tratto dal verso di una famosa poesia di Robert Burns: “To a Mouse, on Turning Her Up in Her Nest with the Plough”, conosciuta anche semplicemente come “To a mouse”.

Anche questo romanzo breve è ambientato durante la Grande Depressione, e racconta la storia di una profonda amicizia tra due uomini, George e Lennie, che cercano lavoro nei campi della California.

Qui Steinbeck esplora temi a lui cari, come la solitudine (quasi mai un valore quanto una condanna), il peso della disabilità e della responsabilità, dove il sogno americano viene vissuto attraverso il travaglio fisico e interiore dei suoi protagonisti, quasi sospesi in un limbo emotivo, vulnerabili, esposti.

La Valle dell’Eden (East of Eden)

Del 1952 è invece “East of Eden” (La Valle dell’Eden), considerato il capolavoro assoluto di Steinbeck.

“East of Eden” (il cui titolo non è altro che l’incipit del monologo di apertura del Riccardo III di Shakespeare) è la storia di un’epopea, che abbraccia le generazioni di due famiglie emigrate in California (gli Hamilton e i Trask), per un periodo che va dalla Guerra Civile alla Prima Guerra Mondiale.

Il romanzo ha il suo focus sulle vicende della famiglia dominante, i Trask, ispirate all’episodio biblico di Caino e Abele (nel romanzo i due fratelli sono Caleb e Aron), in cui il concetto di libero arbitrio, di predestinazione e di lotta tra il bene e il male ispirano una narrazione ricca di simbolismo, in cui Steinbeck riesce ad offrire, anche grazie a personaggi complessi e tormentati, una visione profonda della condizione umana e delle sue contraddizioni.

L’Inverno del Nostro Scontento (The Winter of Our Discontent)

The Winter of Our Discontent (L’inverno del nostro scontento) esce nel 1961, esattamente un anno prima del conseguimento del premio Nobel.

È una riflessione profonda e complessa sui temi dell’ambizione, della moralità e della corruzione nella società americana del dopoguerra. Ambientato nella cittadina immaginaria di New Baytown, situata sulla costa orientale degli Stati Uniti, durante la fine degli anni ’50, narra la vita, i problemi, le difficoltà di una piccola comunità, analizzata come fosse un microcosmo della società americana, evidenziando le tensioni sociali e le lotte individuali di ciascuno dei personaggi.

Il conflitto interiore del protagonista Ethan Hawley, discendente di una antica famiglia di balenieri, un uomo di mezza età che lavora come commesso in un negozio di alimentari che un tempo era di sua proprietà, mette in evidenza la crudele e lacerante lotta tra il suo desiderio di migliorare socialmente ed economicamente e i suoi ideali etici e morali.

Steinbeck esplora così il mondo della corruzione tanto radicato nella società americana da costituirne il midollo più resistente, evidenziato attraverso l’analisi e la riflessione sul “cancro” dell’avidità e del materialismo e di come questi siano in grado di avvelenare anche i valori più solidi.

L’uso della narrazione in terza persona permette allo scrittore di osservare e descrivere i pensieri e i sentimenti dicotomici che caratterizzano il conflitto interiore di Ethan e degli altri personaggi.

L’eredità dello scrittore

I romanzi di Steinbeck hanno lasciato un’impronta indelebile nella letteratura americana e internazionale, grazie a quella capacità di catturare la complessità dell’essere umano e di trasmetterla al lettore con un periodare a volte lento, a volte concitato, ma sempre evocativo, fortemente emozionale e realistico, come quando affronta il problema della degenerazione sociale e delle disuguaglianze economiche tra lavoratori agricoli migranti e i grandi proprietari terrieri o le corporazioni senza scrupoli.

 

Si mette in discussione il mito del sogno americano, il sistema economico ingiusto e perverso che costruisce trappole intorno agli uomini e li costringe in una spirale di povertà e disperazione.

Una critica aspra e mai in sordina, in cui la perdita dei valori morali, dei principi cardine di una società civile, vengono imputati a quelle élite economiche e politiche che da molti sono osannate come il vero traino della potenza americana.

“Terribile è il tempo in cui l’uomo non voglia soffrire e morire per un’idea propria, perché questa unica qualità è fondamento dell’uomo, e questa unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’Universo.” (da Furore)

Così nei suoi scritti la perdita dell’identità e spesso della dignità umana, assumono un ruolo cardine per raccontare gli strappi e le ferite della psiche individuale e di come queste incidano pesantemente sulla società nel suo insieme. Abbandonare, rinunciare ai propri sogni, a tante speranze, rende vulnerabili, ci priva di una identità, a meno che non sia quella collettiva, aumentando il senso di impotenza e disperazione: “Vindica te tibi” sembra così suggerire un laconico Steinbeck.

“Possiamo essere fieri di non importa cosa se è tutto quello che si ha.” (da La Valle dell’Eden)

Eunice Newton Foote

La storia (dimenticata) della scienziata che teorizzò l’effetto serra

In piena rivoluzione industriale, ma ancora ai prodromi del disastro ecologico che sarebbe seguito, mentre le ciminiere fumanti venivano celebrate come simbolo della grandezza della nazioni e i grandi industriali muovevano forza lavoro, risorse e capitali a favore del progresso tecnologico che avrebbe dovuto rendere il pianeta più prospero, la scienziata e attivista per i diritti delle donne Eunice Newton (divenuta Eunice Newton Foote a seguito del matrimonio con il matematico Elisha Foote) dimostrò la relazione tra la concentrazione di CO2 nell’atmosfera e la temperatura terrestre, divenendo così la prima scienziata a parlare di effetto serra e a ipotizzare un ruolo antropico nei cambiamenti climatici. I suoi sforzi precedettero di almeno cinque anni i lavori sul tema, ben più noti, di Svante Arrhenius e John Tyndall.

Per i canoni dell’epoca, Eunice non era neppure una scienziata professionista (nonostante avesse compiuto studi formali nel campo della biologia e della chimica), bensì un’appassionata, un’esponente della filosofia naturale, che non avrebbe di certo storto il naso di fronte all’idea di mescolare natura ed esoterismo. Una cosa, del resto, per nulla strana per l’epoca. Un’epoca che era anche quella delle prime scoperte geologiche sulle variazioni del clima nella storia della Terra. Proprio partendo da questi studi e in particolare dai legami tra la formazione di depositi di carbone nelle paludi e i livelli di anidride carbonica presenti nel periodo corrispondente, Eunice ipotizzò, correttamente, che la CO2 liberata fosse responsabile di un innalzamento della temperatura.

Registrando la temperatura in due diversi cilindri con aria a diverse densità, la scienziata trovò conferma delle sue teorie, sebbene la mancanza di strumentazioni e mezzi avanzati non le consentì di raffinare l’esperimento fino a dimostrare che i gas serra aumentano la temperatura della Terra assorbendo il calore irradiato dalla superficie, ma solo quel tanto che servì a dimostrare che essi assorbono la luce solare in entrata. La scoperta resta epocale.

Sarà Tyndall, anni dopo, a condurre esperimenti più sofisticati, dimostrando anche l’ultima ipotesi. Nelle sue relazioni, egli non menzionerà mai la scienziata, attribuendo invece il merito dei primi studi a Mathias Pouillet. Non sappiamo se volutamente o per ignoranza. Ma è altamente probabile che Tyndall non sapesse nulla del lavoro della Newton.

La ricerca di Newton Foote era infatti stata presentata nel 1856, al congresso dell’American Association for the Advancement of Science, ma non dalla scienziata: nonostante non esistesse nessuna regola formale che impedisse a una donna di tenere una conferenza di fronte alla platea dell’AAAS, infatti, fu il Professor Joseph Henry (amico della coppia Foote e scienziato dello Smithsonian Institute) a esporre al suo posto. E il suo intervento non trovò posto neppure tra gli atti del congresso.

Le circostanze che influenzano il calore dei raggi solari

“Circumstances affecting the heat of the sun’s rays”, il documento frutto dei suoi studi, fu poi pubblicato dall’American Journal of Science and Art nel 1857.

La sintesi apparse su diverse riviste, tra cui il New York Daily Tribune, il Canadian Journal of Industry, Science and Art, e lo Scientific American (che riconobbe alla scienziata il merito della ricerca). Tuttavia, la sua breve menzione nelle riviste europee non risultò mai completa, non mancarono le omissioni e perfino un errore nel riportare il nome.

Se i contributi delle donne nella scienza sono stati spesso dimenticati, il caso di Eunice Newton Foote è forse tra i più eclatanti, per la portata che la sua scoperta ha (o più correttamente avrebbe dovuto avere) sul mondo di oggi. La Newton ha sempre creduto di poter cambiare le cose: la sua firma, già nel 1848, compariva tra quelle presenti sulla Dichiarazione di Seneca Falls (“Declaration of Sentiments”), pietra miliare del movimento femminista e primo atto pubblico di rivendicazione dei diritti femminili.

Eunice è stata a lungo dimenticata e forse lo è ancora ogni giorno, nelle parole dei politici che dopo quasi 170 anni di distanza ancora negano l’effetto serra, nei diritti negati delle popolazioni che subiscono l’ingiustizia ambientale, nei pensieri pieni di dubbi di cittadini confusi di fronte a una scienza che spesso non sa come dialogare con loro.