Nella terra dei sogni: Tabucchi e il viaggio onirico 

Nella terra dei sogni: Tabucchi e il viaggio onirico 

“Vivere e scrivere sono la stessa cosa, però sono due cose diverse”.

Antonio Tabucchi ha viaggiato sempre dentro e fuori i suoi sogni, in mondi reali e immaginari. Realtà vera o desiderata con cui lo scrittore ha dato vita a quella profondità visiva che caratterizza i suoi romanzi, realizzata attraverso l’entrata in campo di diverse voci o parti di voci, segno tangibile di ricerca dell’interiorità e della stratificazione narrativa. 

Queste voci si sovrappongono e si intrecciano e come nei sogni creano una ricchezza di elementi strutturali e ornamentali, per visioni di realtà sospese o parallele, che sfumano spesso tra ciò che è credibile e ciò che è possibile da credere. Una dimensione che gli permette di sondare i recessi dell’inconscio, enfatizzando il potere simbolico delle visioni per svelare, come fine ultimo, verità nascoste ed emozioni represse. Tale approccio permette così di creare atmosfere suggestive, irresistibili e cariche di significato, offrendo un viaggio multisensoriale attraverso luoghi o sentimenti.

A volte una soluzione sembra plausibile solo in questo modo: sognando.

“Forse perché la ragione è pavida, non riesce a riempire i vuoti fra le cose, a stabilire la completezza, che è una forma di semplicità preferisce una complicazione piena di buchi, e allora la volontà affida la soluzione al sogno”. (Piccoli equivoci senza importanza)

La realtà diventa così la scrittura del sogno e nel sogno, in cui emergono desideri rimossi, verità nascoste, paure, pensieri, capaci di riflettere l’immagine reale o vagheggiata dei vari protagonisti. Titoli come “Sogni di Sogni” o “L’angelo nero” rivelano questa dimensione, in cui i confini tra sogno e realtà sfumano, conducendo i lettori attraverso un percorso suggestivo e paradigmatico, che si riempie di metafore e allegorie.

E i sogni assumono il ruolo di vero e proprio linguaggio, simbolo e tropo di una realtà a metà, sempre sospesa tra la verità e l’inganno delle percezioni, tra simboli e concetti astratti, che gli permettono di esprimere visioni e prospettive diverse, spesso surreali ma non meno forti e profonde. Nel flusso narrativo la dimensione spazio temporale sembra mostrare una fluidità percettibile e dare una prospettiva inusuale alle cose, che si arricchiscono di meraviglia e di mistero. La sua abilità, che sta proprio nel fornire sostanza alla dimensione onirica, ha reso la sua scrittura affascinante e coinvolgente.

“Figlio, disse la vecchia, ascolta,  così non può andare, non puoi vivere da due parti, dalla parte della realtà e dalla parte del sogno, così ti vengono le allucinazioni, sei come un sonnambulo che attraversa un paesaggio a braccia tese e tutto quello che tocchi entra a far parte del tuo sogno…” (Requiem)

Tabucchi è stato spesso criticato proprio per l’uso “manipolatorio“ che fa dei sogni, poiché attraverso la loro alterazione è capace di esplorare quasi senza permesso la psiche dei suoi personaggi e farne un vero e proprio strumento narrativo. Ma i sogni sono solo un mezzo espressivo e come tale comprendono l’uso necessariamente ingannevole dell’esplorazione psicologica, che diventa per lui spazio compresso di significati simbolici, fondamenta e struttura portante della condizione umana, ricerca di realtà alternative come vie d’uscita dall’orrore. 

Il mio amico Diocleciano ha ottanta anni, continuò Dona Rosa, ha fatto il venditore ambulante, il barcaiolo, ed è pescatore di cadaveri e di suicidi nel Douro. Dicono che in vita sua ha preso al fiume più di settecento corpi. I corpi degli affogati li dà all’obitorio e l’obitorio gli dà uno stipendio. È il suo lavoro. Però di questo caso era al corrente e la testa non l’ha ancora consegnata alle autorità. Fa anche il guardiano d’anime nell’Arco das Alminhas, nel senso che si occupa non solo di cadaveri ma anche del loro riposo eterno, gli accende le candele in quel luogo benedetto, gli dice le preghiere, eccetera. (La testa perduta di Damasceno Monteiro)

Piante e futuro: le domande fondamentali

Piante e futuro: le domande fondamentali

Le piante, forme di vita preponderanti sul nostro pianeta, affascinanti quanto misteriose, hanno da tempo catturato l’attenzione degli scienziati per il loro ruolo nella ricerca sui nuovi stili di vita sostenibili. A partire da una domanda fondamentale: come possiamo definire il rapporto tra vita vegetale e società umane?

Quella tra piante e homo sapiens è una relazione che nasce nella preistoria e si evolve nei secoli, attraverso supposizioni, sensazioni, inciampi, fraintendimenti, scoperte. Una storia fatta di tradizioni, medicine e veleni, cibo, risorse e vestiario. Vicende che affondano le proprie radici in forme di ascolto, comunicazione e interazione tra specie profondamente diverse. Le quali, tuttavia, condividono più di quanto appaia a uno sguardo superficiale. Un rapporto, evolutosi nell’ambito di diversi millenni, i cui meccanismi profondi sono ancora oggetto di studio.

In realtà, ci si chiede da sempre se le piante possano o meno provare emozioni. Gli appassionati di giardinaggio confermeranno, sulla base della loro esperienza, ciò che la scienza ha intuito, ovvero che la pianta ricavi piacere dal contatto – potremmo dire dalla relazione – con chi si prende cura di lei, almeno quanto l’essere umano trae piacere dall’occuparsene. Già nel medioevo, la relazione tra piante e essere umano era percepita a volte come talmente profonda da far sospettare l’intervento di una forza superiore (spesso demoniaca).

Recenti ricerche nel campo della neurobiologia vegetale, guidate dal professor Mancuso dell’Università di Firenze, hanno aperto nuovi orizzonti sul modo in cui le piante “vedono” e “sentono” il mondo. Oltre alle loro straordinarie capacità sensoriali, le forme di vita vegetali rivelano una complessità notevole nell’organizzazione sociale, nella comunicazione e nella ricerca di soluzioni a problemi complessi, emergendo come alleate preziose per il futuro delle nostre società e delle nostre città. Ma su quali premesse dovremmo basare la ricerca futura?

Le questioni fondamentali

Gli scienziati sanno che, in ogni ricerca, le domande sono un punto di partenza tutt’altro che scontato: come motore e cornice di uno studio, possono condurre lontano o portarci a scrutare i nostri piedi. Senza buone domande, si dice, non possono esserci buone risposte.

Per questo, c’è chi si è impegnato a definire i cento interrogativi più rilevanti, a tema vita vegetale, che dovrebbero guidare le ricerche dei prossimi trent’anni. Come evidenziato da un team internazionale guidato dalla Professoressa Claire Grierson dell’Università di Bristol, che si è occupato di identificare le domande fondamentali per affrontare il cambiamento climatico e garantire il nutrimento delle future generazioni attraverso lo studio delle piante, nella vita vegetale risiede un tesoro per la nostra evoluzione su questo pianeta.

Che ruolo avranno le piante nelle città del futuro?

Partiamo dall’ambiente urbano, quello in cui la maggior parte di noi vive e lavora: come possiamo costruire città più resilienti? Tra le domande selezionate in questo contesto dal team dell’università di Bristol, emergono interrogativi su come utilizzare le piante come alleate di benessere nelle città e nelle megalopoli. Ci si chiede come sviluppare ambienti urbani naturali, resilienti e belli, sfruttando le caratteristiche della vita vegetale e il loro impatto sulla nostra salute. Le piante, infatti, svolgono un ruolo fondamentale nella mitigazione degli effetti negativi dell’inquinamento atmosferico e forniscono benefici tangibili, come ossigeno, ombra e protezione da eventi climatici estremi. Inoltre, costituiscono l’habitat e il rifugio di numerose specie animali. Parlando di impatto sui singoli individui, prendersi cura del verde genera benessere a livello psicofisico. Infine, gli orti urbani possono costituire una risorsa fondamentale per lo sviluppo di sistemi di autosufficienza alimentare.

Biofilia e vita vegetale

Il secondo macro aspetto affrontato, riguarda la necessità di approfondire le nostre conoscenze su ciò che “muove” la relazione tra piante ed esseri umani, ovvero sulla nostra innata “biofilia” e su come possiamo promuoverla e diffonderla, educando alla sostenibilità. Il mantenimento o il ripristino di una relazione sana tra popolazioni e ambienti naturali richiedono lo sviluppo di doti personali come l’intelligenza emotiva e l’empatia. Occorrerà dunque, il supporto di professionisti dotati di competenze trasversali, come psicologi esperti in ecoterapia ed ecosociologi. Strategie innovative, basate su neurobiologia vegetale, psicologia umana, medicina e sociologia, sono necessarie per coltivare questa relazione e accrescere la diffusione di una consapevolezza ambientale profonda.

 

Sarà poi necessario interrogarsi sulle tradizioni che legano gli esseri umani alle piante. Custodire e promuovere i saperi tradizionali e quelli afferenti alle comunità indigene, può essere la chiave per una relazione equa con le risorse del pianeta. Sarà essenziale, in questa ottica, distinguere gli usi dannosi da un uso sostenibile delle risorse, ovvero che ne garantisca la naturale rigenerazione. La sfida richiederà sforzi congiunti nella diffusione di modelli educativi virtuosi e nella lotta allo sfruttamento.

A chi spetta, concretamente, occuparsi di tutelare il patrimonio vegetale del pianeta?

Politica e governi, ma anche comunità e cittadini, giocheranno un ruolo chiave. Occorre definire in termini chiari e netti obiettivi e regole per la salvaguardia. Il finanziamento globale per la difesa della biodiversità è un altro nodo critico, sul quale occorrerà lavorare. Strategie comuni, accordi internazionali e alleanze globali sono necessari per garantire risorse sufficienti a progetti di ricerca e tutela.

Le piante possono offrire soluzioni sostenibili per sfide future, come la ricerca di fonti di energia alternative, di materiali da costruzione sostenibili, nonché di alternative ai polimeri plastici. Studi approfonditi possono aprire la strada a soluzioni innovative per affrontare la scarsità di risorse e persino risolvere l’inquinamento ambientale.

Quale sarà il valore della dieta a base vegetale e come renderla sempre più sostenibile?

Infine, il passaggio a un’alimentazione a base vegetale emerge come una strategia efficace per garantire un futuro sostenibile su questo pianeta. Quantificare l’impatto delle diete globali diverrà sempre più fondamentale per poter condurre campagne di comunicazione efficaci e diffuse, migliorare la salute umana e affrontare malattie correlate a una cattiva alimentazione, come cancro e malattie cardiovascolari. Per garantire la sostenibilità del modello, occorrerà però aumentare gli sforzi per comprendere il ruolo della biodiversità, tutelare le specie a rischio, difendere la salute dei suoli, trovare soluzioni efficaci per uscire dai meccanismi della monocoltura.

Quali competenze si riveleranno fondamentali?

Problemi globali richiedono soluzioni interdisciplinari. Definire i parametri della collaborazione tra esperti e campi scientifici diversi, così come aprire le porte a saperi “nuovi” (inclusi gli aspetti spirituali, etici e tradizionali) sarà fondamentale nei prossimi decenni.

Attraverso un approccio interdisciplinare, possiamo plasmare un mondo in cui le piante rivelino tutto il loro potenziale di alleate nella costruzione di un futuro migliore.