Identità in fuga

Identità in fuga: alla ricerca dell’autenticità nell’era dei social media

Pirandello e De Martino sulla crisi dell’identità e della presenza 

Luigi Pirandello pubblica a Roma nel 1904 “Il fu Mattia Pascal” (inizialmente sulla rivista “Nuova Antologia”, poi in un volume indipendente). È un romanzo complesso dal punto di vista narrativo, ricco di livelli di lettura e che per questi e altri motivi, continua a destare l’interesse degli studiosi e dei lettori contemporanei. I temi affrontati sono di estrema attualità, per l’analisi profonda di concetti come l’identità, la libertà, la ricerca del significato stesso dell’esistenza.

Luigi Pirandello

Pirandello riflette sull’identità dell’individuo in un mondo che impone spesso alle persone di indossare maschere sociali, di mutare la propria vera essenza, per ricoprire un ruolo che permetta l’accettazione, il consenso e l’omologazione.

Il protagonista Mattia Pascal sperimenta il concetto di identità attraverso un drastico cambiamento di vita e di disconoscimento della “presenza”, nel momento in cui finge la propria morte per poter diventare qualcun altro.

Un tema assolutamente rilevante nel nostro tempo, in cui sembra che l’identità individuale sia messa in discussione, spesso negata, nascosta, a causa della pressione di una società che impone standard sempre più alti e che si affida ai “like” dei social media. Gli individui si trovano a gestire così diverse identità fittizie, a causa della “natura fluida” del mondo contemporaneo, come magistralmente analizzato da Zygmunt Bauman in “Intervista sull’identità”:

Nel nostro mondo fluido impegnarsi per tutta la vita nei confronti di un’identità, o anche non per tutta la vita ma per un periodo di tempo molto lungo, è un’impresa rischiosa. Le identità sono dei vestiti da indossare e mostrare, non da mettere da parte e tenere al sicuro…

Opera di Vadim Bogulov

Così nel protagonista del romanzo di Pirandello, Mattia Pascal, si innesca un vero e proprio conflitto tra la libertà individuale e le aspettative sociali. Dopo aver abbracciato la sua nuova identità, Pascal diventato Adriano Meis, sperimenta una libertà che non aveva mai conosciuto prima. Tuttavia, si accorgerà che anche questa sensazione di libertà è effimera, poiché fortemente limitata dalle convenzioni sociali e dalle aspettative degli altri.

Eppure la scienza, pensavo; ha l’illusione di render anche più facile e più comoda L’esistenza! Ma, ammettendo che la renda veramente più facile, con tutte le sue macchine così difficili e complicate, domando, io: «E qual peggior servizio a chi sia condannato a una briga vana, che rendergliela facile e quasi meccanica?»

L’indagine sul perché dell’esistenza individuale è sempre strettamente legata al senso stesso della vita, della nostra presenza nel mondo che può esserci confermato dalla ricerca spirituale o dall’impegno sociale, ma la sfida più grande, nella società moderna, rimane quella della ricerca universale del significato, del motivo per cui esistiamo e della conferma della nostra identità.

Nel 1948 Ernesto De Martino pubblica “Il mondo magico: Prolegomeni a una storia del magismo”, saggio fondamentale che pone in luce il concetto di “crisi della presenza” e ci accorgiamo che le interpretazioni antropologiche di De Martino e l’analisi della presenza nel contesto della narrazione di Mattia Pascal, si intrecciano in maniera sorprendente.

Ernesto De Martino

Il rischio di perdere la presenza ha luogo nei momenti critici dell’esistenza quando sporge la naturalità di ciò che passa senza e contro di noi.

Nel romanzo di Pirandello, il concetto di crisi dell’identità è sicuramente il tema dominante. L’apparente atto di liberazione da un’identità per abbracciarne un’altra si rivela, tuttavia, una condanna alla solitudine e alla perdita della presenza effettiva nella vita degli altri, mettendo in luce così il problema dell’autenticità e del significato dell’esistenza nell’epoca moderna.

La “crisi della presenza” teorizzata da De Martino, sottolinea il senso di alienazione e di distanza tra noi e il mondo, che caratterizza lo “stato” di modernità. Per De Martino l’individuo moderno si trova spesso in una condizione di “assenza da sé stesso”, incapace com’è di sperimentare la vita in modo totalizzante, pienamente presente.

La propria presenza personale, l’esserci, l’anima, «fugge» dalla sua sede, può essere «rapita», «rubata», «mangiata» e simili; è un uccello, una farfalla, un soffio; ovvero deve essere «riparata», «recuperata»; ovvero ancora deve essere «trattenuta», «fissata», «localizzata».

Questa “crisi della presenza” si riflette sull’idea di disintegrazione dell’identità individuale, tema parallelo a quello affrontato da Pirandello nel suo romanzo. Infatti, Mattia Pascal, dopo la sua metamorfosi identitaria, si trova alienato dalla sua vita passata, alla disperata ricerca del significato di una esistenza frammentata, resa ancora più ardua dalla sua incapacità di sperimentare una presenza autentica nel mondo.

Attraverso la lente con cui questi due autori, indagano e si interrogano sulla ricerca di autenticità, identità e significato, possiamo comprendere meglio le sfide umane universali legate alla società attuale e al mondo dei social, in cui si tende, sempre di più, a perdere l’autenticità della presenza e il valore di sé stessi.

Biofilia: il legame innato tra esseri umani e natura

Biofilia: da bio “vita” e philia “amore per”. Una parola che non esisteva prima del 1946, quando Erich Fromm la conia per definire la generale attitudine dell’uomo verso la vita. Ma è negli anni ’80 del 1900 che il biologo E.O.Wilson la usa per la prima volta per descrivere un fenomeno antico quanto il mondo e radicato nel nostro essere “animali umani”: la curiosità e l’amore verso il mondo naturale in generale, le piante e gli altri animali.

Il concetto di “biofilia”, così come teorizzato da Wilson, rivela un aspetto fondamentale dell’esistenza umana: una profonda affinità intrinseca, biologicamente radicata, con il vasto regno naturale che ci circonda. Questo legame, tutt’altro che superficiale, costituisce una risposta evolutiva incisa nei nostri stessi filamenti del DNA e sviluppatosi attraverso millenni di adattamento alla vita terrestre. Un parametro scientificamente misurabile.

“L’uomo, per costituzione, ama la vita e la protegge” – E.O.Wilson

Edward O. Wilson (1929-2021) è considerato uno dei più grandi biologi del XX secolo.

Biofilia: che cosa accade quando viene messa a tacere?

Abbiamo visto come la biofilia si riferisca all’innata affinità e connessione emotiva degli esseri umani con il mondo naturale e con altri esseri viventi. Questo concetto suggerisce che gli esseri umani abbiano un’attrazione e una curiosità innata verso gli ecosistemi e le altre forme di vita sulla Terra. Ma cosa accade quando non è così? Come spiegare fenomeni come la distruzione degli ambienti naturali, l’inquinamento, la violenza sugli animali? La biofilia è una tendenza naturale che può “spegnersi” quando l’essere umano conduce una vita artificiale o si trova in condizioni di stress profondo o totale incapacità di far fronte alle proprie esigenze fondamentali di sopravvivenza. Con conseguenze devastanti. Non dovrebbe stupire, considerato il fatto che la natura costituisce il nostro habitat naturale e l’istinto a proteggerla ci guida verso la protezione delle nostre stesse esistenze. Eppure, il concetto di biofilia è rivoluzionario, poiché ci porta soprattutto a interrogarci sulle conseguenze che l’allontanamento da questa tendenza naturale comporta per le società e il pianeta (dalle guerre per le risorse, sino all’inquinamento).

L’indagine approfondita sulla connessione biologica tra gli esseri umani e il mondo naturale ha svelato nuovi livelli di consapevolezza sul nostro legame emotivo con piante, animali e persino con il mondo minerale. Con il tempo, i campi di applicazione della teoria si sono ampliati.

Architetture verdi

L’integrazione della biofilia nella progettazione ambientale si presenta come un passo cruciale per creare ambienti che favoriscano il benessere umano. Architetti e progettisti, consapevoli di questa innata affinità, possono arricchire gli spazi abitativi incorporando elementi naturali come la luce solare, l’acqua e una varietà di piante. Questa integrazione non solo crea ambienti visivamente accattivanti ma anche luoghi nei quali le persone possono avvertire una connessione profonda con il loro ambiente, riducendo così lo stress e migliorando la produttività.

La riscoperta dell’ambientalismo innato

In aggiunta, la biofilia assume un ruolo cruciale nella promozione della conservazione ambientale. Individui che ascoltano il proprio desiderio di connessione con la natura e sviluppano una relazione profonda con essa (specie se questo legame viene coltivato sin da bambini) si sentono chiamati a proteggerla attivamente, a svolgere un ruolo di veri e propri “guardiani”. L’educazione basata sulla biofilia, che asseconda il rispetto intrinseco per l’ambiente naturale fin dalla tenera età, costituisce una leva potente per la conservazione e la sostenibilità a lungo termine.

Salute naturale

Un’analisi critica della letteratura scientifica rivela non solo l’influenza positiva della biofilia nella nostra quotidianità, ma anche il suo ruolo cruciale come strumento terapeutico. Terapie basate sulla natura, quali l’ortoterapia, lo shinrin yoku, la pet therapy e l’ecoterapia, stanno guadagnando riconoscimenti sempre maggiori, anche grazie agli studi sul ruolo del microbioma e delle essenze vegetali sul nostro benessere. Ricerche scientifiche hanno inoltre ampiamente documentato che l’esposizione alla natura può ridurre il livello di stress, abbassare la pressione sanguigna e migliorare il tono dell’umore. Un fenomeno noto come “effetto curativo della natura” e che attesta che la biofilia non è una mera astrazione teorica, ma piuttosto un principio concreto e scientificamente misurabile.

Anche se spesso definita come “l’innato legame emotivo con la natura”, la biofilia infatti va oltre il mero apprezzamento estetico, sentimentale o pratico; essa si traduce in benefici palpabili. In poche parole, essa diviene uno strumento per comprendere a fondo – e di conseguenza avere cura – della salute degli individui e delle comunità.

Per approfondire: ECO Manuale di Ecologia Totale

Giallo come la notte

Giallo come la notte

Genere tra i più amati, il giallo è complesso quanto lo sono le sue trame. Dal gotico del Settecento alle atmosfere cupe dei noir, esploriamo le radici, gli stili e gli autori che hanno plasmato questo genere. Attraverso un’analisi approfondita, sveliamo oggi i segreti dei gialli classici, degli hardboiled e dei thriller psicologici, offrendo una panoramica del “mistero letterario”.

La letteratura gialla moderna e contemporanea, nota anche negli altri generi di letteratura poliziesca e noir, è una categoria letteraria che ha il focus sulla narrazione di crimini, indagini e misteri, risolti attraverso analisi investigative e inaspettati colpi di scena. Prende il nome dal colore giallo delle copertine di una famosa Collana di narrativa della Mondadori, uscita a partire dagli anni Trenta del Novecento. L’idea di associare il giallo ai racconti polizieschi e noir anche in Italia fu ispirata dall’editore inglese Hodder & Stoughton.

La storia di questo genere letterario è molto più lunga e ricca di quanto si pensi: risale alla metà del 1700.

Il “gotico” è uno dei precursori del “giallo”: entrambi affondano le radici nell’enigma, presentando caratteristiche tematiche comuni.

Partiamo dai famosi romanzi gotici di metà Settecento come il “Castello di Otranto” di Horace Walpole, “I misteri di Udolpho” di Ann Radcliffe (uscito a Londra nel 1794 in ben 4 volumi), “Il monaco” di Matthew Gregory Lewis, e “Zofloya” di Charlotte Dacre, la ballata “La sposa di Corinto” di Goethe, “The vampire” di George Gordon Byron (romanzo scritto in realtà da John William Polidori, medico e amico di Byron), fino al celeberrimo “Frankenstein” di Mary Shelley – al secolo Mary Wollstonecraft Godwin – (e proprio queste due ultime opere sicuramente ispirarono Bram Stocker nel comporre il suo “Dracula”).

Il genere gotico

Il genere gotico ha avuto origine in Inghilterra e si è subito distinto per le atmosfere cupe e spettrali, e l’abbondanza di elementi soprannaturali che ne costituiscono le principali chiavi di lettura. Spesso le storie sono ambientate in castelli, cripte o abbazie in rovina, metaforicamente legate all’idea del mondo sotterraneo e del peccato, atmosfere che permettono di creare suspence e tensione, circostanze fosche e lugubri. Il genere gotico basa tutto l’intreccio sulle emozioni intense dei vari personaggi, le loro passioni, la presenza di oscuri segreti e di rivelazioni altrettanto scioccanti.

Il giallo

Il genere giallo prende la forma moderna solo nel XIX secolo con Edgar Allan Poe e Wilkie Collins, ma anche altri autori del “periodo d’oro” come Arthur Conan Doyle e Agatha Christie, hanno occasionalmente utilizzato atmosfere gotiche nelle loro storie, anche se i due generi hanno e conservano comunque la loro identità.

Il poliziesco

Il genere poliziesco invece ha radici profonde nella letteratura ed è considerato una delle forme più popolari di narrativa. Dalla letteratura antica a quella medievale abbiamo esempi di storie che appassionano i lettori per indagini e risoluzione dei misteri come “Il racconto del prete di København” di Geoffrey Chaucer, presente all’interno dei “Raccontidi Canterbury”.

Ma è con Edgar Allan Poe che conosciamo il primo vero personaggio investigatore: il detective C. Auguste Dupin. Poe pubblica, nel 1841, “I delitti della Rue Morgue”, una serie di racconti basati sul mistero e sull’investigazione. Nel 1860 esce “La donna in bianco” di Wilkie Collins, uno dei polizieschi più noti ed emulati, poiché introduce molti dei cliché del genere, come l’utilizzo degli indizi per risolvere un caso e i risolutivi “colpi di scena”.

La nascita di Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, alla fine del XIX secolo, segna un punto di svolta nel romanzo di genere poliziesco, come l’arguzia e l’unicità dei personaggi di Agatha Christie, Hercules Poirot e Miss Marple, o Philip Marlowe, un investigatore privato duro e imperturbabile, partorito dalla penna di Raymond Chandler.

Il noir

Il genere noir invece enfatizza soprattutto le tenebre e la corruzione, spesso presentando protagonisti moralmente ambigui. La storia in un noir è pervasa da una sensazione di disperazione e fatalismo, con un’ambientazione urbana degradata come sfondo. In Europa Georges Simenon, il romanziere francese di origine belga, ha fatto conoscere questo genere a milioni di lettori, grazie al personaggio del Commissario Jules Maigret.

 

Ma quali sono i principali punti su cui si basa un romanzo del genere giallo, noir o poliziesco?

Innanzitutto, alla base deve esserci un mistero e un crimine; il protagonista è quasi sempre un detective privato o un investigatore della polizia ma l’indagine può anche essere condotta da un dilettante che si impegna a risolvere il mistero (personaggi che possono diventare protagonisti assoluti, con i loro pregi, difetti, unicità e a cui il lettore tende ad affezionarsi, desiderando ritrovarli in ogni storia);  una trama più o mena complessa, caratterizzata da tensione e suspense attraverso l’uso di indizi, falsi indizi e imprevisti.

I vari personaggi possono essere raccontati in maniera più o meno articolata, utilizzando una narrazione ricca di sfumature e dettagli che guidino il lettore verso la ricerca del colpevole o dei colpevoli. Inoltre, la storia si conclude molto spesso con la risoluzione del mistero e la rivelazione del reo attraverso un processo logico, o con un finale non-finale per dare al lettore la possibilità e il desiderio di continuare a seguire la storia in altri successivi romanzi (saghe o serie).

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, c’è stata un’ulteriore diversificazione con l’emergere di altri sottogeneri e con una varietà di stili e approcci del tutto particolari:

Giallo classico: genere del cosiddetto “Golden Age of Detective Fiction”, come Agatha Christie e Arthur Conan Doyle, che presentano omicidi complicati da risolvere, indagini difficili e minuziose, con colpo di scena finale, risolutivo per il caso. Esempi celebri di gialli classici moderni sono sicuramente quelli dello scrittore statunitense Rex Stout, inventore della figura dell’investigatore privato Nero Wolfe, un uomo intelligente quanto eccentrico (preferisce risolvere anche i casi più difficili senza mai uscire dalla sua lussuosa casa di New York, per dedicarsi alle amate orchidee e alla cucina).

Hardboiled: uno stile legato ad autori come Raymond Chandler e Dashiell Hammett. Caratterizzato da detective privati duri e cinici, spesso coinvolti in casi di omicidio, che si esprimono con un linguaggio crudo e realista. Gli hardboiled spesso includono una narrativa in prima persona e situazioni di vita urbana atroci e brutali.

Poliziesco procedurale: uno stile molto particolare che pone al centro della narrazione il procedimento investigativo vero e proprio da parte della polizia e basato sull’accuratezza delle indagini e sull’intuito dei vari protagonisti e del loro settario punto di vista (avvocati, poliziotti, investigatori). Autori come Michael Connelly (i personaggi di Harry Bosch e Mickey Haller hanno preso vita sul grande schermo o nelle serie sulle principali piattaforme in streaming), Camilla Lackberg e Patricia Cornwell sono noti per questo stile.

Giallo Cozy: caratterizzato da un ambiente pittoresco e personaggi eccentrici. Gli omicidi possono essere presentati in modo meno dettagliato e le indagini sono solitamente condotte da un investigatore amatoriale o da un personaggio senza una specifica esperienza investigativa.

Thriller psicologico: sottogenere che pone in primo piano gli aspetti psicologici dei personaggi, creando suspense attraverso la comprensione delle loro motivazioni e dei loro tormenti emotivi. Una delle caratteristiche interessanti e peculiari del thriller psicologico è affidata alla tecnica del “narratore inaffidabile”. Annoveriamo moltissimi autori di questo genere come Shane Stevens con “Io ti troverò”, Steven King con “Misery”, Patrick Mcgrath con “Follia”, Robert Bloch con “Psycho” (arrivato sul grande schermo grazie alla indimenticabile versione di Alfred Hitchcock), Alex Michaelides con “La paziente silenziosa”, Donato Carrisi con “Il suggeritore” o Piergiorgio Pulixi con “L’Appuntamento”.

Giallo Storico: romanzi ambientati in determinati periodi storici che aggiungono profondità e veridicità al racconto, attraverso un’accurata ricerca storica e una avvincente narrazione. James Ellroy, Ken Follett, Paul Doherty, Maurizio De Giovanni, Carlo Lucarelli, Ilaria Tuti, e solo per citarne alcuni.

Questi stili sono molto spesso combinati tra loro o ibridati per creare trame intricate, complesse e ancora più coinvolgenti.

Il genere giallo in Italia

Ma la letteratura gialla in Italia presenta, oltre gli stili già evidenziati, alcuni del tutto particolari che vale la pena menzionare:

Giallo all’italiana: un sottogenere che affonda le proprie radici nella tradizione letteraria delle varie regioni italiane e che fa uso di un linguaggio misto (italiano e gergo dialettale) in uno stile che unisce mistero e umorismo. Nel 1946 esce per la prima volta in cinque puntate sulla Rivista Letteraria “Letteratura”, “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda, in cui il pubblico conoscerà il Capo della Squadra Mobile di Polizia Francesco Ingravallo (detto “don Ciccio”). Romanzo noto soprattutto per il pastiche linguistico, caratterizzato dalla commistione tra i vari registri della lingua italiana e il repertorio dei tanti dialetti.

In anni molto più recenti, Andrea Camilleri crea il personaggio di Salvo Montalbano, un Commissario siciliano intelligente e astuto. Attraverso il racconto delle sue investigazioni – indagini che spesso coinvolgono la sua vita privata – viene narrata la realtà isolana e italiana, fatta spesso di vendette, collusioni e intrighi. Perché come affermò Camilleri in un’intervista rilasciata al quotidiano Repubblica: “Leggere le pagine dei quotidiani siciliani è, purtroppo spesso, assai più appassionante di un romanzo giallo”. Tracciato con attenzione e realismo anche uno dei pochi protagonisti donna dei romanzi polizieschi: il vicequestore Vanina Guarrasi nata dalla penna della scrittrice, anch’essa siciliana, Cristina Cassar Scalia.

Giallo politico: le trame di questi romanzi sono costruite sugli intrecci tra politica e corruzione. Gli autori esplorano quello che viene chiamato “il lato oscuro” del potere e delle relazioni politiche, connettendolo a una dimensione di critica sociale. Uno degli autori più noti di questo particolare sottogenere è Carlo Lucarelli.

Giallo mistico: alcuni autori italiani incorporano elementi del folklore italiano o della mitologia nel loro giallo, aggiungendo una dimensione di magia o mistero alle trame dei loro romanzi.

“Almeno la metà dei racconti gialli pubblicati, vìola la regola che la soluzione, una volta svelata, deve sembrare inevitabile”.

 Raymond Chandler

La Grande Muraglia Verde

La “Great Green Wall” (Grande Muraglia Verde) è un ambizioso progetto di conservazione e ripristino ambientale nel continente africano, che mira a creare una barriera naturale di alberi e vegetazione per contrastare il degrado del suolo e il cambiamento climatico, promuovendo modelli di sviluppo sostenibile. Il progetto, partito 16 anni fa, è al 20% del suo completamento. Tanti passi avanti sono stati compiuti, molto lavoro resta ancora da fare. Ma perché l’impegno verso la realizzazione della GGW è così importante?

La Grande Muraglia Verde

La Grande Muraglia Verde (GGW) è un progetto che nasce come contrasto all’espansione del deserto del Sahara. Nel tempo, gli obiettivi si sono estesi fino a comprendere il ripristino dei terreni degradati e inquinati, il miglioramento della fertilità del suolo, la protezione della diversità biologica e la lotta contro il cambiamento climatico. La GGW coinvolge oltre settemila chilometri di territori, attraversando l’Africa da est a ovest e coinvolgendo una serie di nazioni africane, tra cui Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Sudan, Etiopia, Eritrea, Gibuti e Sudan. Un progetto, dunque, che si rivela importante non solo per l’impatto sociale e ambientale ma anche per il potenziale di coordinamento, scambio e cooperazione in un’area spesso tormentata da conflitti.

L’iniziativa comprende una gamma di attività ad ampio spettro, che spaziano dalla piantumazione di alberi autoctoni alla promozione di metodologie agricole sostenibili, dalla conservazione delle risorse idriche alla sensibilizzazione delle comunità autoctone sull’importanza della tutela ambientale. Oltre a ostacolare l’espansione dei deserti, il progetto aspira a potenziare la resilienza nella sicurezza alimentare, a instaurare nuove opportunità occupazionali, a facilitare l’adattamento ai mutamenti climatici e a promuovere il progresso economico nelle aree interessate.

Le maggiori sfide alla realizzazione

La realizzazione della Great Green Wall affronta numerose sfide: la scarsità di risorse finanziarie, la pressione demografica, il cambiamento climatico e la gestione delle risorse naturali.

In particolare, essa necessita di importanti finanziamenti a lungo termine, non solo per l’implementazione ma anche e soprattutto per la conservazione di pratiche sostenibili. La gestione delle risorse locali – acqua, suolo e altri servizi ecosistemici – si scontra spesso con gli interessi delle big corporations e può incontrare la resistenza di governi, funzionari corrotti, gruppi di potere. Anche per questo il coinvolgimento attivo delle comunità locali resta un elemento cruciale. investire in programmi di educazione e sensibilizzazione è imprescindibile. Occorre, infine, un enorme sforzo di coordinazione e dialogo tra paesi, basato su rispetto reciproco e forti basi etiche. Sebbene le relazioni internazionali siano fondamentali per il successo di un programma come la GGW, non sono infatti da escludere ingerenze e pressioni da parte di entità straniere, le quali possono promuovere o finanziare programmi di sviluppo in cambio di concessioni commerciali e sfruttamento.

Tuttavia, il supporto formale all’iniziativa da parte di governi e istituzioni rimane solido e sono stati compiuti progressi significativi nella realizzazione del piano. Milioni di alberi sono stati messi a dimora e le comunità locali stanno beneficiando dei vantaggi ambientali, sociali ed economici derivanti dal progetto. La grande muraglia verde protegge e accresce la biodiversità, con effetti diretti sul benessere dei territori e delle persone.

Piantare alberi e speranza

In un solo decennio, la regione di Koulikoro in Mali ha perso quasi il 90% delle sue foreste. Il progetto della GGW mira a ripristinare questi ecosistemi perduti, piantando nuovi alberi, proteggendo i superstiti e identificando le specie più resistenti e resilienti. In Etiopia, negli ultimi cinquant’anni, un letale mix di cambiamenti climatici, sfruttamento indiscriminato e inquinamento dei suoli, deforestazione e desertificazione ha provocato un netto peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. Nell’ambito del progetto GGW, l’Etiopia sta puntando tutto su piante forti e a crescita rapida, come l’eucalipto e l’incenso, le quali stanno già migliorando le condizioni dei suoli e la disponibilità di acqua, con conseguenti ripercussioni positive sulle comunità locali (oltre duecentomila persone hanno trovato impiego grazie al ripristino di questi terreni). In Senegal, la necessità di far fronte all’isolamento dovuto alla pandemia di Covid-19 ha portato alla nascita di giardini circolari, i quali garantiscono ai villaggi risorse idriche e alimentari per far fronte ai loro bisogni. Infine, 16 milioni di alberi sono stati piantati in Burkina Faso, come parte del programma GGW.

Questi sono solo pochi esempi dell’impatto che il progetto GGW sta avendo sulle persone e sui territori.

Il ruolo della biodiversità nell’Africa Continentale

L’Africa, culla della civiltà umana, si distingue anche per la sua straordinaria ricchezza di biodiversità. Un mosaico di ecosistemi, habitat e specie uniche coesiste all’interno dei suoi confini geografici, svolgendo un ruolo di profonda importanza per l’equilibrio ecologico, l’evoluzione delle economie regionali e il benessere delle comunità autoctone.

Risorse primarie

La biodiversità costituisce la linfa vitale dell’approvvigionamento alimentare: l’ampia varietà di piante coltivate e spontanee, animali allevati e specie selvatiche rappresenta una risorsa essenziale per la sicurezza alimentare continentale.

Il continente africano si vanta di un’eredità medica millenaria basata sull’impiego di piante e organismi autoctoni. Questi rimedi naturali, tramandati di generazione in generazione, continuano a essere una risorsa di incommensurabile valore per il trattamento di una vasta gamma di affezioni. La biodiversità dell’Africa, dunque, riveste una primaria importanza nella ricerca farmaceutica, potenzialmente contribuendo in modo tangibile all’avanzamento della sanità globale.

Gestione delle riserve idriche e Controllo del Clima

Le regioni naturali dell’Africa, tra cui foreste pluviali e aree umide (bacino del fiume Congo e Africa occidentale), custodiscono importanti risorse idriche, ancor più fondamentali in ambienti dove l’acqua tende a scarseggiare. Questi ecosistemi assorbono inoltre considerevoli quantità di anidride carbonica, contribuendo significativamente alla mitigazione dei cambiamenti climatici globali. La disponibilità di risorse idriche è cruciale per garantire lo sviluppo e il mantenimento di pratiche di agricoltura sostenibile e indipendenza alimentare.

Sostegno all’Economia

Il turismo naturalistico, incentrato sulla fauna selvatica e sui paesaggi naturali, attira turisti da tutto il mondo, generando un indotto significativo per le economie locali. La biodiversità è anche fonte diretta di benessere economico, garantendo cibo e risorse come legname e carta (ma occorre vigilare sulla sostenibilità dei programmi di sfruttamento di queste aree, affidando alle comunità indigene la gestione delle terre).

In che modo la great green wall contribuisce al ripristino e alla conservazione della biodiversità?

Creazione di Habitat e Corridoi Ecologici: Attraverso la piantumazione di specie autoctone e il ripristino di ecosistemi, la GGW agevola la creazione di nuovi habitat e la connessione tra quelli esistenti. Ciò agevola la dispersione delle specie, garantendo loro la possibilità di migrazione, riproduzione e sopravvivenza. L’istituzione di corridoi ecologici è cruciale per il mantenimento della biodiversità, consentendo alle specie di adattarsi alle dinamiche ambientali e di evitare possibili minacce.

Lotta alla desertificazione: Uno degli obiettivi fondamentali della GGW è l’arresto dell’espansione del deserto del Sahara. La desertificazione rappresenta una delle principali minacce per la biodiversità in Africa, poiché conduce alla perdita di terreni fertili e di habitat cruciali per molte specie.

Conservazione di acqua e suolo: La biodiversità è strettamente correlata alla conservazione delle risorse idriche e al ripristino di suoli fertili. La GGW contribuisce alla preservazione dei corsi d’acqua, delle zone umide e dei bacini idrici, fornendo habitat essenziali per una ricca varietà di piante e animali, tra cui uccelli, pesci e anfibi e insetti.

Lotta agli effetti dei cambiamenti climatici: La GGW contribuisce a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, riducendo la possibilità di eventi estremi. In una parola: promuove la resilienza dei territori.

Supporto allo sviluppo sostenibile: La GGW riduce il ricorsi a un uso non sostenibile delle risorse naturali. Dove c’è biodiversità, infatti, aumentano le risorse alimentari, il benessere e le opportunità di cooperazione e sviluppo.

Empowerment delle comunità Locali: Quando le comunità sono poste nelle condizioni di valutare e comprendere il valore della biodiversità e i vantaggi connessi a un ambiente sano, sono maggiormente propense a impegnarsi nella sua salvaguardia. Le popolazioni indigene ritrovano il loro naturale ruolo di custodi dell’ambiente.