Raccontare la vita animale. Tra realtà e finzione

Raccontare la vita animale. Tra realtà e finzione

Capita di trovarsi, una sera, a guardare la storia di due cuccioli di lupo.

E di farsi domande inaspettate.

di Simona Rusconi

Sono  nel fresco di un cinema all’aperto, per la proiezione del documentario Il Contatto[1]. La storia è quella di Achille e Ulisse: due cuccioli di lupo rinvenuti nel 2016 ancora piccolissimi (dieci e venti giorni) e accolti dal Centro Monte Adone con l’obiettivo di ridare loro la libertà in natura. Un percorso sperimentale complesso (normalmente gli animali selvatici recuperati dai centri sono condannati alla cattività) che ha posto una profonda riflessione sul contatto che l’uomo può e deve avere con gli altri esseri viventi.

In questo film non c’è nessuna voce suadente ad accompagnare lo spettatore, nessuna trama avvincente da cui essere catturati e nemmeno una colonna sonora su cui poggiare lo sguardo. Solo due piccoli lupi, il presente costante in cui vivono e i loro movimenti (buffi, istintivi e a tratti noiosi) che si trasformano in linguaggio cinematografico.

Senza commento, le scene vanno interpretate, intuite, a volte anche immaginate per capire quello che vogliono dire. E non tutti stanno al gioco. A metà proiezione, infatti, qualcuno inizia a sgattaiolare via, stanco di quello che sta vedendo. Al momento non ci ho fatto caso ma, con il passare dei giorni, ho cominciato a chiedermi: “Quando guardiamo gli animali sui nostri schermi, li vediamo davvero?”.

Secondo la BBC Natural History Unit (NHU), leader nei documentari naturalistici di alto livello, produzioni come Planet Earth e Blue Planet sono state viste da più di un miliardo di spettatori in tre anni[2]. Una persona su otto nel mondo, quindi, ha deciso di passare il proprio tempo libero guardando animali selvatici nascere, cacciare, accoppiarsi, migrare e anche, in alcuni casi, morire. Ma se questi documentari piacciono così tanto mentre la gente si alza di fronte ai due cuccioli di lupo, un motivo c’è. Anzi, più di uno.

Le serie della BBC (e di altre aziende concorrenti come la Silverback Films di Perfect Planet) hanno budget molto alti. Questo significa poter accumulare molte ore di materiale ma, soprattutto, poter usare attrezzature di altissima qualità, così da affiancare alle storie degli animali paesaggi mozzafiato e immagini ottenute con una risoluzione impossibile per i nostri occhi, in cui tutto diventa più nitido e lucente[3].

La stessa artificiosità caratterizza anche i suoni. Le riprese sono spesso fatte a grande distanza e, se i documentari riportassero ciò che i microfoni hanno davvero registrato, sentiremmo le pale degli elicotteri o le indicazioni della troupe per coordinarsi.

Quando vediamo un orso polare camminare sulla neve o un airone alzarsi in volo, quindi, sentiamo rumori riprodotti in studio, sbriciolando cristalli di sale o aprendo e chiudendo un ombrello. Probabilmente, la maggior parte degli spettatori trova abbastanza normale la cosa, oppure non ci ha nemmeno mai pensato. Ma c’è chi si sente ingannato da questi espedienti[4].

In fondo, l’etimologia della parola “documentario” (dal latino dócere: insegnare, dimostrare) riporta all’idea di registrare ciò che accade realmente, a scopo di studio o di testimonianza. Con le grandi produzioni internazionali, però, il ruolo educativo del documentario si mischia a quello dell’intrattenimento, creando combinazioni molto complesse.

L’idea che lo spettatore debba investire emotivamente in quello che guarda influenza le decisioni cinematografiche a tutti i livelli, dalla presentazione delle idee, alle scelte dei finanziatori fino al montaggio finale. Poche persone vogliono stare a guardare animali che fanno cose da animali, quindi si costruiscono narrazioni umane addosso a esseri inconsapevoli, al fine di creare una storia fluida e significativa con cui lo spettatore possa empatizzare. È il “trattamento antropomorfico completo”[5] di cui parla la giornalista Laura Bradley, con gli animali che ricevono aspirazioni umane e vivono avventure personali narrate da qualcuno di famoso; il tutto avvolto da una colonna sonora intensa che suggerisce il tono emotivo da avere.

Ecco quindi l’utilizzo di alcuni stratagemmi: cibo per attrarre gli animali, montaggio di riprese fatte in momenti diversi e/o ad animali diversi per creare una scena narrativa, utilizzo di animali addestrati o in cattività, immagini create al computer, fino ai trucchi per garantire il successo di una scena di caccia[6]. Jeffery Boswall [7], naturalista e produttore per la NHU, affermava che tutto ciò porta a fraintendere la vera natura degli animali.

Jeffrey Boswall, scomparso nel 2012, è stato tra i più importanti e longevi produttori della BBC Natural History Unit.

Perché alla fine si tratta di questo, dell’idea di natura creata nelle menti di milioni di persone. Un mondo incontaminato, affascinante e inaccessibile, dove gli animali conducono esistenze fiabesche che risuonano dentro di noi. Un mondo che ha un grande assente: l’Uomo. Onnipresente nella struttura narrativa, infatti l’essere umano sparisce dalle immagini e, con lui, spariscono anche gli effetti della sua azione: non c’è traccia di inquinamento, di cambiamento climatico, di deforestazione e iper-urbanizzazione. Tutto questo rischia di creare un ulteriore distacco dell’uomo dalla natura, rafforzando l’opposizione natura-civiltà e portando gli spettatori a preferire la comodità di uno schermo a quella di un contatto reale con la naturale imperfezione degli animali.

Un frame tratto dal trailer del film “Il contatto”.

Ogni volta che guardiamo un animale, quindi, tutto dovrebbe ruotare attorno al “contatto”: un termine che parla di vicinanza e di relazione, ma anche di rispetto per l’altro e di rinuncia. Senza invadere spazi, senza creare storie dove non ci sono, senza ricercare il nostro mero divertimento. Fare un passo indietro rispetto al costante protagonismo che ci contraddistingue. Per potersi toccare veramente.

Non tanto con i corpi, ma con l’idea di guardarsi per quello che si è.

 

[1] Il Contatto è un documentario del regista Andrea Dalpian, realizzato dal Centro Tutela e Ricerca Fauna Esotica e Selvatica – Monte Adone, in collaborazione con la casa di produzione indipendente PopCultDocs.

 

[2] Le statistiche di visualizzazione registrate dal BBC Global Audience Measure (GAM) hanno mostrato che l’episodio di apertura di Planet Earth II è stato il programma di storia naturale più visto nel Regno Unito negli ultimi 15 anni, attirando 9,2 milioni di spettatori su BBC1.
Secondo Parrot Analytics (leader nel monitoraggio dell’audience di tutte le piattaforme streaming disponibili al mondo), negli ultimi 30 giorni Planet Earth ha avuto una domanda di pubblico superiore al 99,7% rispetto a tutti i titoli di documentari negli Stati Uniti.

 

[3] Alenda Y. Chang, Professore Associato in Cinema e Studi sui Media presso la UC Santa Barbara, trova disumana la profondità di campo che caratterizza molte delle inquadrature di questi documentari, perché nessun occhio umano (biologico e imperfetto) potrebbe mai mettere a fuoco contemporaneamente il soggetto in primo piano e lo sfondo in lontananza.

 

[4] Chris Palmer, autore e produttore di film sull’ambiente e la fauna selvatica, riporta in un suo articolo un aneddoto in cui sua moglie, venuta a sapere che i suoni del suo documentaro erano stati registrati da un fonico in studio, si era mostrata scioccata, offesa e indignata perché, trovandosi di fronte a un documentario, “si aspettava autenticità e verità”.
Cfr: Chris Palmer, Into the Wild, Ethically: Nature filmmakers need a code of conduct, sito International Documentary Association, 17/06/2011 (www.documentary.org/feature/wild-ethically-nature-filmmakers-need-code-conduct)

 

[5] Laura Bradley, Why Wildlife Documentaries insist on making animal seems human, Slate, 23/04/2015 (https://slate.com/culture/2015/04/monkey-kingdom-and-how-nature-and-wildlife-documentaries-use-anthropomorphism-to-create-empathy-and-shape-stories.html)

 

[6] Nel 1996, il Denver Post ha riferito che il conduttore di Wild America, Marty Stouffer, ha messo in scena alcune delle scene più drammatiche della serie a costo della vita di alcuni animali. In particolare, Stouffer avrebbe riunito in un recinto un cervo e un branco di lupi, togliendo alla preda qualsiasi possibilità di sopravvivere. Dopo un’indagine interna, la PBS ha abbandonato la serie. Ma non si tratta certo di un caso isolato: secondo lo studio condotto dal CMSI (Center for Media & Social Impact) nel 2009, un produttore ha ammesso di aver rotto la zampa di un coniglio in modo da ottenere una ripresa migliore di un predatore in azione.

 

[7] Jeffrey Boswall è stato uno dei produttori più longevi della BBC Natural History Unit (1957-1987). Scrittore e presentatore/narratore di molti dei programmi che ha prodotto, è stato un grande sostenitore dello sviluppo dell’etica nelle trasmissioni di storia naturale e ha incoraggiato l’ingresso di nuovi operatori in questo campo.

 

 

Articolo realizzato nell’ambito del corso Scrivere di Natura (II Edizione).

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