Bio macht schön

Cibo Bio: Mangiare sano e sostenibile deve essere un diritto.

Il tema dell’accessibilità e il modello tedesco

di Georg Jakob, membro dell’esecutivo circondariale di Bündnis 90/Die grünen (Alleanza 90/i Verdi) di Monaco e Mariagrazia Rizzi, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca

Bio ti fa bella/o, Bio macht schön. Con questo slogan i Verdi tedeschi (Bündnis 90/Die Grünen) promuovevano alcuni anni fa una delle battaglie principali del partito, quella a favore del consumo di prodotti biologici, tema sensibile tra gli elettori tedeschi e in grado di far convergere molti consensi.

Ed effettivamente quando si pensa a un Paese modello per il BIO, in molti si rivolgono immediatamente alla vicina Germania. L’apertura da un tempo relativamente lungo ai prodotti biologici, la presenza, nell’attuale coalizione di governo di un partito ecologista attento alla cultura biologica (partito che alle ultime elezioni politiche ha ottenuto un consenso del 14,8 %), la numerosità dei punti vendita che si incontrano in città e le tante realtà locali di piccole dimensioni, in cui è possibile acquistare prodotti biologici, costituiscono certamente elementi che indirizzano verso questa visione, a sua volta confermata da alcuni dati statistici.

I tedeschi sono i primi acquirenti di BIO in Europa e sono stati cronologicamente i primi, sempre in Europa, a promuovere i prodotti biologici. I dati del 2021 mostravano un consumo del 24 % di prodotti bio certificati, con un incremento negli ultimi 4 anni dell’84% dell’acquisto di ortofrutta biologica (811 mila tonnellate), a fronte di un incremento del 10% in Italia (339 mila tonnellate). Una diversa tendenza si è registrata invece in Germania nell’anno 2022, quando si è assistito a un deciso decremento delle vendite, secondo il rapporto dell’Associazione tedesca degli agricoltori, causato dalla forte inflazione sui prodotti alimentari e dall’instabilità dei prezzi.

Sostenere il consumo (e dunque la produzione) di cibi biologici significa avere a cuore il futuro del pianeta e delle persone.

Il successo del consumo biologico in Germania, così come in Italia, ha certamente avuto un forte impulso a seguito della creazione del logo bio dell’UE, strumento dell’Unione Europea che conferisce la possibilità di definire come biologico un prodotto che rispetti taluni parametri di base.

Alla base dell’acquisto di prodotti bio in Germania vi è per un verso, certamente, una diffusa sensibilità ambientale nel Paese, per un altro verso una relativamente bassa qualità delle merci alimentari poste in vendita. Se in Italia in generale è possibile trovare cibi biologici di qualità medio-alta, nei mercati rionali fino alle grandi catene di supermercati, con prezzi adatti alle diverse tipologie di fruitori, in Germania tendenzialmente i prodotti in vendita hanno già da molto tempo uno standard relativamente basso, in particolare nel caso di frutta e verdura, non proporzionato ai prezzi assai alti praticati.

Questo ha indirizzato una parte della popolazione a “investire” nella “purezza” del prodotto, anche a livello monetario.

Nella crescita dei consumi di biologico in Germania incidono considerazioni di natura pratica ed economica sulla qualità del prodotto non bio, spesso mediocre, eppure venduto ad alto prezzo.

L’acquisto di alimenti biologici in Germania risulta ancora accessibile prevalentemente da single e famiglie con reddito medio-alto.

La scelta bio rimane uno stile di vita, uno dei diversi simboli della cultura “green” borghese della Germania occidentale. I prodotti biologici, tanto nei negozi specializzati quanto nei supermercati GDO, come pure nei normali supermercati, presentano prezzi ancora più elevati di quelli non biologici. L’accesso ai prodotti BIO risulta dunque riservato a una fetta limitata della popolazione, principalmente concentrata nelle grandi città dell’occidente tedesco, Monaco, Frankfurt, Stuttgart. Essa non tocca se non in piccolissima parte l’est della Germania (a eccezione di Berlino), in cui il grave problema della povertà e della disoccupazione impedisce in maniera sostanziale l’accesso a prodotti costosi come quelli bio.

A fronte di questa realtà si collocano la produzione e la distribuzione non biologiche. Negli ultimi anni si è assistito al riguardo a un costante abbassamento della qualità della produzione nazionale. Se la presenza di prodotti accessibili al vasto pubblico di consumatori costituisce una necessità, la circolazione di alimenti di bassissima qualità genera un’iniquità nel mercato.

Volgendo lo sguardo alle concrete misure politiche nazionali adottate negli ultimi anni, si deve constatare come gli interventi posti in essere si presentino limitati, nonché di scarsa incisività se analizzati in una prospettiva più generale. Se appare lodevole il recente provvedimento approvato, teso a incrementare il consumo bio nelle mense di lavoro e nelle scuole, rimangono ancora assai scarsi gli interventi volti a aumentare la produzione nazionale BIO, attualmente decisamente non in grado di soddisfare la domanda. Certamente significativo il confronto con l’Italia, che vanta il primato europeo in ordine al numero di coltivatori e trasformatori di prodotti biologici.

In particolare, gli interventi nazionali in Germania tendono a favorire soprattutto le grandi aziende, così come a livello europeo hanno arrecato vantaggi soprattutto ai grandi produttori. I sostegni ingenti da parte della Commissione Europea all’agricoltura sostenibile e alle pratiche benefiche per il clima, l’ambiente e il benessere degli animali, si inseriscono nella cornice del Green Deal europeo, con l’obiettivo di raggiungere almeno il 25% dei terreni agricoli nell’UE coltivati biologicamente entro il 2030. Quanto alla produzione non biologica, la politica adottata risulta poco attenta ai controlli nel settore e sostanzialmente orientata a un lasser faire.

Il grosso problema legato alla produzione in Germania, bio e non bio, è evidente. Controlli più serrati nell’ambito della grande produzione agricola e un’attenzione maggiore ai piccoli produttori  biologici e/o incentivi alla conversione in agricoltori biologici si pongono come misure urgenti, da attuare sia in ambito nazionale, sia su spinta europea. Sullo sfondo resta il problema della fruibilità ampia dei prodotti bio, che le misure ora menzionate migliorerebbero solo in parte.

Mangiare bio è ancora troppo spesso un lusso riservato a famiglie e single a reddito medio-alto, in Germania come in Italia.

I dati esposti mostrano come il “modello” tedesco attento al biologico, presenti diversi elementi di criticità. Il percorso verso una più ampia produzione biologica, nonché verso una diffusa alimentazione bio e in generale una fruizione di prodotti di qualità necessita ancora di significativi sforzi politici, nazionali ed europei, in molteplici direzioni.

Mangiare bene deve essere ecosostenibile, ma soprattutto e prima di tutto mangiare bene e in modo ecosostenibile deve essere un diritto di tutti. 

 

Gatti nei libri: Céline e Bébert

Gatti nei libri: Céline e Bébert

Al suo Bébert, grosso e grasso gatto tigrato, lo scrittore Louis-Ferdinand Céline dedicò parole e pensieri profondi, sino a farne l’eroe di uno dei suoi ultimi romanzi, “Rigodon”, cronaca della sua fuga in treno da Parigi (poiché accusato di essere un sostenitore del governo collaborazionista di Vichy).

Durante il viaggio, attraverserà la Germania (ormai sconfitta) arrivando fino alla Danimarca, accompagnato dalla moglie Lili, mentre Bébert, inizialmente affidato a La Vigue, nome sotto cui celava l’attore cinematografico Robert Le Vigan, primo proprietario di Bébert (sempre che i gatti possano avere padroni!), li raggiungerà a metà del viaggio.

Una fuga rocambolesca negli ultimi mesi della Seconda Guerra mondiale, segnata dai bombardamenti e dall’invasione anglo-americana e raccontata da Céline con quella scrittura cruda, tagliente, a tratti provocatoria, che lo ha reso uno degli scrittori più difficili da amare e da comprendere.

Il bisogno di raccontare e l’inganno della narrazione vengono fusi in una logica insolente e ironica, come se tutto l’orrore che egli avverte e che lo circonda fosse solo materia di finzione, la sola capace di mutare le forme della realtà.

Ma Bébert è il suo eroe, il suo sguardo beffardo sul mondo, il suo modo di allontanarsi da una materialità che distrugge i suoi ideali e gli rinfaccia ogni giorno scelte ed errori di valutazione. Un personaggio magico Bébert, magico e misterioso, simbolo e araldo di una realtà che Céline vorrebbe penetrare, a cui vorrebbe accedere.

Bébert diventa così il suo alter ego: ha il suo caratteraccio, la sua indolenza, la sua “capacità” di sfidare il pensiero della morte o di restarne schiacciato.

Nella Trilogia del Nord, comprendente oltre a “Rigodon” anche “Da un castello all’altro” e “Nord”, Céline è sempre affiancato dal suo compagno felino.

“Si è in tre con Bébert, il resto vada al diavolo…”.

Nel suo Cahiers de prison, ormai in una lontananza forzata sia dall’amato gatto che dalla moglie Lili, Céline scrive a lei della sua condizione, dei suoi pensieri e di Bébert, come in un continuo colloquio allo specchio:

“Mia Lili carissima, sono tornato di nuovo in prigione come pensavo, ma ora sono tutto solo in cella e sto benissimo così. […] Parlo con me stesso, con te e con Bébert. Sono le brutalità che mi distruggono […] Sono sempre con te e con Bébert e vi parlo continuamente. Riesco ad astrarmi dalla realtà, come ben sai. E sono felice di saperti libera”.

E ancora nei momenti peggiori, in cui lo scrittore vorrebbe solo morire, è Bébert, in visita con la moglie, a salvarlo: “Quale felicità ho provato nel rivedere il mio Bèbert, con quel suo musetto da farfalla graziosa! Quanto lo amo! Bébert è così intelligente e gentile. Lui sì che capisce benissimo la situazione…”.

Bébert è la sua strada per una realtà oltre la morte, oltre la condizione umana, la prigionia continua, il dolore incessante e implacabile. E la visione frammentata di Céline appare ancora una volta scissa da una realtà che gli appartiene tanto dolorosamente da distaccarsene nel momento della scrittura. Nel suo bisogno di raccontare e nell’inganno stesso della narrazione, si fondono una logica fredda, spudorata e ironica e l’orrore stesso che la finzione porta con sé e che muta le forme della realtà, portando solitudine e disperazione. Ma Bébert è sempre lì, nell’orrore dei fatti, nei luoghi e nei personaggi più o meno immaginari, nella paura, “nell’odore della guerra che si prolunga negli effluvi dei villaggi carbonizzati, mal cotti, delle rivoluzioni abortive, delle imprese fallite… […] e io sprofondo nelle cianfrusaglie, nei ricordi e negli odori di catrame”, come nel suo” Voyage au bout de la nuit”.

Oltre l’ossessione del reale, nella sua poetica del disincanto, c’è Bébert con le sue invenzioni di gatto di strada, le sue sfide, i suoi rituali e i suoi occhi dolci e crudeli insieme. Bébert, la sua anima riflessa, il suo bisogno di serenità, di normalità, svincolato dai lacci della vita, capaci di procurare soltanto ustioni e dolore. La possibilità di amare senza troppe parole, senza doversi guardare troppo dentro. La piena libertà, il sé stesso finalmente compreso.

“Un gatto è l’incantesimo stesso, la delicatezza dell’onda”.